Malika Mokeddem è una delle voci femminili contemporanee più solide del Maghreb. Attraverso una narrativa che ricorda moltissimo l’arte oratoria della sua gente, i nomadi berberi del deserto algerino, l’autrice regala pagine intrecciate di delicatezza e malinconia, di rimpianti e soddisfazioni trasversali alla storia complessa del suo Paese. Nata e cresciuta in un contesto dove l’identità è stata un elemento fondamentale, richiama spesso nelle sue storie i contrasti e gli strascichi che la colonizzazione francese ha lasciato in eredità alla nuova nazione algerina e alle sue genti.
Le Genti in cammino del titolo sono i Tuareg, di cui una buona parte dagli anni Sessanta in poi furono costretti ad abbandonare la tradizionale vita nomade per stanziarsi ai margini del deserto e delle città algerine. La protagonista, che cresce pagina dopo pagina, si confronta con una realtà comune, quella della lacerazione. Lacerazione familiare, in bilico tra le origini della sua gente, gli uomini blu che hanno poteri di sopravvivenza quasi mistici in un ambiente a loro sempre più ostile, e la vita stanziale che necessita di cure per se stessi, cure ben poco banali come l’istruzione, lo studio, la cultura. Lacerazione della realtà, quella sociale e politica di un Paese che dopo l’indipendenza è fatto a brandelli dalle lotte intestine per il potere, mentre l’occidentalizzazione lascia pian piano il posto a un cupo e ossessivo islamismo che rischia di intrappolare anche le genti in cammino, ultimi protagonisti di una storia millenaria che a fatica è riuscita a non cambiare mai.
Consiglio moltissimo questo libro a chiunque provi curiosità verso l’Algeria più nascosta, per chi ne vuole scoprire l’intimità attraverso due punti di vista inusuali: quello di una donna (il romanzo è semi biografico) e quello di una minoranza che è venuta dopo tutti gli altri, dopo le difficoltà dei francesi, dei pied noirs e degli arabi algerini. C’è memoria anche, con parole dure, per Bigeard e per la mano dura della Francia sul tramonto della colonia, così come ci sono parole dure per i politicanti algerini, per la società sempre più ostile alla libertà nonostante la guerra di affrancamento. L’autrice infine, dovrà abbandonare l’Algeria per la sua posizione politica e rifugiarsi in Francia. Al di là dei passi compiuti durante uno dei periodi più complicati della storia del Nord Africa, la narrazione fa germogliare una certa confidenza nel lettore verso usi e costumi, disagi e gioie, storie e fantasmi di una popolazione lontanissima.

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All’inizio del 1955, se la radio affascinava sempre tanto gli abitanti della casetta isolata ai piedi della duna, le sue informazioni, o piuttosto l’assenza delle notizie che loro si aspettavano, li prostrava. La guerra che era scoppiata il primo novembre 1954, e che li teneva col fiato sospeso, non si estendeva all’Oranese. L’Ovest algerino restava fermo nel suo torpore. A partire dal Cairo, l’emittente “Sawt al-Arab” (la Voce degli Arabi), che accordava agli Algerini una mezz’ora di informazioni e di propaganda, aveva taciuto. Restavano soltanto il Marocco e la Tunisia. L’isolamento, la frustrazione e l’aridità dell’attesa instillavano il dubbio dopo la speranza. Gli uomini rovistavano febbrilmente tra le onde. Khellìl e Bellàl decifravano agli altri la stampa locale. Anche se la radio si rifiutava di prendere in considerazione gli scontri nella regione degli Aurès e in Cabilia come espressione di un movimento strutturato, di una guerra, non li avrebbe ingannati su questo punto. Quelli che chiamava con ostentazione “poche bande di briganti nella regione degli Aurès e in Cabilia” erano veri combattenti. Laggiù, bruciava ancora la fiamma che era stata accesa. Ci si continuava a battere.

