Se fra i propositi del nuovo anno c’è quello di leggere di più e meglio, questa lista è il mio personale contributo al vostro proposito.

*

I cani di strada non ballano è un noir in cui si fatica a trattenere il magone, soprattutto se conosciamo i cani e il loro modo naturale di essere. C’è andato molto vicino, Perez-Reverte, a dar voce a una situazione strabiliante secondo il punto di vista di un branco che di umano ha solo il linguaggio. Acuto, duro e brillante, quello del branco è un punto di vista che scuote il lettore, perché, come dico sempre, se si applicasse l’etologia alla costruzione sociale, saremmo tutti animali migliori.

Sono venuti a prendermi a metà mattina. Sono arrivati tre umani con dei cappi di fil di ferro all’estremità di qualche pertica, hanno aperto la gabbia e mi hanno legato per il collo. Non ho cercato di dibattermi, perché mi sarei fatto più male, così ho abbassato le orecchie e li ho lasciati fare dopo un breve abbozzo di resistenza per rispettare le forme. Hanno preso anche il labrador color cioccolato e il bodeguero. Quest’ultimo ci guardava con occhi angosciati, senza azzardarsi a muovere neanche le orecchie, mentre ci conducevano attraverso la borgata. Oltre le baracche c’era un capannone grande circondato da altri più piccoli.
«La Gola» mi ha spiegato il labrador. «Ci sono già stato. Nei capannoni piccoli ci sono le gabbie. I lottatori sono lì.»
Stavo per chiedergli altri dettagli, ma uno strattone dei nostri sequestratori ha mozzato il respiro a entrambi. Si sentivano latrati smorzati nei capannoni, anche se davano poche informazioni. Erano latrati sconnessi, di rabbia, di minaccia. Poco identificabili, ma eloquenti. Foschi pronostici per il futuro.
«Ci hanno portato per addestrarli» ha detto il labrador.
Il bodeguero ha risposto con un gemito che ti faceva sentire male. Io ho annuito, cupo. Sapevo benissimo quello che stava succedendo. Le ombre del passato resuscitavano sinistre nella mia rintronata memoria. Riconoscevo i miei stessi latrati in quelli dei lottatori che aspettavano la loro razione di combattimento e morte. Ero stato uno di loro, e tornavo a esserlo. Anche se per il momento mi trovavo da quest’altro lato.
Ci hanno messo tutti e tre in un capannone, nella stessa gabbia. Il pavimento era coperto di escrementi. All’inizio eravamo abbagliati dalla luce esterna, ma dopo un po’ la vista si è adattata alla penombra. Ho guardato gli occhi stanchi e senza speranza del labrador, quelli del bodeguero fuori dalle orbite per la paura.
«Se devo essere sincero» ha detto il labrador, «ho voglia di finirla una volta per tutte. Sono stanco, e non mi va di tornare in quelle maledette gabbie di prima per aspettare di nuovo… Speriamo che me ne diano uno capace di farla finita in fretta.»

I cani di strada non ballano, Arturo Pérez-Reverte, Rizzoli (Scala Stranieri), 2019

 

***

Americanissimo, un pilastro, l’ispirazione per un film discreto, un noir americano di altri tempi, quelli intramontabili degli uomini duri, puri e decadenti. Joseph Wambaugh ha di certo scritto uno dei libri noir più belli, divertenti e ironici della scuola americana, dando il via a un genere che vede protagonisti i suoi ex colleghi, i poliziotti delle metropoli in pieno boom anni Settanta, con tutto ciò che ne consegue.

