La fantascienza offre prospettive inedite se viene analizzata non per ciò che riguarda le immagini del futuro, ma per i presupposti impliciti in queste visioni. Presupposti basati sulle esperienze contemporanee, che ci raccontano perfettamente quali sono le ispirazioni, le tendenze, le convinzioni dell’epoca in cui si scrive. Queste proiezioni sono molto utili nell’ambito militare, come conferma la volontà della Difesa francese di istituire entro la fine del 2020 un Red Team composto da autori specializzati nella fantascienza. Il compito di creare ogni possibile scenario futuro, con situazioni completamente al di fuori delle nostre possibilità presenti, non ha niente di improbabile, ma anzi nasconde appunto le probabilità insiste nel percorso del pensiero contemporaneo e quindi le tendenze che possono trainare l’idea dell’uomo, trasformandola domani in una realtà.
Non è un passaggio complicato quello dall’idea alla realizzazione, soprattutto quando, mai come oggi, la guerra è un business a 360 gradi.

Uno degli autori di fantascienza più solidi e visionari tra quelli che ho trattato qui nel blog fino ad oggi, è sicuramente Robert Anson Heinlein, classe 1907, autore di pilastri quali Straniero in terra straniera (1961) e, soprattutto, Fanteria dello spazio (1959). Già agli inizi degli anni Quaranta, Heinlein che era stato un soldato e ingegnere militare oltre che uomo dedito allo studio dei grandi filosofi e strateghi della guerra, aveva predetto la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia e aveva manifestato con vigore la sua posizione a favore del nucleare, tanto da diventare protagonista di campagne a sostegno dei test e farsi nemica quell’opinione pubblica e quella collettività che chiedevano a gran voce lo stop alle sperimentazioni. Grande impatto nelle sue costruzioni letterarie, e non solo, fu anche l’esplosione di teorie e tensioni legate agli alieni che, negli anni Cinquanta, invasero l’immaginario collettivo americano. Heinlein è sempre stato un personaggio controverso, soprattutto per il pubblico: un grande patriota americano, convinto che gli USA e i suoi armamenti fossero l’unica cosa che avrebbe tenuto sotto controllo la Russia e la minaccia Comunista. Il rientrare, piano piano, delle tensioni e i limiti imposti dal Congresso in termini di nucleare dentro e fuori i confini americani, furono per lui una delusione tale da portarlo a credere che l’America avesse i giorni contati.

I am convinced in my own mind that the United States is washed up and we will cease to exist inside of five to fifteen years – unless we quickly and drastically pull up our socks, both at home and in foreign policy. This opinion has been growing in my mind for years: I was simply triggered into doing something about it by this pacifistic-internationalist-cum-clandestine Communist drive to have us treat atomics and disarmament in exactly the fashion the Kremlin has tried to get us to do for the past twelve years.
– Robert Heinlein scrive al suo agente letterario Lurton Blassingame

Scrivendo Fanteria dello Spazio, Heinlein conferma la sua ben definita posizione verso la questione del militarismo, della mitica “frontiera” che per gli americani ha significati complessi, e sul potenziamento a oltranza degli armamenti, tutti fattori che nella sua realtà erano discussi animatamente sia in ambito politico che militare e sociale. Queste posizioni, solidamente favorevoli a un ideale di esercito ineguagliabilmente potente, invasivo e totalmente supportato dalla popolazione civile, gli guadagnarono all’uscita del libro delle critiche che riguardavano l’aspetto fascista di questa visione. Critici e lettori non apprezzavano la passione per la guerra che Heinlein metteva non solo nelle sue pubblicazioni, ma anche nei suoi discorsi e interviste. Le polemiche sul libro scoppiarono per non quietarsi mai e tra le domande che portarono a scrivere fiumi di analisi e teorie, le più gettonate tra i fan sono:

Was the Federation a libertarian paradise, or a military dictatorship?
Did “Federal Service” equate to “Military Service”?
How would the “franchise must be earned” system work out in real life?

