Che cosa succederebbe se gli eserciti potessero resuscitare i propri soldati? If The Red Slayer (Se il rosso uccisore) è un racconto breve del 1959 di Robert Sheckley, autore di una fantascienza solida e principalmente ironica, che prende in prestito il primo verso di una poesia di Waldo Ralph Emerson, Brahma:

If the red slayer think he slays,
Or if the slain think he is slain,
They know not well the subtle ways
I keep, and pass, and turn again.
In Italia il racconto viene pubblicato per la prima volta all’interno del volume La Decima Vittima, una antologia di racconti di Sheckley edita da Bompiani nel 1965: La Decima Vittima è anche una delle sue opere più note, una distopia breve che il grande regista Elio Petri trasforma in una feroce pellicola. L’autore ama l’umorismo, a volte macabro e a volte grottesco, e ama  anche la satira.  Traduce in parole la sensazione di decadenza sociale che ai suoi occhi permea ogni aspetto del quotidiano, trasformando il nichilismo del presente in un nichilismo del futuro, elemento che nella fantascienza emerge più in profondita in tempi recenti che all’epoca di Sheckley.

***

Se il rosso uccisore

Non tenterò neppure di descrivere il dolore. Dirò soltanto che era insopportabile anche con gli anestetici, e che io lo sopportavo perché non avevo altra scelta. Poi il dolore svanì e io aprii gli occhi e guardai in faccia i bramini che erano chini su di me. Erano tre, e portavano il solito camice bianco per le operazioni e le maschere di garza bianca. Dicevano che portavano le maschere per impedire ai germi di venirci addosso. Ma tutti i soldati sanno che le portano perché non possiamo riconoscerli.
Ero ancora imbottito di anestetico fino alle orecchie, e la mia memoria funzionava soltanto a frammenti. «Per quanto tempo sono rimasto morto?» chiesi.

«Per circa dieci ore» mi disse uno dei gramini.
«E come sono morto?»
«Ecco,» disse il più alto dei bramini «eri con il tuo plotone nella Trincea 2645B-4. All’alba tutta la tua compagnia ha sferrato un attacco frontale, cercando di conquistare la trincea successiva. Numero 2645B-5.»
«E come è andata?» chiesi.
«Ti sei buscato alcuni proiettili di mitragliatrice. Nuovo tipo, con la testata dirompente. Ti ricordi adesso? Uno nel petto e altri tre nelle gambe. Quando quelli della Sanità ti hanno trovato, eri morto.»
«Abbiamo conquistato la trincea?» domandai.
«No. Per questa volta no.»
«Capisco.» La mia memoria stava ritornando rapidamente, via via che l’effetto dell’anestetico svaniva. Ricordai i ragazzi del mio plotone. Ricordai la nostra trincea. La vecchia 2645B-4 era stata la mia casa per di più di un anno, e per essere una trincea era molto bella. Il nemico aveva cercato di conquistarla e il nostro attacco all’alba era stato in realtà un contrattacco. Ricordai i proiettili della mitragliatrice che mi facevano a pezzi, e il meraviglioso senso di sollievo che avevo provato in quel momento. E ricordai anche un’altra cosa…

Mi levai a sedere di scatto.
«Ehi, un momento!» dissi.
«Che succede?»
«Mi pareva che ci fosse un limite massimo di otto ore per riportare in vita un uomo.»
«Abbiamo migliorato le nostre tecniche» mi disse uno dei bramini. «Continuiamo a migliorarle. Adesso il limite massimo è dodici ore, il tempo sufficiente perché il cervello non venga leso seriamente.»
«Buon per voi» dissi. Adesso la memoria mi era ritornata completamente, e io mi resi conto di quello che era successo. «Comunque, avete fatto un grosso errore risuscitando me.»
«Che ti piglia, soldato?» chiese uno di loro con quel tono di voce che hanno soltanto gli ufficiali.
«Legga le mie piastrine» dissi io.

