La mia personale reading list per l’estate 2019: sono tutte letture, come sempre, sperimentate da me in prima persona. Quasi niente ha a che fare con difesa o polemologia in senso tecnico, ma tutto è, secondo me, assolutamente meritevole di essere letto. L’ordine dei titoli è casuale, li metto tutti sullo stesso livello del piacere: il massimo. Vi auguro di godervi queste letture e se volete discutere di questi libri a voce, mi trovate nel posto della fotografia, a mangiare panini all’aragosta e bere una birra gelida.
Essere dei malmenati freelance ha i suoi vantaggi logistici. Se qualcuno volesse consigliarmi la sua lettura imprescindibile per questa estate, i commenti sono aperti.
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1. Ghost Fleet, P.W. Singer, August Cole

In questo periodo ho portato i miei amici all’esasperazione parlando di questo libro, ma non posso farci niente, ne sono stata davvero entusiasta! Ne avevo letto una piccola recensione su un blog che parlava di terza guerra mondiale e lo citava come una delle letture più interessanti dell’anno sul tema. All’epoca non era ancora stato tradotto in italiano e con il tempo l’avevo dimenticato, salvo poi ripescarlo su una libreria di Anobii. Il romanzo, venduto a livello commerciale come un thriller degno di Tom Clancy, è in realtà uno studio molto elaborato di due analisti militari, reso fruibile in termini di fiction, sulle condizioni e sui possibili scenari che in un futuro molto prossimo vedrebbero i giganti della geopolitica (USA, Russia e Cina) contrapporsi in un conflitto che vede soprattutto intelligence e tecnologia avanzata come armi primarie. Prendendo possesso di tutti i satelliti e mettendo fuori uso, attraverso un attacco cybernetico su più fasi, tutti i sistemi della difesa americani, colpevoli di aver acquisito negli anni software e licenze da terze parti con predilezione per circuiti composti a basso costo in Cina, la nazione orientale chiamata nel prossimo futuro Direttorato, mette ko lo storico gigante. L’America però non resta a guardare e si inventa un ritorno al passato prossimo, quegli anni Novanta/Duemila che sono gli ultimi rimasugli di un mondo libero dalle connessioni globali, il vero, nuovo e prossimo terreno di guerra. Ho trovato questo libro davvero intrigante, interessantissimo per tutti gli spunti storici offerti e mi sono fatta una piccola cultura sul funzionamento di satelliti, portaerei e droni. Ci sono tanti tecnicismi, una delle critiche più comuni da parte dei lettori che davvero pensavano di comprare solo un thriller come gli altri.

 

2. Il Fiume, Peter Heller

Da piccola ho amato moltissimo le atmosfere dei libri di avventura in solitaria, scoperte leggendo Jack London. Poi è arrivato Thoreau, e anche Kerouac a modo suo mi ha colpito moltissimo con i suoi racconti di esule insoddisfatto. Beh, più che moltissimo, ho girato parecchio in autostop per provare a rivivere quello che leggevo nei suoi testi. Comunque ho sempre amato i libri che trasportano il lettore in qualcosa di immenso come la natura selvaggia, raccontando della piccolezza dell’uomo di fronte alla maestosità del mondo, quello che da benevolo ospite si trasforma in un durissimo maestro di vita. Questo libro è bellissimo, non saprei come altro definirlo. La scrittura è molto poetica, vecchio stampo; è la scrittura spicciola di un uomo che non crea atmosfere superficiali con ghirigori di parole, ma si sofferma a descrivere i dettagli di un paesaggio che diventa vivo riga dopo riga. E’ una storia di amicizia molto maschile, intima e sofferta, così come è intimo e sofferto lo sguardo di ognuno dei protagonisti dentro se stessi. Due grandissimi amici stanno vivendo il loro agognato mese di avventura nella natura selvaggia, discendendo il corso di un immenso fiume nel nord. Durante la traversata in canoa, notano qualcosa di strano e da quel momento il viaggio prende una piega inaspettata: sullo sfondo, un incendio devastante che si dirige verso di loro, mangiando ettari infiniti di boschi incontaminati in mezzo a chilometri e chilometri di nulla. La civiltà è lontana  il fiume è l’unica strada che possono percorrere verso la salvezza, ma ci sono dei fardelli da portare e l’avventura è difficile, ti tormenta, ti scuote e ti fa malissimo. Alla fine del libro mi sono commossa moltissimo, perché se anche l’autore non regala niente più di quello che i protagonisti vedono, ciò che trasmette è vivido, splendido e fortissimo. Un libro di avventura come non ne leggevo da anni.