Gli Ajalli erano messaliani nell’anima, come i vari Algerini con un po’ di coscienza. «E lo sheykh? E lo sheykh?», chiedeva incessantemente Zohra. Temeva che il gruppetto, preso da frenesia, facesse qualcosa di contrario alle disposizioni del Hàjj. Ma il grande sheykh, Messali Hàjj, che parlava così bene e la cui voce aveva il dono di galvanizzare e infiammare le folle, non passava all’azione. I suoi discorsi erano un balsamo benefico per lo spirito. Ma l’attesa era troppo lunga e vana. Erano trascorsi sette anni di vita sedentaria, che avevano roso la loro dignità. Insidiosamente, avevano instillato nelle loro bocche un irreprimibile gusto di amaro. Avevano fatto sì che misurassero, loro che non contavano mai, tutte le gradazioni delle diverse scale sociali. Ne provavano come una vertigine. Perché gli immobili rùmì contavano tutto. Secondo il loro metro, “l’indigeno” era ignorante, a malapena adatto a servir loro da schiavo. Contavano i beni, ma il fatto di accumulare ricchezze li rendeva soltanto più avidi e avari. E se un imprevisto li spingeva a qualche parsimoniosa “buona azione”, lo urlavano forte, pavoneggiandosi e pregustando già il lauro della gloria. E poi eliminavano tutto ciò che dava loro fastidio. Un altro modo di contare! A furia di contare troppo, a furia di egoismo, di ingiustizia e di razzismo, si isolavano sulle loro isole dorate, i “rùmì”, e a poco a poco facevano diventare i loro schiavi “bougnoul”, i peggiori dei nemici. Gli anni che passavano, invece di assottigliare l’incomprensione tra le due comunità, davano ai rùmì le zanne dell’arroganza, armavano gli arbis con le grinfie della vendetta. Tayeb, Bellàl e gli altri riposero una grande speranza nel governo Mendès. La legge del 1947 e la legge quadro sarebbero passate. “Quelli” non potevano fare altrimenti. Quanto a loro, avrebbero avuto diritto a un po’ di dignità. I loro salari da fame ne avrebbero risentito. Ma, il 6 febbraio 1955, Mendès veniva rovesciato grazie ad alcuni importanti coloni. I potenti Francesi di Algeria intendevano dettare le loro leggi al governo di Francia. Nessuna assimilazione, nessuna riforma. Il valzer dei governatori: Soustelle, Lacoste, più tardi Delouvrier e Debré, malgrado qualche intento velleitario, non riuscirà a migliorare la sorte degli Algerini. Questi ultimi, delusi e arrabbiati, si predisposero alla rivolta. Tayeb, quando il suo amico Portalès era in casa, cominciava già a non fidarsi più. Se ascoltava ancora la radio, lo faceva in modo distaccato, arrestando la manopola a caso, sulla prima stazione che trovava.

 

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Nel dicembre 1955, durante le vacanze di Natale, Leyla andò a Oujda con la nonna. Fatna, l’unica figlia di Zohra, stava per partorire il suo primo figlio. Era sposata con un Marocchino, e abitava in un piccolo villaggio sulla montagna, vicino a Oujda. La ragazzina scoprì estasiata la fattoria, i campi, le mucche… Ma là, parlare di Sâadia davanti agli uomini era formalmente vietato. Le donne la evocavano con sguardi bassi, bisbiglii contriti, espressioni colpevoli che indignarono Leyla.

Quell’onta che macchiava sempre il suo idolo, era come un dardo che le si piantava nella carne. Quelle costanti fitte alimentavano il suo rancore. L’anziana donna aveva portato a Zìna una foto di Sâadia. Gliela diede di nascosto. Zìna ammirò a lungo la foto di sua sorella, poi la baciò con trasporto. Zìna, l’altra sua zia, Leyla la scopriva allora. Una donna di carattere, dinamica e spontanea, ma impulsiva. Lo zio paterno, Nàser, quell’ubriacone di suo marito, aveva una bettola che puzzava di vinaccio e dove nugoli di grosse mosche verdi, in un continuo e ronzante brontolio, disputavano 70 Kebdì: “fegato mio”, espressione che indica l’affetto filiale e si differenzia da kalbì, “cuore mio” bicchieri e spazio ai fiacchi clienti dallo sguardo vischioso. L’acre beveraggio che, per tutto il giorno, infradiciava Nàser, gli metteva ondate di rabbia nella mente e nelle parole. Allora l’uomo si ergeva a cerbero e sfogava la sua collera picchiando la moglie. La messa al bando di Sâadia e le lacrime di Zìna offuscarono agli occhi di Leyla la bellezza della natura d’intorno. Detestava Nàser tanto quanto amava Zìna.
Ma l’atteggiamento a volte paradossale degli adulti la lasciava perplessa. Perché Zìna restava ancora con lui? Perché non andava a vivere da sola, come Sâadia?
«Un giorno mi vendicherò. Non perdo niente ad aspettare!», mormorava a volte, tra i denti, Zìna.
Sidi Boukékeur, il villaggio dove abitava la zia Fatna, aveva una posizione splendida. Tutto bianco, annidato su un ripido versante di montagna, era attorniato da foreste. Lo si poteva scorgere da lontano, scintillante nel suo scrigno di cedri scuri. E, quasi a sedurre ancor più la bambina, per diversi giorni cadde la neve. Quel bianco totale, virgineo, le invase la testa come un sogno dolce e ovattato che, con i suoi toni sfumati, copriva le paure più tremende. Quando il sole riprese a splendere, Leyla scoprì estasiata che tutti gli alberi della foresta erano ammantati di smaglianti hayk. Qui e là, il gioco del sole e della brina sui rami schizzava i suoi occhi sognanti con lampi iridati, che rimbalzavano su tutto quel bianco come limatura di sole. Valli e burroni immacolati la colpivano con la stessa, soave vertigine degli yu-yu che fendevano il cielo alzandosi in volo fra gli astri! Lo sguardo della bambina, avido di colori e di sensazioni diverse, faceva il pieno di quelle ghiottonerie per portarle laggiù, ai piedi della sua duna, e gustarle con calma.