Le lesse, la sua fronte, che era quanto potevo vedere della sua faccia, si corrugò. «Strano!» disse.
«Strano!» feci eco io.
«Vedi,» mi disse lui «eri in una trincea piena di morti. Ci avevano detto che erano tutti morti per la prima volta. Avevamo l’ordine di riportarvi tutti in vita.»
«E non avete letto le piastrine?»
«Eravamo oberati di lavoro. Non c’era tempo. Mi dispiace moltissimo, soldato. Se avessi saputo…»
«Al diavolo» dissi io. «Voglio parlare con l’ispettore generale.»
«Credi davvero…»
«Sicuro» dissi io. «Non sono un avvocato, ma certe cose le so. Ho diritto di parlare con l’ispettore generale.»

Cominciarono a bisbigliare tra loro, e io mi guardai. I bramini avevano fatto un buon lavoro con me. Non come nei primi anni della guerra, naturalmente. Gli innesti di epidermide erano meno accurati adesso, e mi sentivo un po’ pasticciato dentro. Anche il mio braccio destro era d’un paio di pollici più lungo del sinistro: un pessimo lavoro di incastro. Comunque, era un risultato abbastanza soddisfacente.
I bramini sciolsero il conciliabolo e mi diedero i miei vestiti. Li indossai. «Ora, per quanto riguarda l’ispettore generale» disse uno di loro. «Per il momento è un po’ difficile. Vedi…»
Non è necessario dirlo: non parlai con l’ispettore generale. Mi condussero da un vecchio sergente maggiore, massiccio, carnoso e gentile. Uno di quei tipi comprensivi che quando ti parlano mettono tutto a posto. Solo, io non ero disposto a sentire ragioni.

«Su, andiamo, soldato» disse il buon vecchio sergente. «Che cos’è questa storia? Mi hanno detto che hai scatenato un putiferio perché ti hanno riportato in vita.»
«Ha sentito benissimo» feci io. «Anche un soldato semplice ha dei diritti, secondo la Legge di Guerra. Almeno, così mi hanno detto.»
«Sicuro» disse il buon vecchio sergente.
«Io ho fatto il mio dovere» dissi. «Diciassette anni nell’esercito, otto anni in combattimento. Ucciso tre volte, tre volte riportato in vita. Gli ordini affermano che dopo la terza volta si ha il diritto di scegliere di restare morti. È quello che ho fatto io, e c’è scritto sulle mie piastrine. Ma non mi hanno lasciato morto. Quei maledetti della Sanità mi hanno riportato ancora in vita, e non è giusto. Voglio restare morto.»
«È molto meglio restare vivi» disse il sorgente. «Finché sei vivo, hai la possibilità di essere rimandato a un servizio qualsiasi, lontano dai combattimenti. L’avvicendamento non funziona molto rapidamente per colpa della scarsità di uomini. Ma c’è pur sempre una possibilità.»
«Lo so,» dissi io «ma credo che preferirei restare morto.»
«Credo di poterti promettere che entro sei mesi o giù di lì…»
«Voglio restare morto» dissi con fermezza. «Dopo la terza volta ne ho il diritto ai sensi della Legge di Guerra.»
«Certo» disse il buon vecchio sergente, sorridendomi da soldato a soldato. «Ma in guerra capita di sbagliare. Specialmente in una guerra come questa.» Si appoggiò alla spalliera della sedia e intrecciò le mani dietro la nuca. «Ricordo quando cominciò. Sembrava una faccenda da liquidarsi schiacciando qualche bottone. Ma tanto noi quanto i Rossi avevamo un arsenale completo di missili anti-missile, e questo bastò a rendere inutili le armi atomiche. L’invenzione dello smorzatore atomico completò il disastro. E la guerra diventò una faccenda che riguardava solo la fanteria.»
«Lo so, lo so.»

«Ma i nostri nemici ci erano superiori in numero» disse il buon vecchio sergente. «Questo è vero anche adesso. Tutti quei milioni e milioni di russi e di cinesi! Dovevamo avere altri combattenti. Per lo meno, dovevamo conservare quelli che avevamo. Ecco perché i medici cominciarono a resuscitare i morti.»
«So anche questo. Senta, sergente, io voglio che siamo noi a vincere. Ci tengo davvero. Sono stato un buon soldato. Ma sono stato ucciso tre volte…»
«Il guaio è» disse il sergente «che anche i Rossi fanno resuscitare i loro morti. In questo momento, la necessità di potenziale umano nelle linee del fronte è di importanza cruciale. I prossimi mesi decideranno le sorti della guerra in un modo o nell’altro. Quindi, perché non dimentichi tutto? La prossima volta che verrai ucciso, posso prometterti che verrai lasciato in pace. Così, per questa volta, passiamoci sopra.»
«Voglio vedere l’ispettore generale» dissi io.
«E sta bene, soldato» disse il buon vecchio sergente in tono non molto amichevole. «Vai nell’ufficio 303.»