Domande a cui Heinlein cercò di dare una risposta che però non corrispondeva perfettamente all’andamento del romanzo: lo fece nella riedizione del suo essay Where are the heirs of Patrick Henry?, pubblicato nel 1958 ma ristampato nel 1980 nella postfazione di Expanded Universe, un essay disponibile per due dollari negli archivi del sito ufficiale dell’autore. Io cito integralmente le note di Nader Elhefnawy per The Explicator, Vol. 68, No. 1, 62–63, 2010 Routledge:

There has been some argument over what exactly Federal Service entails in Robert Heinlein’s novel Starship Troopers, and specifically whether or not this service is exclusively military service — and, therefore, whether the Federation is a society in which only discharged military veterans enjoy voting rights. This issue plays a role in the long-running argument over whether or not the novel is “fascist” and “militarist,” but Heinlein specifically denies that Federal Service was predominantly or even primarily militaristic in the afterword to his 1958 essay, “Who Are the Heirs of Patrick Henry?”, first published when the original essay was reprinted in the 1980 collection, Expanded Universe. Specifically, Heinlein states that that “nineteen out of twenty veterans are not military veterans … [but] what we would call today ‘former members of federal civil service’” (325), such as school teachers. However, as Major Reid, Johnny’s instructor in history and moral philosophy at Officer Candidate School explains, the rules governing the franchise require that “each person who wishes to exert control over the state to wager his own life — and lose it, if need be — to save the life of the state” (219). This is the reason why, as he says earlier, “every voter and every office holder … has demonstrated through voluntary and difficult service that he places the welfare of the group ahead of personal advantage” (217–18), which is generally not the case with the civil service as Heinlein characterizes it in his afterword.
Moreover, this requirement of service for office holders goes back to the beginning of the Federation. Major Reid notes that the veterans who “got together as vigilantes to stop rioting and looting” in the wake of the war “decided not to let anyone but veterans” (214) on the committees which eventually led to the Federation’s formation. While this “started as an emergency measure [it] became constitutional practice … in a generation or two” (214). These “returned veterans” (214) were veterans in the common, military sense of the term, having served in “the war between the Russo-Anglo-American Alliance and the Chinese Hegemony” (139). The non-veterans who are excluded are characterized by Johnny as “bleedin’, profiteering, black-market, double-time-for-overtime, army-dodging, un-printable” civilians (214), the antagonism between which and veterans was “more intense” than can be imagined in the present time of the novel (215).
The only alternative to military service that is mentioned in the novel is “a mostunreasonable fascimilie thereof” (44) in the “non-combatant auxiliary services”(215), such as being an “experimental animal” or “a laborer in the Terranizingof Venus” (51). It is indeed the case that “in peacetime most veterans come from non-combatant auxiliary services” (215), but this terminology itself is strongly suggestive of the military nature of Federal Service, and is far from being the “ninety-five percent” (325) Heinlein mentions in his essay, let alone inclusive of school teachers or most of those whom readers would expect to fall under the category of “‘former members of federal civil service.’” As James Gifford notes in Robert Heinlein: A Reader’s Companion, Heinlein may have “intended for ‘Federal Service’ to be largely civilian” (71), but the actual text simply does not bear out the view that it actually was so in the story.

Works Cited: Gifford, James. Robert A. Heinlein: A Reader’s Companion. Sacramento: Nitrosyncretic, 2000. Print.
Heinlein, Robert. Starship Troopers. New York: Putnam’s, 1959. Print.
Afterword. “Who Are The Heirs of Patrick Henry?” In Expanded Universe. Riverdale: Baen, 2003. 324–29. Print

 

 