Roscoe Rules era poliziotto da cinque anni. Aveva braccia lunghe e mani venose. Era alto, e duro, e forte. E cattivo. Nessuno che parlasse con tanta cattiveria quanto Roscoe Rules sarebbe riuscito a passare ventinove anni su questa terra senza diventare davvero cattivo. I suoi genitori erano dei poveri contadini dell’Idaho, trasferitisi nella San Joaquin Valley in California dove si erano comprati una piccola proprietà, prima di morire ancora abbastanza giovani.
– Roscoe Rules è quello che distribuiva gli asciugamani nelle docce di Auschwitz, – dicevano i poliziotti.
– Roscoe Rules è la pecora nera della famiglia Manson… quello troppo cattivo.
– Roscoe Rules raccoglie cuccioli randagi… per darli da mangiare ai suoi piraña.
E cosí via.
Se c’era una cosa che Roscoe Rules desiderava, dopo aver visto del mondo tutto quello che gli interessava vedere, era che esistesse una parola carica di implicazioni negative quanto «negro» per i neri ma applicabile a tutto il genere umano. Dal momento che aveva poca immaginazione, aveva dovuto accontentarsi di «stronzo», pur sapendo che tutti i poliziotti di Los Angeles e del resto dell’America la usavano come un’ottima parola.
Calvin Potts, l’unico ragazzo nero tra i membri del coro, si trovò perfettamente d’accordo con Roscoe quando questi, a una riunione nel parco, espose il suo problema linguistico, in preda all’ubriachezza.
– È questa l’unica cosa di te che mi piace, Roscoe, – aveva detto Calvin. – Tu non odi solo i miei fratelli. Tu odi tutti. Ancora piú di me. Senza pregiudizi e favoritismi.
– E allora dimmi tu una parola, – disse Roscoe. Ruttava e vomitava lanciando ogni tanto un’occhiata alle sue spalle per vedere se si avvicinava Harold Bloomguard, che era pronto a lottare con chiunque si mostrasse crudele con le anatre del parco MacArthur.
– Dimmi una parola, – insistette Roscoe e lanciò furtivamente un grosso sasso contro un anatroccolo che si era avvicinato troppo, mancando per un pelo il poverino che se ne andò pigolando a raggiungere la madre.
Tutti presero a passare in rivista il repertorio della polizia per aiutare Roscoe Rules.
– Succhiafregna?
– Non è abbastanza aggressivo.
– Pallesecche.
– È vecchia.
– Cacasotto.
– No.
– Testa di cazzo.
– Lo usano tutti.
– E allora rottinculo, – disse Willie Wright, che ormai era abbastanza sbronzo da usare un linguaggio sconveniente.
– Ecco! – urlò Roscoe Rules. – Rottinculo, ecco cosa sono tutti: ignoranti disgustosi innominabili rottinculo. Mi piace! Rottinculo!

I ragazzi del coro (I Chierichetti), Joseph Wambaugh, 1975 (Einaudi 2006)

***

 

Con Shooting Up si entra nel mondo della ricerca accademica per risalire all’utilizzo legittimo e illegittimo, delle sostanze stupefacenti in seno agli eserciti. Che si tratti di autoprescrizioni da parte dei soldati, di traffici illeciti da parte di forze di sicurezza in territori sensibili, che si tratti di uso sotto controllo medico o sperimentazioni ufficiose sui soldati, le droghe e soprattutto l’alcol, sono state sempre una via di fuga e un’arma a portata di mano per gli uomini in guerra. L’autore, tradotto dall’ungherese, ne parla a lungo e cita fonti bibliografiche, eventi, ricerche e studi, dando l’opportunità a chi è interessato all’argomento, di intraprendere da solo un percorso di approfondimento su un argomento estremamente vasto e interessante..

Il British Army faceva largo uso di una medicina disponibile sul mercato dall’inizio del XX secolo con il nome di «Tabloid» o «Forced March» (marcia forzata). Il farmaco conteneva cocaina ed estratto di noci di cola ed era prodotto dalla Burroughs Wellcome & Co., una famosa casa farmaceutica di Londra che fu anche la prima a lanciare la produzione di cocaina in compresse. Questo sviluppo segnò una sorta di «rivoluzione farmaceutica», dal momento che prolungava la scadenza della droga e ne consentiva uno stoccaggio e un’assunzione migliore, oltre a migliorarne gli standard di igiene. Lo slogan pubblicitario del Tabloid diceva che «allevia la fame e prolunga la resistenza». Il dosaggio raccomandato era una compressa «da far sciogliere in bocca ogni ora in caso di continui stress mentali o sforzi fisici». Il Forced March fu impiegato con successo durante le lunghe ed estenuanti spedizioni polari, per esempio nella fallimentare corsa al Polo Sud condotta da Ernest Shackleton (1907-1909) e nella riuscita escursione polare del 1912 di Robert Falcon Scott, che raggiunse il Polo Sud un solo mese dopo il suo primo conquistatore, il norvegese Roald Amundsen. Anche quest’ultimo, comunque, usava rinfrancarsi con le pillole stimolanti della Burroughs Wellcome. Visto che il Forced March funzionò così bene durante queste spedizioni estremamente sfiancanti, sembra naturale che il comando del British Army decidesse di provarlo sui soldati in spedizione in Europa.