 

3. L’Attentatrice, Yasmina Khadra

Mi piace molto la letteratura nordafricana: Yasmina Khadra, nome de plume, per via della censura, dello scrittore ed ex militare algerino Mohammed Moulessehoul, è una bella finestra sul panorama contemporaneo di questo paese che ha sempre offerto molto. Khadra ha uno stile scorrevole, che ama riempire di piccoli dettagli e immagini di contorno, molto utili alla composizione visiva della storia che racconta. Lo trovo una lettura morbida. In questo libro tocca un tema controverso e complesso, soprattutto da lui ben conosciuto, essendo stato in prima linea nella guerra d’Algeria. In L’Attentatrice (o L’Attentato, a seconda dell’edizione), Khadra racconta la storia di un berbero naturalizzato israeliano, un immigrato che ha raggiunto una posizione sociale prestigiosa in una nazione naturalmente diffidente ed ermetica verso chiunque provenga “dall’esterno”. Scopre, dopo che sua moglie si fa esplodere in un attentato nel centro di Tel Aviv, di essere un altro degli ospiti mai accettati da questo paese, utile socialmente ma umanamente sacrificabile al dubbio e alle accuse più feroci. Straniero in una terra improvvisamente straniera e ostile, diventa il nemico, lui che non aveva in realtà nessuna idea di ciò che la moglie stesse per fare. Si trova quindi a ripercorrere, inseguendo molte domande piene di rabbia e dolore, la storia della donna che ha amato moltissimo e conosciuto poco, che diventa via via una traditrice, una assassina, una donna sola, una donna martire, una donna piena di fede in un ideale supremo. Il libro tratta della questione palestinese e può complicare molto le idee che qualcuno potrebbe essersi fatto sulla questione dei martiri, di una causa mortale e di una guerra che oggi sfinisce entrambi i fronti senza portare a nessun risultato: mai la pace, mai una risoluzione, solo un continuo ricambio di soldati e madri in lutto.

 

4. Via Dei Ladri, Mathias Enard

Ho scoperto Enard proprio questo inverno e mi sono precipitata a recuperare i suoi testi. Ha vinto il premio Goncourt nel 2015 e ciò che lo rende affine ai miei gusti è la sua passione per il mondo orientale, che ha cambiato la sua vita. Da una laurea in arte allo studio sul campo delle lingue e culture arabe e persiane, una conoscenza che gli permette di andare più a fondo nel contesto sociale e politico dei suoi romanzi e di offrire delle sfumature, proprio all’interno della storia, che spesso i traduttori limano con troppa fretta ai fini di una migliore coerenza stilistica in italiano. Invece Enard racconta proprio i come e i perché di una cultura che in Lakhtar, giovane tangerino senza tanti mezzi di sopravvivenza, ispira desideri contrastanti. Insieme al suo migliore amico, evade spesso con la mente da Tangeri, guardando le navi che dirigono verso la Spagna: la realtà marocchina è difficile e lui è un giovane delle nuove generazioni con un amore raro per la lettura, che lo accompagna per tutto il libro. Si tratta di un piccolo romanzo di formazione e avventura, dove i drammi di Lakhtar accompagnano le visioni di realtà diverse e idealizzate, di sogni impossibili a cui il giovane si avvicina, come una fidanzata in Spagna o un lavoro nell’editoria. Su tutto, la bellezza di Tangeri e il dramma del sottobosco radicale che di questi giovani, persi nella mancanza di opportunità, ne fa ricambi per la propria guerra religiosa. Ci sono anche le bombe, gli attentati e la radicalizzazione e poi ancora i quartieri bene della Spagna sonnolenta, belle ragazze e sprazzi di vita da giovanissimi.

 

5. Il cacciatore capovolto. Il caso Abel, Kirill Chenkin

Gli amanti della Guerra Fredda non possono trascurare questo libro di memorie, seppure la sua validità storica non sia mai stata accertata a dovere. L’autore, Kirill Chenkin, è stato certamente una spia russa, dal GPU al KGB, la sua identità è confermata da documenti e dal riconoscimento del Cremlino e degli organi competenti. Era una spia e ha lavorato con spie che all’epoca hanno contribuito a rendere ancora più intrigante il mondo dello spionaggio e il confronto tra America e Russia combattuto in Europa. In questo libro, fra tutte queste spie, Chenkin vuole parlare del suo amico e mentore Rudolf Abel/William Fischer, nome fittizio della famosa spia arrestata dagli americani e scambiata con un loro militare, in seguito, su un famoso ponte. Abel – Fischer, di origini russe e tedesche, nato in Inghilterra e poi tornato in Russia negli anni Venti, è stato ingaggiato fin da subito dai servizi segreti russi, che ne volevano sfruttare le capacità linguistiche e camaleontiche, preparandolo prima per combattere nella Seconda Guerra mondiale e in seguito per agire nel circuito di spie sovietiche infiltrate ad alto livello nel governo americano. Il suo fu un caso sconvolgente, emozionante e tremendo per entrambe le parti, ma ciò che Chenkin nel libro vuole raccontare, è certamente la sua esperienza di amico di Fischer e i tempi passati con lui durante l’addestramento e l’inserimento in un mondo dove tutto veniva controllato e programmato in funzione di ordine e sicurezza nazionale. La guerra fredda vista dall’interno, con uno sguardo privilegiato sulla natura di un uomo che è diventato una delle spie più famose del secolo scorso.