Quando Heinlein, dopo un mese di correzioni, propose alla casa editrice il manoscritto, questa rifiutò di pubblicare Fanteria dello spazio nella linea editoriale dedicata ai ragazzi, cosa che turbò Heinlein, essendo sua espressa richiesta e avendo ragionato a lungo sul potenziale comunicativo del suo protagonista diciottenne ai giovani. Aspetto, anche questo, che fece storcere il naso a molti, ma la storia fu comunque un successo innegabile, tanto che gli fu proposta la serializzazione su un magazine di grido per la pubblicazione a puntate.
Con Heinlein e il suo Starship Troopers, nonostante le accuse e le critiche anche gravi mosse al romanzo, nonostante lo spettro troppo vicino di una guerra ideologica e la delicatezza degli argomenti che coinvolgevano Heinlein in prima persona, nasce la fantascienza militare, un sottogenere devoto alla narrativa specifica di eserciti, soldati e conquiste, guerre e armi, un sottogenere che ha raggiunto più volte con i suoi titoli i prestigiosi premi Hugo.

Per Heinlein, la fantascienza è

Realistic speculation about possible future events, based solidly upon adequate knowledge of the real world, and on a thorough understanding of the nature and significance of the scientific method

e inevitabilmente si può leggere l’origine di questa fantasia nei dettagli della storia fantascientifica, quella di un giovane soldato che decide di combattere una società mostruosa, conquistare una colonia invasa da orribili creature la cui natura è descritta come comunitaria, una identità collettiva che si muove in nome della distruzione e dell’annientamento perseguendo uno scopo ben preciso e fine alla propria sola esistenza. Ricorda qualcosa? I ruoli sono netti, siamo noi contro loro, è il protagonista contro un nemico che si rigenera, ma che troverà una sconfitta davanti agli ideali del giovane soldato che attraverso i confronti e le esperienze con l’esercito, cresce intimamente e professionalmente.

Come già detto, il mito della frontiera è per Heinlein un argomento chiave della sua produzione, una visione chiara della fede che lo scrittore ripone nel ruolo geopolitico degli Stati Uniti e che si basa su una visione fondamentale dell’identità americana, quella della conquista del progresso lì dove il progresso non è ancora arrivato. Come dire che prima di essere liberatori o conquistatori, gli eserciti della frontiera sono pionieri che costruiscono se stessi parallelamente allo spazio acquisito. Si tratta della tesi storica preponderante negli anni di Heinlein e si tratta quindi di un aspetto che nel libro è molto spiccato e che aiuta a capire anche la personalità e la spinta emotiva del giovane protagonista a prendere le armi e andare lì dove è necessario. Così si spiega anche la visione stessa di Heinlein, tacciata di aderire troppo agli standard di una destra allora temibile e odiata. Il concetto della frontiera in America, implica una visione positiva della conquista e giustifica in questo modo non solo la corsa agli armamenti ma anche la competizione economica e la necessità di acquisire sempre di più, una necessità che si riflette in piccolo anche nell’individuo americano. Heinlein non è esente da questa influenza e per questo le critiche che definiscono fascista il suo lavoro, sono accolte con sdegno, quasi incomprensibili all’autore. L’America è figlia di una Guerra Civile e di scontri che hanno tutto a che fare con la frontiera e la conquista del progresso: in Starship Troopers l’autore non fa altro che inserire nella struttura identitaria del giovane Johnny e dei suoi compagni questo elemento e le caratteristiche che ne derivano, ma parte della critica americana sembra non riconoscervi se stessa o la propria storia. L’imperialismo è nel libro di Heinlein, non è solo una proiezione del presente, bensì un elemento che non può mancare o distaccarsi dal resto: ecco quindi che la fantascienza si fa politica e racconta dei pensieri e delle credenze più intime del tempo in cui si forma la storia.