Data l’assuefazione di proporzioni epidemiche tra i veterani della prima guerra mondiale, abbiamo motivo di credere che il conflitto regalò a centinaia di migliaia di uomini una dipendenza dalla cocaina. I combattenti, soprattutto sul fronte occidentale, erano con ogni probabilità quasi sempre ignari.

Shooting Up, Storia dell’uso militare delle droghe, Łukasz Kamieński, Utet 2017

***

Nel 1979 in Italia viene tradotto il saggio sociologico, davvero molto controverso, “Le Basi Morali di una Società Arretrata”, uscito nel 1958 e scritto dallo studioso Edward C. Banfield in collaborazione con sua moglie Laura Fasano. Gli studi per il saggio sono stati fatti a Chiaramonte, piccolo paesino nel centro della Basilicata rurale, poco più di 3000 abitanti. Nell’opera di Banfield il paesino viene chiamato con un altro nome, Montegrano, per seguire la regola scientifica dell’osservazione, ma si spiega perfettamente che è stato scelto come base per lo studio a causa della sua particolare arretratezza culturale, sociale ed economica che favorisce la passività degli abitanti a fronte di condizioni economiche e di vita durissime. Banfield nel saggio redige le leggi morali di quella che considera una società arretrata ,basandosi sulla vita quotidiana e sugli atteggiamenti sociali degli abitanti di Chiaramonte, sulla loro scelta della resistenza passiva alle condizioni negative di vita, sul silenzio collettivo in merito a soprusi sul lavoro e dell’amministrazione politica. Quello di Banfield è un approccio che crea dibattiti ancora vivi su quanto la cultura sia di peso nello sviluppo o nell’arretramento di una comunità a livello sociale ed economico. Banfield crea la teoria del “familismo amorale”, cioè ipotizza che la causa dell’arretratezza della collettività di Chiaramonte, si basi sulla concezione che “si va avanti mettendo al primo posto il beneficio della famiglia” e che “il resto della comunità deve adeguarsi a questo”. Il familismo amorale è lo stato-famiglia che spiana la propria strada verso il benessere a discapito della società: è corruzione, malaffare, etica malata o mancante, è chiusura, regressione, violenza e regola assoluta sui legami di sangue. Studiando questo paesino della Basilicata, Banfield redige degli aspetti principali che sembrano guidare, come delle regole, questa società degli anni Cinquanta particolarmente regredita rispetto al contesto contemporaneo del centro-nord Italia.
Alcuni di questi aspetti, se non tutti, sono notevolmente di attualità nel 2019 e andrebbero approfonditi parecchio nella loro caratteristica di intramontabili sfumature della società (italiana). Fra gli altri, in una lista rapida che invito a completare con la lettura del saggio:

– Nessuno promuoverà gli interessi di un gruppo o di una comunità se non vi è beneficio personale.
– Solo i funzionari penseranno agli affari pubblici, perché solo loro sono pagati per questo. Per un privato, un serio interesse per i problemi sociali sarà anormale o addirittura indegno.
– Il comportamento dei funzionari è dovuto a un numero molto limitato di restrizioni, poiché la gestione di questi controlli è di competenza di altri funzionari: i privati non si assumono responsabilità nella gestione delle faccende pubbliche.
– La legge sarà violata quando non vi è alcun rischio di punizione.
– Il funzionario prenderà tangenti quando possibile. Indipendentemente dal fatto che le prenda o meno, tutti daranno comunque per scontato che le prende, contribuendo a creare la convenzione.
– I deboli preferiranno un regime che manterrà l’ordine con una mano forte.
– L’affermazione sociale di chiunque sia motivato dal pubblico beneficio, e non dal suo guadagno personale, è percepita come una frode.
– Non esiste alcun legame tra principi politici astratti e comportamenti concreti nella vita di tutti i giorni.
– Non ci sono leader né seguaci. Nessuno avanzerà una iniziativa e convincerà le persone a parteciparvi (se non è nell’interesse privato), e se qualcuno si offrisse al comando, per portare avanti la proposta, la gente lo respingerebbe per diffidenza.
– Il voto verrà utilizzato per un guadagno tangibile a breve termine.
– I miglioramenti nella società saranno apprezzati da una persona solo quando beneficeranno lui e i suoi cari. Voterà contro i miglioramenti che non lo avvantaggiano personalmente, mettendo a confronto la sua vita con quella del vicino.
– L’elettore non presta attenzione alle promesse dei partiti. Voterà per coloro che hanno già fornito alcuni benefici e non per quelli che li promettono soltanto.
– Si presume che qualsiasi gruppo di potere sia egoista e corrotto.
– I lavoratori offriranno i loro servizi a coloro che pagano di più. La loro tendenza a cambiare appartenenza spiega i balzi inaspettati dei risultati dei partiti alle elezioni

