Per quanto blindata e ferocemente ostile agli sguardi del mondo esterno, la Corea del Nord sta perdendo via via tutti i suoi segreti, grazie ai sistemi di sorveglianza sempre più efficaci che permettono il monitoraggio e l’analisi dei dati. Spiare la Nord Corea da lontano, precisamente dal cielo grazie ai satelliti, è l’unico modo per restare aggiornati sull’evoluzione militare di una nazione che tiene ben nascoste le proprie risorse. A livello politico e culturale, la dinastia Kim sembra più ben disposta nel lasciar trapelare i fondamenti del proprio autoritarismo, con generose pubblicazioni a tema Juche che trovano spazio perfino in Italia, grazie all’attività di supporter come blogger dediti alla propaganda, istituzioni di rappresentanza diplomatica che mirano a consolidare la narrativa nordcoreana o anche case editrici che se ne fanno portavoce, in nome di una affinità ideologica con le radici socialiste dello stato.
Cioè che invece è meno propagandato e viene estrapolato principalmente da fonti esterne, è il sistema economico interno nordcoreano basato fortemente sull’economia della droga.
Per molti la Corea del Nord è principalmente uno stato belligerante che affamando la sua popolazione, spende tutti i suoi soldi nel tentativo di elevarsi da minaccia intercontinentale a minaccia a lungo raggio, o che passa il suo tempo giocando a braccio di ferro con potenze come gli Stati Uniti, buttandola sul nucleare, per poi farsi coccolare con tonnellate di aiuti umanitari e moneta forte. Per altri, come l’Australia o il Giappone, la Corea del Nord è un instancabile esportatore di droghe pesanti i cui traffici sono quasi impossibili da arginare, vista la natura ermetica del governo e le implicazioni dello stesso nel network del traffico e del mercato nero.

 

Ciò che noi percepiamo come un problema, è in realtà per la Corea del Nord un sistema funzionale e ormai ben radicato di far sopravvivere una economia stagnante, che dal declino immediatamente successivo alla Guerra Fredda, passando per i disastrosi anni Novanta quando ci fu letteralmente la fame in tutta la nazione, non si è mai ripresa ed è stata anzi continuamente affossata dalle numerose sanzioni imposte a seguito della politica di governo.
La Corea del Nord è forse la nazione che certamente accusa meno il suo ruolo totalmente fuori dalle righe nei libri di storia: è la nazione che rapiva persone a caso per renderle spie, la nazione che ha ideato un programma di fecondazione i cui frutti sarebbero stati spediti in giro per il mondo come agenti dello Juche. La Corea del Nord è il paese che obbliga i suoi cittadini a inchinarsi tre volte al giorno davanti alla statua di un padre della nazione che non si può criticare e che si assicura, è immortale anche se è morto. Ancora, la Corea del Nord è il paese dei lager e dei campi di lavoro forzati più grandi e longevi del mondo, dove ormai esistono una seconda e terza generazione di prigionieri nati e cresciuti senza poter mai oltrepassare il filo spinato, le guardie e i cani che li sorvegliano. La corruzione è diffusissima, il divario tra i ricchi e poveri è incredibile, così come è incredibile lo sforzo richiesto per restare in vita man mano che la propria classe sociale si eleva. Più ci si avvicina al nucleo del potere, più è facile che un errore vero o presunto porti alla sparizione di interi nuclei familiari.
Questi sono pochi esempi che delineano il carattere di una nazione unica, con cui è difficilissimo avere a che fare sul piano legittimo, mentre le aperture sul piano illecito sono ben più ampie.

 