Di seguito un estratto significativo del libro Fanteria dello Spazio e la scena equivalente del film Starship Troopers, di Paul Verhoeven, (1997) un film coerente con il percorso cinematografico del regista ma anche rielaborato secondo chiavi differenti, sia temporali che politiche. La narrativa è molto più semplificata e il discorso della frontiera diventa prettamente imperialistico, la struttura della Federazione assume ufficialmente una identità fascista e su tutto il film aleggia una sorta di critica contro la guerra, la tortura e la cecità ideologica che nel libro non sono identificabili. Anche a livello estetico Verhoeven viene influenzato dall’estetica nazista, riproponendo una fascinazione del cinema di Hollywood verso tutto ciò che è divisa, eleganza, disciplina e ordine, soprattutto quando i temi riguardano la fantascienza. Con un budget stellare, il film di Verhoeven non raggiunge per niente gli obiettivi imposti, ma è anzi un flop catastrofico la cui responsabilità, per alcuni critici, è effettivamente la narrativa naif del soldato fascista devoto alla patria e pronto al sacrificio supremo contro una entità estranea che trasforma la sua lotta in una difesa per la sopravvivenza, il tutto condito da simboli e colori familiari al Terzo Reich. Lo stravolgimento della visione di Verhoeven rispetto all’approccio e al sentimento originale di Heinlein, cozzano fortemente a un livello quasi intimo. Il regista, una firma storica del cinema di fantascienza, è cresciuto in una città occupata dai nazisti e ha nel suo curriculum una serie di manifestazioni personali e artistiche fortemente antifasciste. La chiave di lettura che Verhoeven offre al pubblico e che lui stesso ha utilizzato per creare il film, è debole proprio per la sua natura interpretativa di un romanzo la cui etichetta viene scritta da altri. Una situazione difficile e delicata, che non nega comunque al film, anche se in misura molto minore rispetto al libro, la sua nicchia di fan fedelissimi, grazie anche all’uscita contemporanea di un videogioco e all’aspetto grafico che ha fatto presa sul pubblico dei giovanissimi, insensibile più di tutti alla povertà dei dialoghi.
La prima volta che vidi Starship Troopers mi trovavo a fumare una sigaretta all’esterno di un enorme bowling dove venivano proiettati film in modalità drive-in. Non avevo ancora letto il libro di Heinlein, ma ricordo che mi bastarono dieci minuti davanti al mega schermo per abbandonare la partita contro degli accaniti texani e vederlo in piedi fino alla fine. La storia era davvero intrigante e meritava tutta la mia attenzione.

 

***

Via via che i nostri ranghi si assottigliavano, Zim smise di occuparsi degli esercizi collettivi, limitandosi a passarci in rivista, e dedicò sempre più tempo all’istruzione individuale, completando l’opera dei caporali. Zim era “morte immediata” con qualsiasi arma, ma gli piacevano soprattutto i coltelli. Si era costruito e calibrato da sé il proprio coltello, disdegnando quelli in dotazione, che pure erano ottimi. Come istruttore individuale era un po’ più malleabile: diventava semplicemente insopportabile invece che decisamente disgustoso. Si mostrava perfino paziente anche se gli venivano rivolte domande stupide.

Una volta, durante una delle pause di due minuti dispensate con il contagocce durante le giornate di istruzione, uno dei ragazzi, un certo Ted Hendrick, chiese: — Sergente, scusi… Lanciare il coltello è un esercizio divertente, ma perché dobbiamo impararlo? A che cosa può servirci?

— Ecco, immagina un po’ di avere solo un coltello, e magari nemmeno quello — rispose Zim. — Che cosa fai? Dici le preghiere e muori? O ti getti a capofitto sull’avversario e cerchi di annientarlo? Figliolo, questo è un gioco vero, non una partita di scacchi che puoi dichiarare persa quando ti accorgi che ormai sei sconfitto.

— Ma è proprio quello che dico io, signore. Immaginiamo che uno sia completamente inerme. O che al massimo abbia uno di questi coltelli. Invece l’avversario è dotato di armi pericolose. Che cosa si può fare? Niente, no? L’altro ti ha già spianato prima ancora di averti guardato in faccia.

Il tono di Zim fu quasi paterno. — Ragazzo, vedo che hai le idee confuse. Non esistono armi pericolose, capisci?

— Come, signore?