Le basi morali di una società arretrata, Edward C. Banfield, 1979 (Il Mulino, 2010)

***

 

In America è stato davvero un esordio distopico coi fiocchi: Omar El Akkad, giornalista egiziano specializzato in reportage sul terrorismo, decide di entrare nel mercato della narrativa di fantascienza con un romanzo che proietta gli Stati Uniti in un futuro dal sapore mediorientale. I problemi e le contraddizioni delle politiche attuali, controverse, aggressive, vengono esasperate in un futuro, il Ventiduesimo secolo, dove la tortura, la povertà, la comunità spaccata in mille pezzi da una guerra tra Nord e Sud, l’odio, l’estremismo, il terrorismo, sono pane quotidiano. Il tutto condito da un molto attuale discorso climatico che, per quanto possa sembrare un facile riempitivo in una storia che ha l’aria di un cliché, in realtà è un elemento solido che non si veste di propaganda. Non è un libro con il trucco, di quelli che cavalcano l’onda. E’ un romanzo che funziona, nonostante sia stilisticamente ingenuo, quasi un romanzo per giovani: funziona perché semplicemente rovescia la narrativa dei fatti, cioè cosa succederebbe se l’America finisse per utilizzare su se stessa le dinamiche che mette in atto all’esterno, per risolvere e gestire situazioni aliene alla sua natura di democrazia illuminata e terra promessa. Alla sua uscita non è piaciuto granchè, ma i colleghi giornalisti e moltissimi lettori hanno deciso che questo libro vale.

Karina aveva vissuto più della metà della sua vita al Sud, eppure spesso si sentiva ancora una straniera. Veniva da una famiglia di medici – nativi delle isole del Bangladesh, dalla mente analitica e tagliente come una lama, che si erano riscattati dalla povertà più nera e dagli stenti, e non avevano avuto né il tempo né la pazienza per i sentimentalismi. Da giovani, i suoi avevano conosciuto il peggio della guerra – l’esodo disperato verso Nord, in fuga dall’avanzata del mare, il massacro di Arunachal, le quattro Primavere mancate – e si erano dedicati ad alleviare la sofferenza degli altri, ovunque la incontrassero.

I primi ricordi di Karina erano degli ospedali da campo e delle lenzuola impregnate di sangue – la grancassa tonante della guerra. Aveva assistito all’ultima espansione russa, alle guerre di conquista nei confini più remoti del Bouazizi. Aveva suturato la prima ferita a quattordici anni, legato il primo laccio emostatico a quindici. Conosceva la guerra, la conosceva meglio di quelle vedove deliranti e bisognose di un totem a cui aggrapparsi. E ormai aveva capito – al contrario di tutta quella gente che veniva a toccare la fronte di Simon – che la miseria della guerra è l’unico linguaggio davvero universale. Gli uomini che lo parlano fin dalla nascita vivono nei luoghi più disparati, e le preghiere che recitano non sono mai le stesse, come le superstizioni a cui si aggrappano: eppure sono tutti uguali. La guerra li ha spezzati tutti, rendendoli timorosi, furenti e vendicativi allo stesso modo. In tempo di pace e prosperità, non c’è nulla che li accomuni: ma se privati di entrambe le cose, si rivelano identici. Il motto universale della guerra – Karina ormai l’aveva imparato – è semplice: se fosse toccato a te, avresti fatto lo stesso.

