Oggi tra i vari accademici contemporanei, ci sono due giganti dell’orientalismo e sono entrambi francesi: uno è Gilles Kepel, l’altro è Olivier Roy. I due non si stanno molto simpatici e anche nei media è un po’ una giostra di parole e ripicche, botte e risposte che troviamo anche nei loro libri dove si lanciano punzecchiature in differita. Personalmente penso che Roy abbia le idee più chiare e soprattutto più aperte sui motivi che portano i giovani occidentali (e non) tra i 16 e i 35 anni a radicalizzarsi. Secondo Roy, il problema non è nella religione, non in una sua interpretazione e nemmeno in una sua manipolazione politicizzata; il problema sarebbe invece lo stesso di tutti i flussi rivoluzionari che hanno attraversato la storia, cioè l’insofferenza e il disprezzo per la società vissuti in maniera individuale, con la differenza che i radicalizzati scelgono il terrorismo invece della rivolta di strada, così come scelgono la morte per essere protagonisti, scansando la classica fuga con esultante rivendicazione degli attacchi da lontano.
Secondo Roy, la decadenza della società avvicina molto di più i giovani alle facili regole di una religione che può essere sia molto complessa, nella sua natura originale, sia molto superficiale e piena di dogmi inspiegabili nella proposta un pochino mappazzonata fatta, per esempio, dallo Stato Islamico. Lo specchietto per allodole della religione, piuttosto che la fede vera e propria, è quindi la trappola numero uno per chi osserva il fenomeno senza andare a fondo. Ho sempre pensato, guardando le rare interviste a protagonisti di alto profilo e soprattutto reclutatori dello Stato Islamico, che le contraddizioni sostenute nella loro narrativa appaiono davvero gigantesche. Un esempio è certamente la rigidità mostrata dal reclutatore intervistato in esclusiva nel documentario di quest’anno, Mosul, un reclutatore che non è in grado di proporre una risposta coerente quando messo di fronte a domande semplici e logiche che analizzano la sua fede. Le risposte enigmatiche o preconfezionate, come le citazioni tematiche o i detti di personalità ritenute importanti, non possono bastare come risposta a un estraneo che non conosce e non crede nell’Islam. Poiché il tessuto basico del radicalismo è comunque quello religioso, i paletti imposti all’elasticità mentale di chi decide di intraprendere questo percorso sono molto rigidi: soprattutto, non si può mettere in discussione la parola scritta e nemmeno la parola gerarchica. Quindi, da una citazione coranica a una imposizione assoluta dell’emiro, l’unica risposta è il silenzio assenso, l’unica azione il passaparola.
Al-Qaeda, che fino al 2015 era il centro dell’universo dei radicalizzati e del terrorismo, non ha mai utilizzato grandi bugie nella sua elaborazione della guerra per la ummah, il grande, ideale, unico e definitivo mondo islamico che è il sogno cullato dalle comunità. Lo Stato Islamico invece ha letteralmente reinventato una religione che nella sua struttura ha poco a che fare con l’Islam tradizionale, una religione in cui il racconto principale è l’Apocalisse (un concetto totalmente inventato) e dove la sostanza è fatta di comandamenti precisi (un collage di cose vecchie e nuove, decontestualizzate o rivisitate) che sono la strada diretta per la costruzione del Califatto. Un Califatto che per loro stessa ammissione è destinato a esplodere non appena si sarà formato, poiché l’Apocalisse, che è il futuro immediato del mondo conosciuto, è anche il termine della strada alla fine del jihad e la morte del soldato nel jihad e nell’Apocalisse, è anche la sua espressione di fede suprema. In poche parole, lo Stato Islamico nelle sue disquisizioni, nella sua dottrina ufficiale, nelle sue pubblicazioni (specialmente quelle destinate a occhi digiuni del Corano), punta moltissimo sul fatto che l’Apocalisse è dietro l’angolo e che moriremo tutto in una fine dove i “romani” verranno finalmente sbaragliati dai “musulmani”. Non solo, visto che dobbiamo morire, facciamolo in grande, da soldati, portando con noi più infedeli possibile, rendendo grande il timore della lotta per il Califfato.