— Non esistono armi pericolose, esistono solo uomini pericolosi. Noi tentiamo di insegnarti a essere pericoloso, per il nemico, s’intende. Pericoloso anche senza un coltello. Letale finché ti resta una mano, o un piede, e un filo di respiro. Se non sai di che cosa sto parlando, prova a leggere Orazio sul ponte o La morte del bon homme Richard. Li troverai entrambi nella biblioteca del campo. Ma torniamo al caso di cui parlavi. Mettiamo che tu sia dotato solo di un coltello e che quel bersaglio dietro di me, quello che hai mancato poco fa, il numero tre, sia una sentinella armata fino ai denti. Le manca solo la bomba all’idrogeno. Tu devi farlo fuori, alla svelta e senza chiasso, prima che abbia il tempo di dare l’allarme. — Zim si girò lievemente e… tunf: un coltello che l’istante prima Zim non aveva nemmeno in pugno stava vibrando al centro del bersaglio numero tre. — Visto? Meglio se di coltelli ne hai due, ma l’importante è colpire, sia pure adoperando le sole mani.

— Ehm…

— C’è qualcosa che non ti convince? Sputa. Io sono qui apposta per rispondere alle vostre domande.

— Ecco, signor sergente. Lei ha detto che la sentinella non ha una bomba H. Invece la bomba H ce l’ha. Questo è il punto. Be’, noi perlomeno l’abbiamo, se la sentinella siamo noi… e qualsiasi sentinella ci proponiamo di aggredire è probabile che ce l’abbia, anzi è quasi certo. Non mi riferisco solo alla sentinella, ma alla parte che rappresenta.

— Sì, capisco.

— Vede allora, signor sergente? Se noi possiamo usare una bomba H e, come dicevamo poco fa, la guerra non è una partita di scacchi e c’è poco da scherzare, non è un po’ ridicolo andarsene in giro strisciando sull’erba, lanciando coltelli e rischiando di farsi accoppare e magari di perdere addirittura la guerra, quando si ha a disposizione un’arma vera che può darti la vittoria? Che scopo ha un gruppo di uomini disposto a rischiare la vita usando armi antiquate, quando basta una specie di professore, da solo, per fare altrettanto premendo un pulsante?

Zim non rispose subito, il che era decisamente insolito per lui. Poi disse, calmo: — Ti trovi bene nella Fanteria, Hendrick? Puoi dare le dimissioni, altrimenti. Lo sai, vero?

Hendrick mormorò qualcosa, e Zim disse: — Parla forte!

— Non ci penso affatto a dare le dimissioni, sergente. Voglio completare la mia ferma, costi quello che costi.

— Capisco. Bene, allora. La tua è una di quelle domande alla quale un sergente non è qualificato a rispondere… e poi non dovresti farla a me. Si suppone che uno conosca la risposta prima di arruolarsi. Lo dovrebbe, almeno. A scuola non hai seguito un corso di storia e filosofia morale?

— Come? Sissignore, certo.

— Allora avrai già sentito la risposta. Comunque ti dirò anche la mia opinione in proposito. In via ufficiosa, s’intende. Se tu volessi dare una lezione a un bambino capriccioso, gli taglieresti la testa?

— Certamente no, signore!

— Certamente no. Ecco il punto. Esistono circostanze in cui colpire una città nemica con una bomba H sarebbe altrettanto pazzesco che decapitare un bambino che ha disubbidito. La guerra non è violenza fine a se stessa, è violenza controllata, tesa a uno scopo ben preciso. E uno degli scopi di una guerra è quello di sostenere con la forza la decisione del nostro governo. L’obiettivo non è mai quello di uccidere il nemico giusto per ucciderlo, ma di fargli fare quello che si vuole che faccia. Non uccidere ma esercitare una violenza controllata e mirata. La decisione sull’obiettivo da raggiungere, però, non spetta né a voi né a me. Non spetta mai al soldato decidere quando, dove, come o perché combattere. Spetta agli uomini politici e ai generali. Gli uomini politici decidono perché e fino a che punto. I generali ne prendono atto e ci dicono dove, quando e come. Noi forniamo la violenza. Altri, più anziani e saggi, almeno così dovrebbe essere, pensano a incanalarla e controllarla. Questa è la risposta migliore che posso darvi. Se non ne siete soddisfatti, vi rilascerò il permesso per andare a parlare con il comandante di reggimento. Se anche lui non riesce a convincervi, allora tornate a casa vostra e fate i civili, perché significa che sicuramente non diventerete mai buoni soldati. — Poi Zim scattò in piedi. — E adesso basta. Scommetto che mi avete fatto chiacchierare solo per perdere tempo. In piedi, soldati. Scattare. Ai bersagli! Hendrick, comincia tu. Stavolta voglio che getti il coltello a sud. Sud, capito? Non a nord. Il bersaglio è a sud rispetto a te, e voglio che quel coltello vada a sud almeno in senso generale. So che non colpirai il bersaglio, ma vedi almeno di andarci vicino. Non affettarti un orecchio, non infilzare qualcuno alle tue spalle, tieni quel grammo di cervello che ti ritrovi fisso sull’idea sud. Pronto… al bersaglio! Via!