 

6. Niente E’ Vero, Tutto E’ Possibile, Peter Pomerantsev

Pomerantsev è un autore indipendente, giornalista collaboratore del Guardian e Visiting Senior Fellow presso l’Institute of Global Affairs della London School of Economics. Ucraino di nascita, è ora cittadino inglese, ma ha passato molti anni in Russia, a fare la gavetta per le grandi reti di produzione media del Cremlino. In questo libro racconta i retroscena della vita assurda, incredibile e spesso abbastanza triste, dei russi, ricchi e poveri e in generale di quella società che vive a metà tra le due parti, quella società dei nuovi russi, i cui valori sono stravolti dalle necessità che la cultura nazionale impone. Ci sono quindi le storie di interi quartieri storici di Mosca rasi al suolo per far spazio a nuove costruzioni-alveare, così come le storie dell’urbanistica sociale folle che circonda il Cremlino (un sistema ad anelli, dove più abiti vicino al Cremlino più il tuo status sociale è prestigioso, in una competizione esasperante che gli speculatori del mercato immobiliare fomentano senza fine). Vengono raccontate le dinamiche, quasi ridicole in realtà, che impongono agli uomini d’affari di avere una amante stipendiata a pochi passi dall’ufficio: più la vita della tua amante è agiata, più il tuo status sociale si alza e i tuoi affari ne beneficiano. Così come ne beneficiano le schiere di ragazze arrivate dalla Russia più remota che sperano di diventare amanti stipendiate e per questo si iscrivono a corsi costosissimi, tenuti da modelle che nel corso della loro carriera hanno cambiato più letti che borse. C’è la censura, ovviamente, onnipresente su tanti livelli, un ostacolo enorme, frustrante e soprattutto insormontabile per chiunque voglia mettere in campo un po’ di professionalità o onestà intellettuale. Il compromesso è un’arma di sopravvivenza e, senza quello, o si è al potere o si diventa attivisti, la gente strana ai margini del motore sociale che apparentemente conta e comanda. Pomerantsev racconta in un diario dal taglio documentaristico, le sue esperienze in prima persona con questo mondo assurdo che, nel suo essere incomprensibile al di fuori dei confini nazionali, continua a nutrire indisturbato se stesso, tentando di esportare i propri sistemi nelle comunità borghesi russofone nel mondo. I quartieri gentrificati della vecchia Londra nobiliare, sono oggi comunità russe dove le regole del gioco sono diventate le stesse che nella madre patria, con grande difficoltà dei londinesi che abitano accanto a vicini con un grandissimo potenziale economico ma con regole aliene al buon senso e ai valori occidentali.

 

7. La perfezione del tiro, Mathias Enard

Un altro libro di Enard, il primo che ho letto e che mi ha fatto innamorare del suo stile. Un romanzo molto accurato sull’animo umano frammentato dalla guerra, una guerra che non viene mai contestualizzata ma si intuisce facilmente un logorato scenario mediorientale, probabilmente il Libano. Il romanzo è una storia vista dall’intimo punto di vista del protagonista, un giovane cecchino che, innamoratosi di una ragazza che accudisce sua madre, si rende conto di quanto la guerra lo abbia annientato, deumanizzando ogni suo pensiero e azione. L’atto stesso dell’innamoramento è come un meccanismo di sopravvivenza, un tipo di fame nuovo e vorace che si sostituisce all’azione, ai lunghi appostamenti notturni, agli agguati, alle morti di ogni tipo, in ogni momento. Il protagonista sente quasi il bisogno di uccidere questo amore per provarne il valore e il senso più grandi, per un attimo di vita in una realtà che è solo macerie: della sua famiglia non esiste più niente, sua madre è completamente impazzita e necessita di un controllo costante. La città è preda di fazioni che si rincorrono per quartieri e linee di confine mortali, la popolazione è paurosa, arrabbiata e diffidente. I soldati come lui, giovani e votati totalmente alla difesa del proprio settore, sono rispettati ma anche molto temuti. Lui vive e non vive, si aliena, diventa preda di sentimenti completamente negativi e la tensione cresce pagina dopo pagina quando ci rendiamo conto che la mente del cecchino è una mente distorta, che niente ha a che fare con la normalità di un animo innamorato.

