Un riordino delle idee a pochi giorni dall’uscita dell’indagine del Washington Post e dei documenti (611) caricati online per la libera consultazione.

Il 9 dicembre 2019 il Washington Post (Jeff Bezos, il creatore di Amazon, proprietario dal 2013) esce con la straordinaria (non per gli addetti ai lavori) rivelazione di come la guerra in Afghanistan sia stata una guerra di sbagli consapevoli e per dimostrare ciò, passa attraverso tre anni di battaglia legale per ottenere la pubblicazione dei documenti di una inchiesta interna da parte del SIGAR, Special Inspector General of Afghaistan Reconstruction, un servizio interno al Pentagono creato con l’appoggio del Congresso, il cui direttore, John Sopko, ammette al WaPo di trattarsi di una inchiesta il cui risultato effettivo è il crollo di un castello di bugie.
Tre anni di battaglia legale per riuscire a ottenere, in base al FIA Freedom of Information Act  i testi delle Lesson Learned, progetto specifico di elaborazione della guerra, risalenti in questo specifico caso al lasso di tempo che va dal 2014 al 2018, mentre altri documenti come i memo di Rumsfeld risalgono ai primi anni di guerra. Interviste, memo, trascrizioni dell’audio di rapporti e colloqui con oltre 400 persone di diverso grado e ruolo, che dimostrano come molte delle autorità coinvolte in ben 18 anni di guerra, su tutta la scala gerarchica dell’USG, fino ad arrivare a tre presidenti, fossero consci dell’inutilità e dell’irreparabilità del percorso intrapreso, fino a considerare la guerra in Afghanistan un gigantesco errore su cui incapacità, interessi e timori politici, ma soprattutto il terrore di screditare il proprio valore militare, non hanno lasciato porre rimedio.
I documenti del WaPo rivelano che per anni le autorità più alte dello stato hanno mentito all’opinione pubblica dichiarando la guerra in Afghanistan un conflitto necessario, sostenendo costi economici spropositati e creando una generazione di veterani di un conflitto che non aveva senso di esistere.

Gli Afghanistan Papers mettono sicuramente in dubbio per prima la capacità di comprensione e comunicazione dell’apparato governativo statunitense, portandone alla luce delle incongruenze gravi: chi prendeva le decisioni e chi restava zitto? Tra Casa Bianca, Pentagono e Congresso, chi sottolineava l’errore di uno o decideva di non agire? Come è stato possibile che centinaia di figure chiave intervistate fossero consapevoli del meccanismo di inerzia che portava avanti la guerra ma non hanno fatto niente per fermarlo?

In secondo luogo, gli AP sottolineano come delle narrative contrarie al sistema americano e che esistono da anni, trovano spesso e volentieri conferma nei dettagli raccolti all’interno di interviste o audio, mettendo in luce una guerra nella guerra, quella informativa, dove è stato possibile schierare, a posteriori, la stampa di sistema contro la verità dei fatti per quasi due decadi. Se così fosse, si tratta di una bugia che è stata tenuta in piedi, a prezzo spropositato, per quasi 20 anni e che ha visto mettere in luce e creare una colpevolezza, quella dell’Afghanistan, a fronte di una identità che parla di legittimo intervento, protezione, coscienza di causa. Se così non è, se la guerra non poteva essere vinta, se gli americani non sapevano cosa stessero effettivamente facendo in Afghanistan, quali e quante minacce sono state create, consapevolmente e non, in questi diciotto anni? La responsabilità militare non è affatto immune da una responsabilità umana e il discorso andrà affrontato spogliando l’autorità della sua divisa e mettendosi al tavolo per tirare le somme in ambito sociale. L’Aghanistan è stato un teatro di guerra molto violento in cui sono rotati eserciti non solo americani: il coinvolgimento di un lettore italiano arriva anche col pensiero all’amico o al fratello che ha fatto una missione in Afghanistan e il coinvolgimento esiste anche a livelli più alti, perché dai papers risulta che le intelligence militari europee erano messe a conoscenza di questa situazione.
Infine, gli afghani che in tutto questo sono sempre l’ultimo pensiero: con una società che voleva essere epurata e civilizzata, liberata da attori maligni che ne minacciavano l’integrità, gli afghani si sono a questo punto rivelati ancora una volta i vincitori di una guerra che già aveva sconfitto i sovietici, traendone quasi gli stessi vantaggi.
Come il flusso di denaro arrivato in questi anni nelle casse del nuovo governo e come sia stato sperperato senza riuscire a costruire piani di rinnovamento sul lungo termine, (133 miliardi di dollari, ben più del piano Marshall per la ricostruzione post seconda guerra mondiale, come sottolinea la stampa americana e per quanto riguarda le spese sostenute dal governo italiano per questa guerra, si può fare riferimento al rapporto Mil€x del febbraio di quest’anno) potrebbe non essere colpa, appunto, degli afghani. I vincitori (alcuni, come Karzai e il suo entourage o le personalità che hanno dominato la scena politica, militare ed economica) si sono arricchiti, la popolazione è sopravvissuta: su molti di quelli che sono sopravvissuti quasi certamente si sono riflessi gli effetti collaterali della guerra, come la radicalizzazione per la causa e la spinta a imbracciare le armi contro un invasore. Un circolo vizioso prevedibile, ma alterabile: con la fine della guerra alle prime avvisaglie di disastro.

