Questo post è la versione approfondita di un articolo scritto per Spazio 70

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«Poi si vide apparire l’auto in via Juan Bravo: veniva avanti adagio. All’altezza di via Maldonado rallentò ancora perché passava una signora con una bambina. Poi, sempre molto lentamente arrivò all’altezza fissata: ciò che uno sente in un momento come questo non si può immaginare. Giunta l’auto all’altezza della nostra automobile… Ora! Non si vide la vettura, ma la si vide che volava. Un sordo rumore. Noi cominciammo a gridare: gas, gas! secondo come avevamo stabilito prima, per dare l’impressione che si trattasse di una esplosione di gas dalla conduttura. Ci mettemmo in macchina e lentamente ci allontanammo: i nostri compagni erano stati vendicati». A parlare è un etarra del «Commando Txikia» che il 20 dicembre 1973 ha fatto saltare in aria la Dodge dell’ammiraglio Luis Carrero Blanco, braccio destro di Francisco Franco. Un quintale di esplosivo capace di far fare un volo di 35 metri all’auto, rimbalzata sul tetto di un edificio di sei piani e poi ricaduta dalla parte opposta del fabbricato.
Nella nebbia di polvere e detriti successiva all’esplosione, gli uomini della seconda scorta chiamano interdetti la centrale: «L’auto del Presidente è sparita!», dicono, con l’etere che si riempie di concitati messaggi e domande senza risposta. Quando troveranno l’auto, Carrero Blanco è ancora vivo: non così il suo autista José Luis Pérez Mojeda e l’uomo di scorta José Antonio Bueno Fernández. Mentre l’ambulanza sfreccia per salvare l’illustre vittima, il «Commando Txikia» riesce a lasciare clandestinamente la città e la Spagna.

La scrittrice spagnola Eva Forest, ex detenuta politica del regime franchista, poi senatrice di Herri Batasuna negli anni Ottanta, figlia di un anarchico attivista e compagna dello scrittore e drammaturgo Alfonso Sastre, incontra gli uomini del Commando mesi dopo l’attentato, e ne raccoglie le confessioni nel 1974, in un volume clandestino edito a Parigi da Ruedo Iberico e pubblicato sotto lo pseudonimo di Julen Agirre «Operacion Ogro: como y porque ejecutamos a Carrero Blanco» (Operazione Ogro: come e perché abbiamo ucciso Carrero Blanco, tradotto anche in Italia).

Iñaki Múgica «Ezkerra», Iñaki Pérez «Wilson», José Miguel Beñaran «Argala», Jesús María Zugarramurdi «Kiskur» e Javier María Llarreategui «Atxulo» fanno una lucida descrizione dei dettagli tecnici sulla bomba e sulla fase di preparazione: i mesi di pedinamento per accertarsi del percorso abituale di Carrero Blanco, il piano originario di un sequestro poi sfumato, gli scavi sotterranei per dispiegare i metri di filo da una parte all’altra della strada, i dettagli come quello di urlare dopo l’esplosione avvisando di una fuga di gas. E anche l’attesa del momento che nelle intenzioni dell’ETA e del «Commando Txikia» avrebbe vendicato le angherie della dittatura sul popolo basco e i compagni uccisi dalla polizia franchista.
Fin dal 1971 l’ETA decide di estendere la sua zona operativa al di fuori dei territori baschi, puntando soprattutto su Madrid dove avrebbe politicamente agito in cerca di sostegno e collaborazione tra le fila delle organizzazioni di sinistra. A livello militare invece, l’intento è quello di creare un anello difensivo e raccogliere più armi possibili sfruttando le possibilità offerte dalla grande città e dalla centralità delle sue vie di comunicazione. In questo contesto si allacciano i primi rapporti tra Eva Forest e il suo compagno, il drammaturgo Alfonso Sastre, con elementi dell’ETA come Argala e Wilson, che attraverso conoscenze nel Partito Comunista di zona riescono ad avvicinare simpatizzanti della causa inseriti in un livello sociale e culturale medio alto. Saranno proprio Wilson e Argala, stabilitisi definitivamente a Madrid, a ideare per la prima volta il piano del rapimento di Carrero Blanco, un piano che nella sua evoluzione incontra molte difficoltà tanto da trasformarsi in un piano per omicidio. Il peso politico di Carrero Blanco è definitivo per il regime di Franco: è a lui che si devono i rapporti tra la CIA e il governo spagnolo, così come la formazione dei servizi segreti spagnoli (SECED) e i lavori alla presidenza del Tribunal para la Represión de la Masonería y el Comunismo. Carrero Blanco è il nemico numero uno della lotta armata basca anche per la repressione feroce che manda avanti attraverso la sua polizia e le amministrazioni che osteggiano senza possibilità di sconto la cultura basca; eppure, ovviamente, proprio per il gigantesco peso politico di Carrero Blanco, l’ETA frena inizialmente l’alternativa dell’attentato mortale. In questo caso, la differenza la fanno i prigionieri politici baschi sparsi per le prigioni di Spagna, tenuti in un regime carcerario molto duro che sarebbero le prime, inevitabili vittime di una eventuale rappresaglia alla violenza su Carrero Blanco. Il piano originario del rapimento comunque, viene accantonato per la sua enorme complessità, nonostante le misure di sicurezza messe in atto da Carrero Blanco e dalla sua scorta siano praticamente minime.
Non solo Eva Forest riporta le testimonianze dirette degli etarra coinvolti nel suo libro, in versione originale qui, ma nel 1994 esce un libro/diario/compendio al lavoro della Forest scritto da Eugenio Etxebeste Arizkuren, «Antxon», un tempo numero due dell’organizzazione ETA, figura di spicco negli anni Ottanta al centro di molte delle attività politiche e ancora oggi punto di riferimento per la storia, conclusa, di ETA. Si può scaricare qui, si intitola «
20 años despues» e introduce una versione rinnovata del libro della scrittrice, con una introduzione che tenta di spiegare le ragioni della guerra indipendentista e il punto di vista degli uomini e delle donne coinvolti in quei decenni in un vortice di politica e ideologia che ha avuto il demerito di prosciugare una intera regione divisa tra due nazioni, lasciandosi dietro vedove, orfani, madri senza figli e sorelle senza fratelli. Lo spiega bene lo scrittore basco Fernando Aramburu nella sua più recente e contemporanee opera dedicata ai soldati dell’ETA e alle vittime anche interne, proprio quelle famiglie decimate dalla lotta indipendentista armata. Di certo, l’omicidio di Carrero Blanco è stato il colpo di grazia a un regime che per la sua natura e storia restava unico in un contesto europeo in piena corsa alla democrazia e alla ripresa economica. Alla morte di Francisco Franco, l’eredità della Spagna conservatrice e dal pugno di ferro sarebbe passata in mano a Carrero Blanco: in questo quadro generale furono quindi i più colpiti dall’ostilità del governo centrale, i baschi, a prendere in mano la situazione, combattendo non solo una guerra lunga centinaia di anni che vuole l’Euskal Herria e l’Iparralde come una identità autonoma e sovrana, ma combattendo anche per il futuro di una nazione intera così come l’opinione pubblica estera e il popolo spagnolo ormai identificava la lotta nazionalista dell’ETA.