 

8. Patologie, Zachar Prilepin


La letteratura sulla Cecenia mi piace moltissimo e questo libro di Prilepin è secondo, nella mia personale classifica dei diari di guerra, solo a Babchenko. Come Babchenko infatti, Prilepin scrive un diario di guerra dove narra la poco semplice vita del soldato, tra azione e attesa, tra vita in un presente che sfugge e vita in un passato molto ingombrante, che ha avuto su di lui, così come su tutti i compagni e i soldati del mondo, un ruolo educativo e formativo che non è facile scrollarsi di dosso. Se Babchenko racconta nel suo diario tutto l’arco temporale dell’esperienza in Cecenia, Prilepin focalizza le avventure del suo io protagonista, Egor, nei ricordi salienti e soprattutto ne riporta i pensieri e le disfunzioni che diventano il quotidiano. Pagina dopo pagina, l’autore si sofferma su attimi che non vengono filtrati, e c’è quindi la rabbia di un momento, la viltà o l’inaspettato eroismo, ci sono le amicizie e i rapporti gerarchici, le perdite e i guadagni, l’aspetto più becero della guerra ma anche quei famosi e misteriosi sentimenti che in guerra sono i pilastri della sopravvivenza e del gruppo. Legami e patologie sono quindi le colonne di questo libro molto bello e che si legge davvero velocemente.

 

9. Araj Dimoniu, Sergio Atzeni

Sergio Atzeni, giornalista, scrittore e marinaio, scomparso nel suo amato mare durante una nuotata, è stato un autore sardo che ha lasciato un vuoto enorme nella letteratura, pari al valore della sua eredità letteraria. A lui si deve Viaggiavamo sulla terra leggeri, l’epica storia della Sardegna dall’alba dei tempi ai giorni nostri, raccontata con uno stile molto poetico e melodioso, ricco e travolgente: è uno di quegli autori che ti fanno correre dietro alle sue frasi, alle sue pagine, ai suoi capitoli, perché le parole vanno avanti e costruiscono in fretta tante cose, potenti, che ci si deve impegnare per vedere tutta la grandezza che si viene a formare. Questo libro in particolare è davvero stupefacente e di rara bellezza, perché, a partire dall’edizione bellissima e curata, il libro vuole essere una storia figlia di diverse tradizioni locali. Si sa, i racconti del folklore sono sempre i migliori, i più complicati, misteriosi, nascondono verità perdute che pungolano l’immaginazione più fresca. Un giro per diversi paesi della Sardegna, all’inseguimento di un filo conduttore in storie esoteriche dalle sfumature paurose, è alla base di questo racconto: i nomi e le figure del folklore sono fedeli alla tradizione, come i sentimenti e le risposte del bambino protagonista, Luisu, che insieme al cavallo temibile e unico Araj, esplora se stesso e il mondo intorno, fra streghe, giganti, profezie e superstizioni. Il linguaggio della storia è avolte arcaico e spesso le parole sarde non sono tradotte, ma non se ne sente la necessità perché sono nomi propri di qualcosa che nelle pagine del libro è ben definito, senza lasciare indietro nessun lettore. Non è un libro specifico per i bambini, anzi non è proprio una lettura adatta, c’è della crudezza di fondo e qualcosa di inquietante che potrebbe disturbare un lettore indifeso.

 

10. Ali, Yukio Mishima

Avevo trovato Ali nella raccolta MilleLire di Stampa Alternativa un miliardo di anni fa. L’avevo letto in autobus da casa a scuola ed era stato il mio primo approccio con Mishima, devastante. Si tratta di un racconto minuscolo che nell’edizione di Stampa Alternativa ha anche il testo originale giapponese a fronte, un ottimo stimolo visivo per immergersi in queste righe che partono con una delicatezza incredibile, una delle caratteristiche di un uomo che fu molto, molto complicato e sofferente. Seguendo le onde del sentimento degli altri testi di Mishima, che parlano di amore e dolore, anche qui c’è uno sguardo su due adolescenti che vivono senza nessuna speranza un amore fragilissimo e incontaminato. Due cugini che si osservano da lontano, con il carico poco gradito di timori e regole sociali del Giappone del 1943. Difficile raccontare in breve ciò che il libro trasmette e la bellezza dello stile letterario, della celta delle parole, la poesia e il profumo d’Oriente che si respira nelle scelte dei termini e delle metafore. Poi, è talmente piccolo che farei prima a copiare il testo! Fortunatamente è stato messo online dalla casa editrice e lo si può leggere in pochi respiri proprio qui

 

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