E gli americani? Per gli americani il concetto di democrazia potrebbe subire un duro colpo: l’America ha raccontato di progressi e vittorie in Afghanistan anche e soprattutto in campo sociale. La ricostruzione dopo la “pulizia” post 11 settembre, l’aiuto per rinnovare e sostenere una nuova società afghana, con nuove leggi, nuove dinamiche, nuove politiche, nuove forze armate, nuove mappe, nuove economie: parrebbe tutta una menzogna e significherebbe che non è stato compiuto nemmeno questo processo di democratizzazione dopo aver eliminato i nemici dell’America e del mondo. Ma chi erano? Donald Rumsfeld il segretario di Stato, già nel 2003 scriveva (e si legge nei papers) che non aveva idea di chi fossero i nemici. Forse non sono mai riusciti nemmeno a scoprirlo, nonostante scandali rigorosamente messi a tacere finché non sono esplosi, come quello delle EIT, le tecniche di interrogatorio “alternative” implementate dalla CIA che hanno avuto largo uso in Afghanistan. Non è mai stato dimostrato che attraverso le EIT siano state fornite informazioni inedite o utili: se a questo aggiungiamo, col senno di poi, un background in cui dopo almeno dieci anni di guerra non si sapeva più cosa si stava cercando, il risultato è inquietante.

 

 

I documenti

Sono 611 documenti che formano l’archivio degli Afghanistan Papers, divisi in categorie:
Lessons Learned interview
Rumsfeld snowflake
Audio transcript
Key documents

A dare una lettura generale, l’idea che viene fuori è quella di una architettura complessa, ma non certo per le sue funzionalità: la corruzione è diffusissima, anche e soprattutto all’interno dell’esercito. L’ingerenza degli attori internazionali, civili e non, risulta ingestibile agli americani, così come la comunicazione interna ed esterna. Non c’è dialogo e non c’è collaborazione tra la miriade infinita di presenze sul territorio afghano. La burocrazia e l’economia della guerra in Afghanistan sono di volta in volta un labirinto o una montagna insormontabile persino per gli addetti ai lavori. Lo stesso Rumsfield, Segretario alla Difesa dell’epoca per la seconda volta nella sua carriera, nei suoi memo lamenta malagestione e carenze.

Alcune delle preview citate nell’articolo del WaPo:

“I have no visibility into who the bad guys are.”

Donald H. Rumsfeld, U.S. defense secretary from 2001 to 2006

“The strategy became self-validating. Every data point was altered to present the best picture possible.”

Bob Crowley, retired Army colonel who served as a counterinsurgency adviser at U.S. military headquarters in Kabul from 2013 to 2014

“We were devoid of a fundamental understanding of Afghanistan — we didn’t know what we were doing.”

Douglas Lute, Army lieutenant general who served as the White House’s Afghanistan war czar under Presidents Bush and Obama, then U.S. ambassador to NATO from 2013 to 2017

A proposito del lavoro svolto dal CRS, Office of the Coordinator for Reconstruction and Stabilization, un ufficiale lamenta:

You also need to consider, what are we trying to do? What are our objectives? This is missed in lots of discussion. We were pretty successful in humanitarian assistance; at least we alleviated that initial crisis. But we’ve been falling down on the development side. In Afghanistan, we conflated our political, security, humanitarian, and development goals. We were successful on humanitarian, not so much on development. Why are we providing aid ? If the goal is long-term development, the whole effort is different – can’t get there with CERP – Iike projects.
[…] If you’re willing to be a bit bolder in your recommendations, I have some ideas. When you talk about improving coordination, it’s like rearranging chairs on the Titanic. The fundamental problem with coordination is lack of authority. Look at whoever is responsible for coordination. If they don’t have line authority, the re’s not much they can do. Unless they have a tremendous personality.
[…] In both Iraq and Afg, there was this dynamic: you saw SO colonels working on something, we’d say we need SO civilians on the same thing. But what is their value added? Frankly, there’s no training. (KB note: inadequate training on the civilian side) — censura — I got 1 week cultural/historical training on Afghanistan, 1 week “crash and bang” etc. (note: referring to driving / weapons / counter-intel training). In Vietnam, people got one year of training-studying the language, culture. You can’t send someone to work with locals if they don’t speak the language; part of the investment is actually taking time to adequately train. I would argue that a small number of people well-trained will be more effective than a large group, however smart they are, on six month tours with little training. In Iraq, we could have done this.
Memo di Rumsfeld su Karzai, 17 ottobre 2002. Karzai ha poi ammesso, ma fu uno scandalo di cui si seguirono le tracce a lungo anche sulla stampa italiana, e lo ribadisce il WaPo nel suo approfondimento sulla corruzione che ha imperato per anni in Afghanistan, di aver ricevuto fondi annuali da parte della CIA, in una sorta di gara alle sovvenzioni fatta con l’Iran per la gestione della politica del presidente afghano.
Is there something we ought to be getting ready to have Marines take over to guard Karzai instead ofSOF people, in case Biden ties up that money and we never get it? Thanks.