Sì, sembrano scemi ma probabilmente lo sono soltanto quelli che senza leggere una riga del Corano lasciano l’appartamento al quinto piano di Milano per voler morire in Siria. Ed è qui che entrano in gioco la decadenza, l’amore per il nichilismo, l’insofferenza personale e la natura da disadattato, elementi che contribuiscono alla presa di un giovane occidentale. Non l’improvviso amore per un hadith del Corano, non l’illuminazione data da cinque anni di studio dell’arabo e del Libro Sacro, non la conoscenza approfondita della storia di Maometto o dei protagonisti che rendono l’Islam ciò che è. Infatti, lo Stato Islamico e anche Al-Qaeda, hanno sempre dovuto offrire un po’ di supporto extra alla loro favola horror: storie di eroi piene di imprese eccezionali, manifestazioni di grande solidarietà alle famiglie dei martiri, soprattutto economiche. Con lo Stato Islamico sono arrivate le musiche, lo slang, i materiali fantastici come i manuali per la dissidenza metropolitana, per il combattimento urbano, manuali per fare le molotov o per comprare una Makarov, è arrivato l’uso dei social, la presenza nel deep web, l’uso consapevole della rete sia per la propaganda che per l’hacking. Tutto questo rientra nella visione teorica di Roy e nel suo percorso di studio sui fenomeni di radicalizzazione osservati soprattutto (ma non soltanto) in Francia, dove la percezione del “radicalismo francese” si sta sviluppando in maniera sproporzionata, portando uno spettatore poco addentro al quadro generale, a credere che la Francia abbia un problema di radicalismo insito nella propria società (per cause storiche, come ad esempio il colonialismo). In realtà i numeri e l’analisi sul campo portati da Roy raccontano una storia diversa, in cui la teoria della rivalsa etnica, storica e religiosa sui francesi viene ridimensionata se non spesso annullata del tutto.

 

 

 

Per Kepel invece, il problema del radicalismo e del fascino che gli occidentali subiscono per il concetto a loro totalmente estraneo di jihad, nascerebbe da una disciplina sempre più ferrea, che caratterizza una certa intepretazione. Prevalgono per lui, in modo marcatissimo, la “spiegazione” e la messa in pratica esclusivamente religiose, le cui responsabilità vengono attribuite agli accademici, agli imam, a chiunque all’interno dell’Islam lavori per un discorso finalizzato a traviare il messaggio e quindi l’ascoltatore. Il messaggio religioso è infatti estremizzato, le comunità radicali sono quelle che costruendo e diffondendo la loro versione violenta, accolgono provetti fedeli che già si avvicinano all’Islam per conto proprio, alla ricerca di quella specifica strada, la strada dell’ortodossia. Cioè, l’Islam salafita sarebbe il responsabile di tutti i toni estremisti e mortali che danno vita al terrorismo e, chi vi si avvicina, lo fa perché l’Islam che segue non lo soddisfa o sente il bisogno di elevare la propria fede a un livello accessibile solo al vero musulmano illuminato.
Questo stesso presupposto però, pone dei limiti all’interpretazione di Kepel, perché identifica una determinata corrente di fedeli dell’Islam come causa della radicalizzazione. In realtà i protagonisti degli attacchi recenti non hanno niente a che vedere con quel tipo di corrente religiosa, contesto e storia. Molti di loro non parlavano arabo, non conoscevano le scritture classiche, Imam dei tempi passati, o gli autori necessari e obbligatori nell’istruzione coranica. Venivano però da contesti molto scolarizzati, dove in realtà l’integrazione occidentale era completa. Un po’, a volte, come rivedere i militanti che vogliono sollevare le sorti del proletariato ma in estate usano lo yatch del padre.
Quindi con la teoria di Roy si potrebbe spiegare molto più facilmente il senso della fascinazione che l’Isis ha sugli occidentali, con il suo contesto artificiale che permette di mettere in scena tutte le intime emozioni, il disagio, le brutture e il racconto pessimista di una persona a cui in realtà della lotta contro gli infedeli e tanto meno dell’ideologia politica non frega niente (infatti si contano zero jihadisti nella lotta palestinese). Non gli importa nemmeno dell’aspetto religioso, poiché sono i primi a rendersi conto che la fede che gli viene richiesta è fasulla e non profonda, limitata da dogmi e da una dottrina che si sta formando solo adesso e che della tradizione classica, seleziona solo elementi utili all’appeal generale, come minacce, passaggi macabri, citazioni di morte e guerra. Ai radicalizzati importa solo essere protagonisti di un contesto che va più che bene per esprimere se stessi, protagonisti di qualcosa in cui è insita una vanità che si radica man mano che il percorso diventa più lungo, si vedano per esempio i messaggi o lo sfoggio sui social degli attentatori europei nel periodo precedente agli attacchi. Una vanità molto occidentale, che contempla feste, alcolici, droghe, promiscuità. Osservamenti religiosi blandi che perdono totalmente la loro importanza, soprattutto nel caso degli espatriati che vogliono tornare. Sono pentiti, rinnovano l’orrore per quello che hanno fatto, rinnegano tutto, le loro giustificazioni fanno riferimento ai dogmi imposti dall’indottrinamento e non vi è la minima passione o coerenza nel cercare di dimostrare gli effettivi perché. Che non esistono. Chi vuole tornare, sono quelli che si riscoprono ex occidentali, per la maggior parte ingannati da una bella narrativa.
Personalmente consiglio la lettura di Roy prima di Kepel, che comunque completa altri aspetti interessanti legati all’Islam, come le differenze tra le minoranze e le loro espressioni teologiche e politiche.