Gli anni Novanta
Durante il crollo economico degli anni Novanta, il governo nella figura stessa di Kim-Il Sung decide che per far fronte al vuoto lasciato dalle casse amiche dell’Unione Sovietica, bisogna mettere a reddito le storiche coltivazioni di papaveri che nemmeno l’occupazione giapponese aveva sradicato. Mentre la nazione nei primi anni Novanta affronta la carestia, Kim Il-Sung predispone la produzione di “medicine”, droghe nascoste dietro l’apparenza di farmaci che nel mondo occidentale equivalgono da parecchio a stupefacenti illegali (oppiacei, eroina, metanfetamina). La produzione viene portata avanti poi dal governo di Kim Jong-il.
Inizialmente una produzione interna che prevedeva una concentrazione limitata del mercato oltre confine e della forza lavoro, con il tempo il traffico di droga è diventato il motore propulsivo della nazione: non è esagerato affermare che almeno il 50% dei nordcoreani è in grado di produrre anfetamine per conto proprio, questo grazie anche a una sorta di leak davanti a cui il governo non ha fatto niente, anche perché agli inizi del traffico aveva necessità di più manodopera possibile per sostenerne l’avvio e far fronte poi alla domanda che ha quasi mandato in collasso la produzione. Il progetto nasceva grazie alla complicità della mafia cinese che nelle zone più immediate al confine, favoriva il mercato nero già da parecchi anni, permettendo con l’afflusso dello yuan un po’ di ossigeno alla strozzata situazione nazionale. Avendo già i canali di uscita, il governo non ha fatto altro che mettere in piedi la sua produzione “ufficiale” attraverso factory di governo come la Hungnam, fabbrica farmaceutica ancora in piedi nella omonima città della scienza per eccellenza, che una volta a regime ha iniziato a rifornire la Cina, la Corea del Sud, il Giappone, Myanmar, Taiwan e Australia. Intorno al 2005, il governo Nord Coreano decide di adottare una politica ufficiale a favore del divieto di droghe, sparendo per qualche anno dal radar degli organismi che monitorano le nazioni più a rischio sul fattore droga, il cui report viene pubblicato ogni anno dagli Stati Uniti.  Non solo, i consumatori di stupefacenti vengono adesso mandati nei campi di lavoro forzati per un periodo di disintossicazione; è in questa fase che la crisi del settore spinge i dipendenti delle factory a depredare i sistemi di fabbricazione posti in disuso, portando quindi all’esterno di queste realtà produttive le tecnologie e gli strumenti necessari alla produzione soprattutto dei cristalli di metanfetamina. Da questo momento, la droga si diffonde a macchia d’olio causando un fenomeno che gli osservatori esterni hanno definito come una emergenza umanitaria incontrollata, complice l’ignoranza totale delle persone che considerano la metanfetamina alla stregua di una medicina che cura qualsiasi male. La produzione relativamente facile e lo smercio diventano endemici e il governo capisce che non è più una situazione arginabile: è quindi opportuno assecondare questa tendenza e rimettersi sul mercato restando nell’ombra.

 

La situazione oggi
Ci si può riferire al traffico di droga nordcoreano come a un vero e proprio modello di impresa che rispetta tutti i passaggi e le esigenze di una catena di montaggio il cui prodotto finale sta contribuendo da anni a riempire le casse nazionali e personali del presidente.
Nella Corea del Nord si ha la produzione in loco o l’importo di produzioni estere in vece di zona franca per il passaggio, o l’importo di materie prime necessarie alla produzione di droga, principalmente fatte entrare dalla Cina. Si ha la coltivazione delle materie necessarie, come i papaveri per l’oppio e l’eroina, si ha la logistica necessaria a far sì che questi materiali vengano processati. Si ha la fase di distribuzione, in cui la droga viene presa in carico da corrieri che si occupano di diffonderla prima nel mercato interno e poi in quello esterno, nella fase ultima che è quella dello smercio, quando la droga passa di mano arrivando all’utente finale, che può essere la yakuza giapponese, una gang di motociclisti australiani, la mafia cinese o quella di Taiwan.
Il giro dei soldi invece parte dalle aree più lontane e all’inverso compie un tragitto che finisce dritto a Pyongyang, cuore e simbolo della nazione, città totalmente alienata dal resto del paese, soprattutto dalle province del nordest che sono considerate la zona più povera del paese. Da qui i soldi non passano, ma lo smercio sì, essendo il corridoio più breve per far arrivare la merce nelle province cinesi dello Jilin e del Liaoning, il bacino più immediato e ricettivo al traffico.
Il governo cinese ha tentato più volte di bloccare l’importazione ai confini, agendo di concerto con blocchi e limiti imposti per la questione della minaccia nucleare, ma è una battaglia infinita che scalfisce soltanto la piramide del mercato. Così è anche per il resto dell’Estremo Oriente che combatte una battaglia contro un colosso alquanto sfuggente: ogni accusa mossa alla Corea del Nord dopo un sequestro di droga, lo sradicamento di una rete di trafficanti o corrieri, ottiene in risposta blandi comunicati governativi dove si afferma che la droga è da imputarsi a terzi (i corrieri sono principalmente cittadini sudcoreani, cinesi o taiwanesi). In alcuni casi la Corea del Nord ribadisce il suo impegno contro lo spaccio e l’uso di droga con l’esecuzione pubblica di un cittadino accusato di produzione o spaccio. Eppure, le prove sono numerose: semplicemente si può agire solo con una sorveglianza e un rafforzamento dei controlli in entrata, che non bastano però per bloccare al 100% i corridoi del traffico.