 

Memo di Rumsfeld su dati e informazioni essenziali, richiesti già sei mesi prima dal presidente e mai ottenuti:

I think we need a scorecard for the global war on terrorism. For example, we ought to have a weekly report on the number of arrests and show the countries where they have been arrested, the number of detainees, the amount of money in bank accounts that has been frozen and the number of accounts, the number of sweeps in Afghanistan, number of MIOs, the number of people trained in different countries, and progress in Afghanistan in terms of some measurements, like refugees coming in. We ought to get a series of indicators. Please have someone pull it together and see if we can’t get the interagency group to do it. The President asked for this six months ago, and it has never happened. Why? Thanks

 

Un ufficiale consulente canadese a proposito del problema numero uno in Afghanistan, i piani di sviluppo necessari e seguenti alla fase di militarizzazione del paese:

US had a military strategy with development attached; US implemented with its contractors; Military and civilians agreed on the end game, but how?; Coordination structures were caught up with the military; Development could not keep up with military; Military needs to realize that development is necessary for pacification; ICRC principles of humanitarian delivery; Military role in development does not work; Military should focus on what it can do well, infrastructure;
• UNAMA nobody else can do it; but UNAMA was dealing with a lack of development commitment; Support Karzai government, not Afghan people; UN did not want to deal with UNAMA; World Bank can help; Trust funds; US in areas that there are no other partners; More people need to be on the ground; Canada provided support through NSP; It was a good model;

Una fonte anonima parla a proposito delle attività dell’Afghan Threat Finance Cell, una organizzazione multiagenzia di intelligence creata per tenere sotto controllo le attività economiche illegali in Afghanistan (corruzione, traffico, riciclaggio):

Why things fell apart/doomed from the beginning, re: Corruption
o 1-Specific elements of the Afghan government
• Attempted to apply our notions onto a country that doesn’t or didn’ t have the capacity to do it
• Money we poured in – so desperate to have the alcoholics to the table, we kept pouring drinks not knowing/considering we were killing them.
• We didn’t spend the money effectively and didn’ t consider the implications, had no red lines/stopping points
• We wanted to keep the country afloat, not to let the country be a safe haven for the Taliban and al Qaeda
o 2-Does not blame the U.S. for it at the top of the list; not a strategic failure, just had the wrong partners

 

Bob Crowley, colonnello  e US military adviser sulla stabilizzazione in Afghanistan, dice:

The strategy was ineffective because it was never implemented consistently. Commanders were regularly throwing out their predecessor’s plans and priorities, even when both embraced COIN, which many CDRs didn’t. Many BOE and BN CDRs were still focused on “move with close and destroy the enemy”. There were a number of faulty assumptions in the strategy: Afghanistan is ready for democracy overnight, the population will support the government in a short time frame, more of everything is better. We went too fast, and that’s why we wound up with corruption. Next time, we should provide more oversight and not rush to democracy.

 

Barnett Rubin, studioso esperto di Afghanistan e senior adviser per le autorità americane per Afghanistan e Pakistan fino al 2013, parla ancora della stabilizzazione e della difficoltà della formazione, uno dei problemi più diffusi nell’apparato di sostegno al Paese.

Clinton spoke to CFR in summer of 09, and around that time, His attention was on afghan pres elections … He said we can’t do anything until after election … after election came policy review. He got copy of McC — censura — was a trap to blame civilians when stabilization doesn’t work … it said, we must prioritize governance, which is utterly devoid of meaning … and it turned into stabilization … the people who conceived this plan have no idea what an institution is … they think if you train people to do what you want them to do, you’ll have the institution you want… they ignore that there are people with power with ideas about what they want to happen, and how they interact with other people with power … but we just wanted to ignore that. .. we built organizations, not institutions … the idea being, we’re giving them money and not thinking about how we’re not going to be giving them money forever, but Afghans know it won’t last and they want to make the best of the windfall without endangering themselves … and that’s why it’s not an institution because it can’t be relied on because Afghans can pay for it …. the mosque is an institution … if they can’t pay for it, it’s not an institution unless you rule them … COIN works when the government is in charge of COIN, so they didn’t have to hand it over to anyone … but we were doing COIN as colonial power. Afghans knew this influx of funds wouldn’t last, and they wanted to make the best of the windfall without endangering themselves. It was a fantasy that we could do that … He didn’t believe in COIN, but he knew he would get in trouble if he said that President had no way of standing up to the military … among the people he trusted, there were none that believed what pres believed … so he wouldn’t’ make use of us

 

Ci sono tonnellate di pagine da leggere e audio da ascoltare e il WaPo annuncia che si sta battendo per riuscire ad ottenere altri materiali. Nel frattempo, per chi volesse andare nel dettaglio, qui c’è l’archivio degli audio (1,2 giga) e qui l’archivio generale dei documenti (245 mega). (Grazie Muse)

 

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