American War, Omar El Akkad, Rizzoli 2017

***

Un libro bellissimo, che ho letto in preparazione di un articolo per questo blog e che tratta una parte di storia incredibile e vicina nel tempo più di quanto si pensi. Dominique Kalifa è uno storico francese e solo in francese (inspiegabilmente, vista la qualità e unicità del tema trattato) si può leggere questo saggio su Biribi, il sistema carcerario nato nel 1800 che divenne ben presto un elemento pittoresco della società francese, ma che in realtà nascondeva un ingranaggio politico, sociale e umano devastante. Furono centinaia di migliaia i detenuti militari che finirono a Biribi e non ne uscirono mai: reietti, violenti, asociali, psicotici, così si definivano alla fine della loro pena lontano da casa, nelle colonie francesi dove Biribi imperversava, con le sue gang criminali interne, il suo linguaggio unico, le sue regole e la disciplina stravolta. Torture, assassini, stupri, il concetto di sistema carcerario punitivo era più che mai sepolto sotto il tappeto, mentre in contrasto con i fasti della Belle Epoque, in Francia la società in ascesa si sentiva intrigata dai reportage esotici dei giornalisti di fine secolo, che raccontavano di uomini duri, tatuati, soldati silenziosi, feroci, criminali in divisa perfetti per le storie d’appendice e le illustrazioni dei giornali della domenica. Più Biribi intrigava l’opinione pubblica, più i suoi scandali e la sua natura disumana passavano in secondo piano, finchè nel 1970, ne fu decretata la fine. Biribi smise di esistere, ma divenne leggenda.

C’est sur le registre de la dénonciation que Biribi fait irruption dans la conscience et dans l’histoire nationale. D’emblée, le terme a partie liée avec l’horreur, l’arbitraire, le non-droit. Comme pour Cayenne, c’est la métaphore de l’enfer qui s’impose : Biribi, géhenne moderne, lieu de tortures, enfer militaire… Si les premières critiques s’élèvent dès la conquête de l’Algérie, en lien avec la personnalité et les méthodes contestées du général Bugeaud, c’est au début du XXe siècle que le thème s’épanouit. Il est inséparable de l’antimilitarisme, dont les combats s’intensifient à la Belle Epoque, inséparable aussi des grandes campagnes journalistiques qui se multiplient à la même période. Mais l’ombre du capitaine Dreyfus, victime lui aussi des conseils de guerre, et le combat pour les droits de l’homme lui confèrent une portée plus large. Jusqu’aux lendemains de la guerre d’Algérie, Biribi est ainsi le symbole de la lutte contre l’oppression militaire. Les récits qui le dénoncent sont souvent difficiles et parfois insoutenables, mais il convient de ne pas céder à la « cécité imposée par le sentiment d’horreur». Biribi a son style, son odeur, son langage, qu’il n’est bien sûr pas question d’atténuer dans une histoire aseptisée.

Biribi. Les bagnes coloniaux de l’armée française, Dominique Kalifa, Perrin (Tempus), 2016

***

Visto per caso su una segnalazione di Twitter, la didascalia di quest’opera di Westad mi ha colpito: essendo stata scritta da un analista di livello internazionale, quando ho letto che si trattava probabilmente del migliore saggio mai scritto sulla Guerra Fredda, ho deciso che dovevo metterci le mani sopra. L’autore del Tweet proponeva la lettura in occasione della prima, importante traduzione in francese del libro, grazie all’editore top di gamma Perrin.  Si tratta dell’ultimo lavoro di Westad, autore norvegese già tradotto in Italia e che ha passato la sua vita di storico a dipanare la matassa e i segreti della Guerra Fredda. La domanda ovvia è: sulla Guerra Fredda si sono scritti fiumi di libri, perché questo è diverso? Westad mette per iscritto, con tanta pazienza e un lavoro di ricerca bibliografica monumentale, la storia mondiale di un conflitto che per molti è delimitato a una zona del globo ben precisa. In realtà Westad analizza la storia, gli eventi e il presente per dimostrare fino a che punto, con quanta forza, la Guerra Fredda abbia influenzato tutto il mondo, sia ieri che oggi, portando al presente avvenimenti influenzati da decisioni apparentemente piccole ma che hanno sconvolto lo stato delle cose. Uomini, donne, piccole città o metropoli, nord e sud del mondo, da Oriente a Occidente, la Guerra Fredda non ha escluso nessuno dal suo terreno di battaglia. Un libro da leggere e da consultare davvero bellissimo.