 

 

 

Nel 1979 esce «Ogro», pellicola con Gian Maria Volontè per la regia di Gillo Pontecorvo, che si basa per la sceneggiatura sul libro della Forest, ma anche su mesi di ricerche compiute in prima persona tra i baschi e la realtà dell’ETA. La produzione del film ha una storia di lentezza e complicazioni (inizia già nel 1977) dovute soprattutto al clima politico che sta sconvolgendo l’Europa in quegli anni e soprattutto il nostro Paese, dove un film basato su un atto terroristico compiuto con successo è per Pontecorvo un elemento incendiario degli animi, nonostante l’attenzione del regista sia posta, per sua stessa ammissione, sugli aspetti esistenziali e intimi dei protagonisti in risposta a dilemmi e tormenti ideologici. La data di uscita, troppo a ridosso del sequestro Moro, viene comunque spostata. Pontecorvo, che già con La Battaglia di Algeri aveva dato vita a una opera di fortissima indagine politica e sociale dal punto di vista del popolo armato contro il potere dittatoriale, con Ogro intende andare a fondo della questione interna basca che in quei decenni rischiava di spaccare in due l’ETA.
La stessa divisione di pareri sull’attentato di Carrero Blanco, quella che vedeva schierarsi i favorevoli al rapimento e i favorevoli all’omicidio, indicava infatti che il clima politico si stava scaldando e che due realtà dell’ETA, quella politica e quella prettamente militare, rappresentata da Herri Batasuna, rischiavano di fratturare un fenomeno unico nel suo genere nell’Europa contemporanea. Il film va comunque visto con grande attenzione e spogliato della sua apparente miticizzazione dell’apparato terroristico: Pontecorvo non gira una pellicola per spiegare le ragioni dell’ETA e nemmeno per renderla più accettabile agli occhi del pubblico mondiale. Pontecorvo condanna la violenza del terrorismo e fa una distinzione netta tra giustizia e violenza insensata, dando all’Operazione Ogro un valore di azione antifascista pro-democrazia, quindi aprendosi a una comprensione e accettazione di eventi che hanno portato la Spagna verso la Transizione, ma condannando attraverso i dialoghi ideologici dei suoi protagonisti, le attività arbitrarie e terroristiche che prima e in seguito hanno coinvolto il braccio militare più estremista dell’organizzazione. Un ottimo approfondimento in questo senso è il piccolo saggio del ricercatore Andrea Miccichè dell’Università di Enna, «Terrorismo, democrazia e nazionalismo. “L’operazione Ogro” secondo Gillo Pontecorvo» edito da Città del Sole edizioni, 2014.

 

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