Andai nell’ufficio 303, che era un’anticamera, e aspettai. Mi sentivo un po’ colpevole per il putiferio che avevo scatenato. In fin dei conti, c’era in corso una guerra. Ma ero furibondo. Un soldato ha dei diritti, anche in guerra. Quei maledetti bramini…
È strano, come hanno avuto quel nome. Sono soltanto medici, non indù o bramini o qualcosa del genere. Hanno avuto quel nome per via di un articolo apparso su un giornale un paio d’anni fa, quando tutto questo era una novità. Il tizio che aveva scritto l’articolo diceva che adesso quelli del servizio medico potevano resuscitare i morti e renderli di nuovo abili al combattimento. E citava una poesia di Emerson. La poesia comincia…

Se il rosso uccisore crede di uccidere,
O se l’ucciso crede d’essere ucciso,
Non conoscono bene tutte le sottigliezze.
Io attendo, e passo, e torno a voltarmi.

Ecco come stavano le cose. Non potevi mai sapere, quando ammazzavi un uomo, se quello sarebbe rimasto morto, o se il giorno dopo sarebbe ritornato in trincea a spararti. E non sapevi se saresti rimasto morto o no, quando ti ammazzavano. La poesia di Emerson era intitolata “Brahma”, così quelli del nostro servizio medico finirono per essere chiamati bramini.

In principio, essere riportati alla vita non era brutto. Nonostante il dolore, era bello essere vivi. Ma arriva il momento in cui ti stanchi di venire ucciso e riportato in vita, e ucciso e riportato in vita. Cominci a chiederti quante morti devi al tuo paese, e se non sarebbe bello e riposante rimanere morto per un po’. E aspetti con ansia il lungo sonno.
Le autorità lo capivano. Essere riportato in vita troppo spesso aveva un effetto negativo sul morale. Così avevano stabilito che tre resurrezioni erano il massimo. Dopo la terza volta, potevi scegliere l’avvicendamento o la morte permanente. Le autorità preferivano che si scegliesse la morte; un uomo che è morto per tre volte aveva un pessimo effetto sul morale dei civili. E molti soldati preferivano rimanere morti, dopo la terza volta.
Ma io ero stato imbrogliato. Mi avevano riportato in vita per la quarta volta. Io sono un patriota quanto chiunque altro, ma questo non ero disposto a tollerarlo.
Finalmente mi fu concesso di parlare con l’aiutante dell’ispettore generale. Era un colonnello, un tipo magro, grigio, che non ammetteva sciocchezze. Era già stato informato del mio caso, e non perse tempo con me. Fu un colloquio molto breve.

«Soldato,» disse «mi dispiace moltissimo, ma sono stati impartiti nuovi ordini. I Rossi hanno aumentato il ritmo delle loro resurrezioni e noi dobbiamo tener loro testa. Il nuovo ordine stabilisce sei resurrezioni prima del congedo.»
«Ma quest’ordine non era ancora stato impartito, quando io sono stato ucciso!»
«È retroattivo» disse lui. «Ti mancano ancora due morti. Addio e buona fortuna, soldato.»
E questo fu tutto. Avrei dovuto saperlo che con i pezzi grossi non si approda a niente. Non sanno come sono le cose in realtà. È raro che vengano uccisi più di una volta, loro, e non riescono a capire come si sente un uomo dopo la quarta volta. Così ritornai alla mia trincea.

Ritornai lentamente, scavalcando il filo spinato e avvelenato, riflettendo. Passai davanti a una cosa coperta da un telone cachi, su cui erano stampigliate le parole Arma se greta. Il nostro settore è pieno di armi segrete. Ne sfornano all’incirca una alla settimana, e forse alla fine una di quelle armi vincerà la guerra.