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Tutto intorno, nella parte coperta del mercato, l’odore intenso e inebriante delle spezie assaliva le narici all’entrata dalla porta sud, per cedere il posto, nell’area della macelleria, a quello insipido e nauseante del sangue. Quella zona impressionava fortemente Leyla. La sua brutalità, la sua bestialità, le esplodevano di fronte agli occhi e la terrorizzavano. I montoni venivano sgozzati nelle macellerie stesse. Il sangue, denso, colava davanti ai banchi, in appositi canaletti. Si stendeva in falde vischiose davanti alla porta est del mercato. Queste pozzanghere attiravano nuvole di grosse mosche verdi che si posavano sul passante con una pesantezza e una scabrosità da vampiri. I polmoni delle bestie macellate, ancora sporchi di sangue, erano di un rosa insolito, inquietante. Su di loro, le lunghe trachee ricadevano come falli impotenti. Le teste di ariete, con gli occhi terrosi e una ferita sanguinolenta al collo, ipnotizzavano lo sguardo di spavento. E la superbia delle corna era di una furiosa indecenza, tanto queste sembravano stendardi della morte. I macellai avevano grembiuli screziati di rosso vivo, una gran destrezza nel maneggiare mannaie e taglieri, e mani compiaciute nello smembrare carcasse; Leyla trovava che avessero facce da patibolo e sguardi torvi. I grossi quarti di carne con le ossa frantumate venivano avvolti in una carta spessa che, intrisa di sangue, si aureolava di grandi macchie brune, simili a strani segni emersi dal profondo della morte.

Sâadia passava, salutava, si faceva servire abbondantemente. Tutti i venditori la conoscevano. Una buona cliente da contendersi l’un l’altro. E poi, anche se le loro mogli non camminavano mai così, con il viso scoperto, non per questo i loro occhi ammiravano meno quella donna. Sâadia, tranquilla, rideva, scherzava. Quel giorno un uomo, probabilmente non della città, incuriosito dal suo comportamento poco comune, si mise a seguirla. Dapprima lei cercò, gentilmente, di scoraggiarlo, ma lui si fece insistente e aggressivo. Allora, Sâadia posò la cesta e, con le mani sui fianchi, scagliando su di lui uno sguardo di disprezzo, lo schernì aspramente, prendendo a testimoni tutti i venditori. Questi, divertiti, prevedendo un esito farsesco, interruppero le loro attività. Ferito nel suo orgoglio di maschio, l’uomo avanzò verso di lei, infuriato e minaccioso. Quando le arrivò vicino, e prima che potesse realizzare cosa stava succedendo, con una mano lei lo strinse al collo, mentre con l’altra lo schiaffeggiò vigorosamente. Poi lo spinse via con forza. L’uomo, spinto a diversi metri di distanza, cadde contro alcune casse di agrumi, che gli si rovesciarono sulla testa insieme al loro contenuto. L’ilarità esplose in tutto il mercato. Gli uomini scoppiarono a ridere battendosi le mani sulle cosce. Avevano assistito a uno spettacolo senza pari. Un uomo che le buscava da una donna! A memoria d’uomo, non si era mai visto. Alcuni aiutarono il malcapitato a rialzarsi e lo condussero all’esterno. Dovette andarsene sconfitto sotto le minacce, le battute e le spacconate dei venditori. Alcuni esclamarono: “Ohi, ohi ohi! O Allàh! Sâadia: è la nostra qàida!”. I curiosi accorrevano da ogni parte del mercato. I commenti si sprecavano.

Leyla era al colmo della gioia. Saltava battendo le mani. I commercianti fecero cerchio intorno a sua zia, impedendole di andarsene. Bùalèm tirò fuori dalla sua enorme ghiacciaia una bottiglia di gazùz. Benqàsim, che gestiva il chiosco lì di fronte, portò una sedia. Fecero accomodare Sâadia che sorrideva, raggiante in viso.
Offrirono a tutti e tre un bicchiere di limonata. “Per Allàh”, un simile avvenimento andava festeggiato. Intorno a Sâadia si raccontava la storia, già ingrandita, esagerata e deformata, delle sue prodezze…

 

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