Hendrick sbagliò di nuovo.

Ci allenavamo con i bastoni e con il filo di ferro (quante cose si possono improvvisare con un pezzo di filo di ferro!) e imparavamo quello che si può fare con armi modernissime, e come farlo, e come tenere in ordine e in efficienza il materiale: armi nucleari simulate, razzi della fanteria e ogni tipo di gas, veleni, bombe incendiarie e dirompenti. Ma apprendemmo anche un mucchio di altre cose sulle armi antiquate. Baionette su fucili a salve, e fucili che non erano a salve ma quasi identici ai fucili dei fanti del Ventesimo secolo, molto simili ai nostri fucili da caccia, solo che noi sparavamo unicamente pallottole potenti, proiettili di piombo incamiciati in lega indirizzati a bersagli situati a distanza moderata e a obiettivi a sorpresa, in brevi scorribande volte a catturare i nemici. Il tutto doveva prepararci all’uso delle armi che andavano puntate con precisione e soprattutto a tenerci pronti, all’erta, per qualsiasi evenienza. Serviva, infatti. Sono sicurissimo che serviva.

Usavamo quei fucili nelle esercitazioni sul campo, in sostituzione di armi da tiro più letali e crudeli. Tutto quello che adoperavamo era simulato, non avrebbe potuto essere altrimenti. Le granate e le bombe da esercitazione, usate contro materiali o persone, esplodevano emettendo una gran quantità di fumo nero. Un altro tipo di granata emanava un gas che faceva starnutire e piangere, il che equivaleva a essere morti o paralizzati: cosa sufficientemente fastidiosa da spingerci ad assumere le più efficaci precauzioni antigas. Senza contare l’iradiddio che ci pioveva addosso se per caso restavamo colpiti.

E dormivamo sempre meno. Oltre la metà delle esercitazioni venivano svolte di notte, con radar, visualizzatore, radioriceventi eccetera.

I fucili erano caricati a salve, tranne uno a caso ogni cinquecento, che aveva proiettili veri. Pericoloso? Sì e no. Anche il fatto di vivere, in sé è pericoloso, e un proiettile di piombo probabilmente non basta a uccidere, a meno che non ti prenda proprio alla testa o al cuore, e non sempre anche in questo caso. Quell’unico fucile su cinquecento veramente pericoloso serviva comunque a motivarci a stare coperti: sapevamo che i fucili erano in dotazione anche agli istruttori, che erano tiratori scelti e facevano del loro meglio per colpirci… con la conseguenza che possiamo immaginare, se l’arma carica capitava proprio in mano loro. È vero che ci garantivano di non mirare mai alla testa, ma una disgrazia può sempre capitare.

Questo amichevole impegno non era molto rassicurante. Quella cinquecentesima pallottola trasformava esercizi noiosi in una specie di roulette russa su larga scala. Quando avete appena sentito fischiare una pallottola vicino all’orecchio senza nemmeno avere sentito il rumore de! fucile, vi assicuro che non vi annoiate più.