[…] The result is a network with little territorial spread by the North Koreans themselves, but a fairly robust ability to transport and the distribute drugs within the destination countries. In June 2002, for instance, the Taiwanese fishing vessel Shun Chi Fatravelled to North Korean waters, where it received 174 pounds’ worth of heroin bricks from sailors on a North Korean gunboat before returning to Taiwan. Likewise, a North Korean vessel sunk by the Japanese coast guard off the coast of Kyushu in December 2001 was found to have a cell phone that had made a number of calls to a Korean-Japanese organized crime figure. North Korean state entities also ran routes using their own resources within Northeast Asia. North Korean merchant vessels took drug shipments directly to neighboring countries along legitimate commercial shipping routes. The North Korean cargo ship Man Gyong Bong-92, for instance, which ferried between North Korea and Niigata, Japan for decades before being banned in 2006, reportedly carried drugs from Wonsan in North Korea on a regular basis in the late 1990s to Korean Japanese criminal syndicates. Therewere also documented cases of drugs entering China and Russia by land across the North Korean border by putative employees of North Korean state entities. In February 1995, for instance, two employees of a North Korean state logging company were arrested in Vladivostok, Russia near the North Korean border with eight kilograms of heroin.

L’economia della droga nordcoreana ha portato nel tempo a uno stravolgimento culturale quasi sconvolgente: nei mercatini spontanei che sono presenti ovunque, in ogni città e villaggio, i trafficanti di strada sono principalmente le donne, venditrici ambulanti che passano la giornata al loro banchetto vendendo ravioli o pingdu, come vengono chiamati i cristalli di metanfetamina (dal cinese bingdu). Popolarmente, la droga non viene associata ai danni che causa alla salute dell’individuo, anche per colpa di una totale mancanza di informazione di qualsiasi tipo: giovani e vecchi si sono trovati per le mani piccoli sassi le cui proprietà curative venivano lodate dai produttori improvvisati e in mancanza di un concetto basilare come la differenza tra droga e medicina, si sono favorite credenze popolari come quella che il pingdu è talmente potente che basta prenderlo una volta all’anno per accumulare benessere e forza (credenza probabilmente diffusa e stimolata da una percezione del pericolo, visto che l’uso quotidiano del pingdu è diffusissimo) Per questo la metanfetamina è un regalo apprezzato negli eventi importanti, anche e soprattutto per il valore economico e di scambio. Per i più poveri, spesso e volentieri il pingdu è l’unica arma di corruzione per far fronte alle forze di sicurezza del paese,  base di una già citata virtuale piramide del mercato di droga.

 


Nel punto più basso di questa piramide ci sono proprio le venditrici autonome dei mercati che si rivolgono a fornitori di un livello più alto, quelli che maneggiano la moneta forte come lo yuan, l’euro o il dollaro, implicati spesso nel mercato della valuta. Sono loro ad avere il primo peso nell’economia della droga, legato alla necessità di muovere sia la moneta che la droga, predisponendo una piccola logistica dietro i loro traffici.
Al di sopra ci sono i cosiddetti businessmen ibridi, piccole e medie personalità autorevoli nel loro ambito, che usano la loro posizione per entrare e muoversi nell’economia del traffico. Un businessman ibrido può essere un privato cittadino che grazie alla sua disponibilità di soldi riesce a inserirsi nel traffico con la corruzione, oppure che grazie alla sua posizione sul posto di lavoro, riesce a trovare una nicchia di opportunità in una delle fasi della catena del mercato. Sono molte le aziende che vengono autorizzate dal governo ad avere affari con l’estero, principalmente imprese legate all’import-export, e sono proprio queste uno scalino sopra tutti gli altri attori protagonisti: durante gli anni Novanta le amministrazioni provinciali si erano viste affibbiare dal governo centrale la totale responsabilità delle proprie casse. Erano nate quindi imprese i cui vertici erano uno strano miscuglio di autorità amministrative civili e militari, che sfruttando la loro posizione avevano ricevuto il via libera per il commercio legale da e per la Nord Corea. Ufficiosamente il traffico di droga è la fetta più remunerativa del mercato nero in cui queste imprese si muovono, mentre in Corea del Nord vengono regolarmente tassate sia sul lecito che sull’illecito. Sono anche uno strumento importante per la costruzione di una rete sociale di contatti e collaborazioni al di fuori dei confini, che verranno sfruttate dalla cima della piramide: le autorità più alte del governo (a quanto pare, volenti o nolenti). I diplomatici, i generali e i colonnelli, i membri del partito, i ministri e i più fedeli collaboratori dell’entourage vicino a Kim Jong-un, gli uomini dei servizi di intelligence che hanno il compito di guidare il segretissimo (più o meno) e istituzionalizzato Bureau 39, nato appositamente per l’arricchimento in qualsiasi modo delle casse private dei Kim. Si legge su Forbes:

Located in a heavily guarded concrete building in downtown Pyongyang, Bureau No. 39 is the nerve center of North Korea’s state-run network of international crime. Its official name is Central Committee Bureau 39 of the Korean Workers’ Party. The authors refer to it by what Bechtol says is the more accurately nuanced translation of “Office No. 39.”

The mission of Office No. 39 is to generate torrents of cash for North Korean ruler Kim Jong Il, by way of illicit activities abroad. Favorite rackets include international trafficking of drugs produced under state supervision in North Korea, and state production and laundering into world markets of counterfeit U.S. currency, and cigarettes. Such activities are tied directly to the survival of Kim’s regime. The authors report “the crimes organized by Office No. 39 are committed beyond the borders of North Korea by the regime itself, not solely for the personal enrichment of the leadership, but to prop up its armed forces and to fund its military programs.

From the 1970s until 2004, there were dozens of incidents in which North Korean diplomats were caught smuggling drugs of various types from their diplomatic postings, leading to a trafficking network with a spatial distribution approximating that of North Korea’s diplomatic and business presence around the world, particularly in Europe, the Middle East, and East Asia. Diplomats posted to Sofia were involved in at least two trafficking incidents into Eastern Europe and the Middle East during the period, with the first incident an attempt to smuggle 55 kilograms of rohypnol from Bulgaria to Prague in 1999, and the second an attempt to smuggle drugs through Turkey to the rest of the Middle East in 2004. North Korean diplomats in Egypt, Moscow and Berlin were also implicated in trafficking between 1995 and 2004. In East Asia, the Chinese government stymied at least three North Korean trafficking incidents in the period, the first out of the Beijing embassy in July 1994, the second in Shanghai in January 1995, and the third in Shenyang in February 1999, in which a consulate employee was attempting to sell several kilograms of heroin

 

Come detto, non sembra esserci una soluzione immediata al problema dell’esportazione di droga e nemmeno a quello della presenza sul mercato nero di armi, che riesce ad arrivare fin negli Stati Uniti passando attraverso Panama sotto forma di esportazione lecita (principalmente zucchero). Le sanzioni imposte sulla Corea del Nord continuano a tenere sotto pressione la nazione e soprattutto la popolazione, che ne fa le spese immediate. La droga trova in Corea del Nord, inconsapevolmente, il ruolo che assume nel resto del mondo: soprattutto tra gli orfani di strada, esattamente come in Brasile o in Africa, è il pingdu a cacciare la fame e il dolore di una esistenza senza senso. All’interno dei campi di lavoro, dove i minatori ricevono un pasto dopo aver scavato sotto terra dall’alba al tramonto,  è a droga a tramortire e creare un artificiale senso di serenità. La propaganda del governo non contempla una educazione ai danni individuali che la metanfetamina causa nel consumatore, si rifà piuttosto a una condanna dello stesso che attraverso l’uso danneggia il governo. Insensato, ma niente nella dittatura dei Kim sembra avere un senso logico.

 

FONTI E RISORSE

– A New Face of North Korean Drug Use: Upsurge in Methamphetamine Abuse Across the Northern Areas of North Korea, Andrei Lankov e Seok-hyang Kim, North Korean Review – Vol. 9, No. 1 (2013), pp. 45-60
Illicit Activity and Proliferation: North Korean Smuggling Networks, Sheena Chestnut – International Security, 32 (1), 2007, pp 80-111
Fuga dal campo 14, Blaine Harden e Shin Dong-hyuk, 2012 (Shin Dong-hyuk è l’unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale, che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d’indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982 dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie all’aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la sua storia.)
L’idea del djoutché (Juche), Kim Il-Sung – Raccolta in occasione del VI Congresso del Partito del lavoro di Corea, 10 ottobre 1980
Megumi. Storie di rapimenti e spie, Antonio Moscatello, 2017

 

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