In Moscow, Khrushchev observed the revolutions in the Middle East with satisfaction and not a little glee. “Can we imagine a Baghdad Pact without Baghdad? This consideration alone is enough to give Dulles a nervous breakdown,” the Soviet leader grinned to his comrades in Moscow. But Khrushchev was not about to give the new Iraqi leaders, or their Egyptian backers, any hard guarantees against US interventions. He told Nasser, who flew to Moscow for an urgent meeting in the wake of the US troop landings in Lebanon, that he would not provide sophisticated weapons systems for Arab use. “If the need arises,” the Soviet leader argued, “then it would be better to launch [these weapons] from our territory.… [And] you can be assured that if aggressors start a war against your country, then we will help you by means of these rockets.” Khrushchev found the Middle East to be a hopeful but confusing region, where Soviet power could do little but prod the new regimes in the direction of social reform, socialist planning, and ever-closer military, political, and economic relations with the Soviet Union.
Soviet room for action in the Middle East was caught between its experts’ Marxist analysis of class-struggle and the political and strategic aims of its leaders. Both the Arab and the Persian Middle East were seen as too backward for genuine socialist revolutions. Their immediate future would be nationalist revolutions against Western imperialist domination carried out by the local bourgeoisie and its allies. The Soviet Union should be a backer of such revolutions, although it had to realize their character, which was defined by the narrow local self-interest of their protagonists. But while Middle Eastern bourgeois nationalists could not have the same global class perspective as Soviet or eastern European Communists, they could still be part of an international front against the West. Soviet purposes in the Middle East did not need true socialist revolutions. They only needed movements and regimes that rebelled against Western control of their resources, and that sought Soviet support in doing so.

The Cold War, A world history, Odd Arne Westad, Basic Books 2017

***

Letto anche questo durante una ricerca per il blog: non è proprio una di quelle letture che si consigliano a una cena di fine anno, ma ha i suoi perché. Mi sono imbattuta nel Kubark mentre approfondivo le tecniche di indagine e interrogatorio della polizia norvegese, un argomento che presenta aspetti interessantissimi. Vista l’attuale situazione sociale e politica della Norvegia, nonché di tutta l’Europa del Nord, ci si è domandati più volte come le autorità di posti ieri quasi idilliaci abbiano reagito a uno stravolgimento sociale che comprende fattori estranei come il terrorismo, la criminalità di strada, le gang, la mafia. Ho seguito le tracce del fallimentare modello di indagine norvegese, scoprendo che fino a pochi anni fa, la polizia fino ai gradi più alti non aveva nessuna formazione specifica su interrogatori e investigazioni, ma entrava in campo seguendo un modello ibrido costruito sulle tecniche di The Shield, The Wire e Law And Order. Da qualche anno invece, le autorità norvegesi hanno creato un loro modello di formazione, grazie alla solidarietà della polizia inglese, ricca di strumenti adeguati per l’educazione delle forze in campo. Ma anche grazie al Kubark, il modello messo in piedi dalla CIA negli anni Sessanta e Settanta, un vero e proprio manuale di “gestione dei colloqui” che oggi ha dato le basi per la costruzione di uno standard meno aggressivo ma altamente funzionale di interrogatorio. Nato nello specifico per vincere le resistenze di soggetti preparati (agenti di intelligence straniera, terroristi, agenti corrotti), il Kubark è un insieme di sette manuali, rieditati e ampliati nel corso degli anni fino al 2014, in cui si illustrano le tecniche principali e di successo per uscire vittoriosi da un faccia a faccia con un soggetto ostile che non vuole fornire nessuna informazione. Il Kubark è ovviamente, un manuale inviso alla società civile, che lo considera la Bibbia dei demoni di Guantanamo. Si parla senza mezzi termini di tecniche di tortura, sfiancamento, deprivazione sensoriale, di aggressioni verbali camuffate, degli atteggiamenti fisici e mentali da tenere davanti a un fermato. Nasce come arma di difesa contro la minaccia comunista, a cui fa riferimento in lungo e in largo prendendo ad esempio anche le tecniche utilizzate in Indocina sui prigionieri francesi.