 

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Spesso si considera il jihadismo un’estensione del salafismo. Non tutti i salafiti sono jihadisti ma tutti i jihadisti sarebbero salafiti: di conseguenza, il salafismo sarebbe la via di accesso al jihadismo. Sulla base di tale prospettiva, la radicalizzazione religiosa costituirebbe il primo stadio della radicalizzazione politica. Come si è visto, in realtà le cose sono molto più complesse.

Senza dubbio i giovani radicalizzati sono sinceri credenti. Pensano che andranno in paradiso, i loro quadri di riferimento sono profondamente islamici, entrano in organizzazioni decise a stabilire un sistema sociale islamico e, nel caso dell’Isis, a ripristinare il Califfato. Ma di quale forma di Islam stiamo parlando? L’errore consiste nel focalizzarsi sulla teologia e, di conseguenza, sui testi e nel cercare un corpus coerente di dottrine per rispondere alla solita domanda: si può opporre un “Islam moderato” all’“Islam radicale”? Lasciando da parte le frange “islamofobe” per le quali non può esistere un Islam moderato, la risposta fornita dalle autorità musulmane tradizionali, dagli intellettuali musulmani liberali, dalle autorità politiche secolari e dalle istituzioni pubbliche consiste nel cercare di tracciare una linea in grado di discriminare l’Islam buono, che rifiuta il terrorismo fornendo un’interpretazione spirituale della jihad, dall’Islam radicale, salafita, wahabita, visto come l’incubatore del terrorismo.
Come si è visto, però, i jihadisti non passano alla violenza dopo una riflessione sui testi. Per farlo, dovrebbero disporre di una cultura religiosa che non hanno e, soprattutto, non sembrano interessati ad acquisire. Non si radicalizzano perché hanno letto male i testi o sono stati manipolati: sono radicali perché vogliono esserlo, perché è solo la radicalità ad attrarli. Qualsiasi base di dati si scelga, emerge come costante la scarsità della cultura religiosa dei jihadisti. Le quattromila schede di foreign fighter reclutati dall’Isis mostrano che se da una parte il livello di scolarizzazione generale non è trascurabile (la maggior parte di loro ha portato a termine la scuola secondaria superiore), dall’altra ben il 70 per cento dichiara di avere solo una conoscenza di base dell’Islam. Visto che coloro che provengono da Arabia Saudita (in cui a scuola l’insegnamento religioso è obbligatorio e fondamentale), gli egiziani, i tunisini e gli indonesiani ritengono di possedere un buon livello di conoscenza dell’Islam, evidentemente gli occidentali che dichiarano una conoscenza solo elementare dell’Islam devono essere ben più del 70 per cento.