Ma in quel momento non me ne importava. Stavo pensando alla strofa successiva della poesia di Emerson. Dice:

Ciò che è lontano o dimenticato, per me è vicino;
L’ombra e la luce del sole sono la stessa cosa;
A me si presentano gli dei scomparsi;
E la vergogna e la gloria sono lo stesso per me.

Il vecchio Emerson l’aveva azzeccata, perché è proprio così che ci si sente dopo la quarta morte. Non c’è più niente che abbia importanza, tutto ti sembra eguale. Non giudicatemi male, non sono cinico. Sto solo dicendo che il punto di vista di un uomo cambia per forza, dopo che è morto quattro volte.

Finalmente arrivai alla buona vecchia Trincea 2645B-4 e salutai tutti i ragazzi. Seppi che avremmo attaccato ancora, all’alba. Io stavo ancora pensando.
Non sono un disertore, ma pensavo che essere morto quattro volte fosse abbastanza. Decisi che in quell’attacco avrei fatto in modo di restare morto. Questa volta non ci sarebbero stati errori.
Uscimmo alla prima luce, oltre il filo spinato e le mine rotolanti, nella terra di nessuno fra la nostra trincea e la 2645B-5. L’attacco era stato sferrato da un battaglione ed eravamo tutti armati dei nuovi proiettili che trovavano da soli il bersaglio. Per un po’ avanzammo abbastanza vivacemente. Poi il nemico si scatenò davvero.
Continuavamo a guadagnare terreno. Attorno a me esplodevano proiettili, ma non avevo ancora una graffiatura. Cominciai a pensare che questa volta ce l’avremmo fatta. E forse non mi avrebbero ucciso.
Poi lo buscai. Un proiettile esplosivo nel petto. Una ferita mortale, senza possibilità di dubbio. Di solito, dopo una cosa del genere, resti a terra. Ma io no. Io volevo essere sicuro di restare morto questa volta. Così mi rimisi in piedi e avanzai, vacillando, usando il mio fucile come una gruccia. Percorsi altri quindici metri in mezzo al più dannato fuoco incrociato che si potesse immaginare. Poi lo buscai ancora, e per bene. Non c’era possibilità di sbagliare questa volta.
Sentii il proiettile esplosivo penetrarmi nella fronte. Passò una infinitesimale frazione di secondo, durante la quale sentii il cervello uscire ribollendo, e capii che questa volta ero sicuro. I bramini non potevano far niente, quando si trattava di gravi ferite al capo, e la mia era veramente grave.

Poi morii.

Ripresi conoscenza e guardai i bramini, con i loro camici bianchi e le maschere di garza.
«Per quanto tempo sono rimasto morto?» chiesi.
«Due ore.»
Poi ricordai. «Ma sono stato colpito alla testa!»
Le maschere di garza si raggrinzirono, e io capii che i bramini stavano sogghignando. «L’arma segreta» mi disse uno di loro. «Ci stavano lavorando sopra da quasi tre anni. E alla fine, noi e gli ingegneri abbiamo perfezionato un riordinatore. Un’invenzione grandiosa!»
«Ah sì?» dissi io.
«Finalmente la scienza medica può curare anche le gravi ferite al capo» mi disse il bramino. «O qualsiasi altro genere di ferite. Adesso possiamo riportare in vita chiunque, purché possiamo raccogliere il settanta per cento dei brandelli del suo corpo e inserirli nel riordinatore. Questo ridurrà enormemente le nostre perdite. Forse cambierà le sorti della guerra!»
«È splendido» dissi io.
«Fra parentesi» mi disse il bramino «sei stato insignito di una medaglia per la tua eroica avanzata sotto il fuoco dopo che avevi ricevuto una ferita mortale.»
«Che bellezza» dissi io. «Abbiamo preso la 2645B-5?»
«Questa volta l’abbiamo presa. Ci stiamo preparando per un attacco contro la Trincea 2645B-6.»
Annuii; poco dopo mi diedero i miei vestiti e mi riman-darono al fronte. Adesso c’è un po’ più di calma, e devo ammettere che è abbastanza piacevole essere vivo. Comunque, credo di averne avuto abbastanza.
Adesso ho soltanto una morte prima di arrivare a quota sei.
Se non torneranno a cambiare gli ordini.

 

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