Ma poi ci abituammo, e subito ci arrivò dall’alto la voce che, se non fossimo stati più pronti a scattare, l’incidenza dei fucili veri sarebbe salita a uno su cento, e se non fosse bastato, a uno su cinquanta. Non so se quel cambiamento venne apportato sul serio, non c’è modo di saperlo, posso però testimoniare che ritrovammo subito l’antica lena, anche perché un ragazzo dell’altra compagnia si era beccato una pallottola vera nel fondo della schiena, il che gli procurò una brutta ferita e una grande quantità di commenti salaci e infuse agli altri un rinnovato ardore nel tenersi al coperto. Ci prendemmo gioco di quel ragazzo per il posto in cui era stato colpito… ma tutti noi sapevamo che a essere ferita avrebbe potuto essere la sua testa, o le nostre.

Gli istruttori che non prendevano parte al conflitto a fuoco, non stavano al riparo. Indossavano una camicia bianca e se ne andavano in giro con i loro stupidi bastoni di comando, in apparenza assolutamente certi che nessuna recluta avrebbe sparato intenzionalmente a un istruttore, il che, da parte di alcuni, era evidentemente un eccesso di presunzione. In realtà, le probabilità che un colpo sparato con propositi omicidi fosse mortale erano una su cinquecento, e il fattore sicurezza veniva aumentato dal fatto che difficilmente una recluta avrebbe centrato il bersaglio scelto. Un fucile non è un’arma facile da usare, visto che non si può orientare con precisione il proiettile verso il bersaglio sparando in fretta. Ho saputo che nei tempi in cui le guerre venivano combattute solo a colpi di fucile, la media dei morti era di uno su diverse migliaia di colpi sparati. Sembra impossibile, eppure la storia militare conferma che è vero: pare che la maggior parte delle fucilate venisse tirata a casaccio, tanto per costringere il nemico a tenere giù la testa e impedirgli di prendere la mira.

In ogni modo, nessuno dei nostri istruttori rimase ferito o ucciso, e nemmeno altri, tranne quell’unico fante, soffrirono danni per colpa dei fucili carichi. Le morti furono provocate da altre armi o cose, alcune delle quali potevano rivelarsi assai pericolose se non avevi fatto tutto secondo le regole. Un ragazzo riuscì, per esempio, a rompersi l’osso del collo mettendosi al riparo troppo precipitosamente quando gli spararono per la prima volta, ma nessun proiettile lo colpì.

Comunque, per una reazione a catena, questa storia dei fucili carichi contribuì a spezzare il mio morale. Il colpo più pesante lo ricevetti quando mi furono tolti i galloni di capopattuglia, non per colpa mia ma per qualcosa che la pattuglia aveva fatto mentre io non ero presente. Lo feci notare a Bronski che mi rispose imponendomi di tacere. Allora feci rapporto a Zim. Il sergente mi disse in tono gelido che ero responsabile di tutto quello che i miei uomini facevano, e mi rifilò sei ore di punizione per avergli parlato senza l’autorizzazione di Bronski. Poi ricevetti una lettera che mi lasciò sconvolto: mia madre si era finalmente decisa a scrivermi. Inoltre, mi slogai una spalla nel primo addestramento con la tuta potenziata (nelle divise da esercitazione erano stati inseriti meccanismi che permettevano all’istruttore di provocare incidenti a piacere, e attraverso un controllo radio mi fecero cadere causandomi un infortunio alla spalla). L’incidente mi fruttò un periodo di servizio ridotto, con troppo tempo per pensare ai casi miei, proprio in un momento in cui avevo le ragioni più valide, a mio parere, per autocommiserarmi.

A causa del servizio ridotto, un giorno venni destinato all’ufficio del comandante di battaglione. Dapprima mi mostrai zelante, perché volevo fare buona impressione, poi scoprii che il capitano Frankel non pretendeva un atteggiamento zelante: voleva soltanto che me ne stessi immobile, zitto, senza disturbarlo. Non osavo addormentarmi, e quindi ebbi modo di autocommiserarmi più che mai.

 

 

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