Due sono le ragioni per le quali la maggior parte degli analisti privilegia i testi: da una parte, sono facilmente accessibili per il ricercatore “erudito” che può lavorare tranquillamente nel suo ufficio senza doversi sobbarcare l’onere di inseguire le tracce dell’immaginario del radicale, dall’altra, sono la sola cosa che oggi viene rubricata sotto l’etichetta di “religione”. La profonda secolarizzazione delle nostre società e dei nostri saperi spinge ad approcciare la religione solo attraverso i testi ignorando ciò che io definirei come “religiosità”. La teologia interpreta i testi all’interno di un sistema discorsivo inglobante che isola il dogma da tutto il resto, dalle emozioni, dall’immaginario, dall’estetica. Ma quello che qui ci interessa è la religiosità, e non la religione, ossia il modo in cui il credente vive la fede e si appropria di elementi teologici, pratiche, immaginari e riti per costruirsi una trascendenza che, nel caso del jihadista, si incardina sul disprezzo della vita, la propria e quella degli altri.
In proposito si deve distinguere fra l’Islam di Daesh, molto più legato alla tradizione metodologica dell’esegesi degli hadith del Profeta (l’organizzazione si avvale, con ogni evidenza, della penna di “esperti” versati nelle scienze tradizionali), dall’Islam dei jihadisti, che si articola soprattutto intorno a un immaginario contemporaneo incentrato sull’eroismo e la violenza. L’esegesi dell’Isis, che riempie le pagine di “Dabiq” e “Dar al-Islam”, le due riviste scritte rispettivamente in inglese e francese, e quindi accessibili ai volontari occidentali, non costituisce certo la causa della radicalizzazione (che inizia nel 1995). I radicali non ricorrono mai alle lunghe analisi dimostrative scandite da riferimenti alle hadith tipiche dell’Isis. A funzionare è l’articolazione fra l’immaginario radicale e la “razionalizzazione” teologica offerta dall’Isis fondata non su un sapere reale ma su un argomento di autorità.

Quando parlano di “verità”, i giovani jihadisti non si riferiscono mai a un sapere discorsivo ma alla loro certezza, talvolta suffragata da qualche rimando agli shuyukh, agli sceicchi, che non hanno mai letto. Vi trovano quello che vogliono. L’articolazione fra immaginario e sapere passa attraverso due cose: la terminologia (si è visto come si infarciscano il francese o l’inglese di parole arabe) e l’asserzione brutale e non discorsiva di un versetto o di un hadith (come il famoso versetto “Non sceglietevi per alleati gli ebrei e i cristiani, sono alleati gli uni degli altri”). Si sbattono in faccia all’interlocutore brevi testi (come facevano le Guardie rosse con le citazioni di Mao) senza alcun riferimento ad altre fonti e, ancor meno, senza cercare un senso più globale. Anche coloro che ritengono di potersi distinguere dagli altri per il loro sapere restano all’interno di tale logica incantatoria, come Cédric, un convertito francese, che durante il suo processo afferma: “Io non sono un jihadista da tastiera, non mi sono convertito su YouTube. Io leggo i sapienti, i veri sapienti” (in realtà non sa leggere l’arabo ed è entrato in contatto con i membri della sua rete tramite Internet). Poi aggiunge: “Io ho le prove, è il vero Califfato. Non bisogna nascondersi, tutto ciò che desidero è andare là”.
I radicalizzati parlano di religione assai meno dei salafiti, i loro post e i loro testi, infatti, appaiono più incentrati sull’azione. In al-Qaeda la circolazione di testi religiosi è secondaria, mentre è centrale nella propaganda dell’Isis e assume forme incantatorie presso i radicalizzati, le cui letture avvengono soprattutto tramite la Rete: al-Awlaki è molto popolare in quanto parla in inglese. Per questo, prima di ritornare sulla questione del salafismo cercherò di approfondire il tema dell’immaginario dei jihadisti.