KUBARK, CIA interrogation manual, 1963 – 2014

 

***

Qualcuno ha mai conosciuto una persona che ha letto questo libro di Pynchon? Nel caso di un sì, non si faccia sfuggire il temerario avventuriero che ha deciso di imbarcarsi nell’impresa, davvero non da poco. L’arcobaleno della gravità è uno dei libri di guerra più assurdi, sconclusionati, caotici, illuminati, profondi e totali che siano mai stati scritti e, in quanto opera letteraria indescrivibile e non inquadrabile, è anche un libro che ha diviso per generazioni i lettori e la critica. Si tratta di un monumentale viaggio all’interno della conoscenza umana, ma senza un filo logico afferrabile al primo impatto, un viaggio faticoso ma ricchissimo dove quello che si racconta è tutto, su tutto. Il romanzo prende come spunto il precipitarsi di uno dei protagonisti in una realtà alternativa, alla fine della Seconda Guerra mondiale, dove il centro di tutto è un razzo, un razzo che sembra rispondere a certi stimoli del protagonista e che esplode via via in questa o quella città, mentre una rete fittissima di personaggi, storie, luoghi, avvenimenti si intreccia, avvicinandosi e allontanandosi dalle esplosioni. Sono quasi mille pagine di un romanzo a tratti incomprensibile, che va ripreso più volte, spesso rileggendo le pagine con rassegnazione e un sorriso, ma alla fine l’impresa che si conclude, con noi che abbiamo il fiatone e ci sentiamo dei pazzi alla deriva, è gratificante come poche cose. Il romanzo ha vinto il premio Nebula, che non ha bisogno di presentazioni, e non si può definire certamente una storia di guerra, ma nemmeno di fantascienza. Si tratta di un flusso ininterrotto di realtà che si interseca nell’astrattismo più intimo dell’autore (o del lettore?) e che, per quanto sia così claustrofobico con tutti i dati e i dettagli e la composizione matematica e ferrea dell’architettura generale, è sicuramente un libro di grandissime vedute e respiro.

Il mormorio inquieto del Baltico color grigio Wehrmacht si propaga lungo la spiaggia. Von Göll solleva in segno di saluto un invisibile cappello tirolese davanti alle coppie di vecchie signore vestite di nero, uscite a prendere un po’ di sole. Otto rincorre i gabbiani, le braccia tese in avanti come in un film muto, quasi volesse strangolarli, ma quelli gli sfuggono ogni volta. Presto si unisce a loro un tipo con il naso bitorzoluto, la schiena curva, la barba lunga di una settimana – una peluria arancione punteggiata di grigio – un impermeabile militare di pelle troppo grande per lui, senza pantaloni sotto. Si chiama Närrisch – quello stesso Klaus Närrisch, esperto di aerodinamica, denunciato da Horst Achtfaden allo Schwarzkommando. Si porta appresso, tenendolo per il collo, un tacchino morto non ancora spennato. Mentre si fanno strada fra le macerie, piccole e grosse, prodotte dalla battaglia per la conquista di Swinemünde la primavera precedente, gli abitanti della cittadina cominciano a uscire alla spicciolata dalle rovine e ad avvicinarsi a Von Göll dal lato terra, gli occhi di tutti puntati sul tacchino morto. Springer infila la mano nella giacca bianca e ne tira fuori una calibro 45 dell’esercito americano e, con aria indifferente, ne controlla il funzionamento. Il suo codazzo si dimezza immediatamente.
«Oggi hanno più fame del solito», nota Närrisch.
«Sì, è vero», risponde Springer, «però ce ne sono di meno.»
«Oh», dice Slothrop, «proprio un bel commento di merda.»

Springer si stringe nelle spalle. «Li compatisca pure, ma non si faccia nessuna illusione su di loro. Se vuole può disprezzarmi, può esaltarli, però si ricordi che noi ci definiamo a vicenda. Gli eletti e i preteriti, ci muoviamo in un disegno cosmico di luce e oscurità e, in tutta umiltà, posso dire di essere uno dei pochi a capirlo in toto. Ragion per cui, caro giovanotto, rifletta onestamente e decida da che parte vuole stare. Mentre loro soffrono nelle tenebre perpetue, per noi sono… sempre…»
GIORNI RADIOSI (FOXTROT)
… giorni radiosi per il mercato ne-ro,
L’oro e l’argento lo fanno luccicare!
Dal Mar dei Coralli al Baltico celestino,
La molla di tutto è il denaro, lampeggia
Come un faro, da ogni décolleté divino,
Il cartellino del prezzo si vede affiorare…
Sia verde o scarlatta, anche mamma è una mignotta,
È il disegno di Dio, e non si può cambiare…
Sono giorni di sole per il mercato ne(e)ro,
L’oro e l’argento lo fanno luccicare!

L’arcobaleno della gravità, Thomas Pynchon, 1973 (BUR 2007)

***