Here there is a world apart, unlike everything else, with laws of its own, its own manners and customs,
and here is the house of the living dead life as nowhere else and a people apart.
It is this corner apart that I am going to describe
– Dostoevsky, The House of the Dead in Gustav Herling, A World Apart

 

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In Russia, la figura del criminale come individuo socialmente complesso, si può far risalire all’epoca di Caterina II. Nasce qui il primo esempio di antieroe raccontato in ballate, poesie, composizioni folkloristiche che tessono il mito di Ivan Osipov, meglio conosciuto come Van’ka Kain, un delinquente che nel 1700 imperversava per il distretto di Kitay Gorod. Fu, Osipov, il prototipo dell’odierno leader, capace di mettere in piedi un piccolo impero piramidale del crimine, collaborando contemporaneamente, in maniera un po’ spudorata, con la polizia. Si definisce Osipov come una figura delinquenziale davvero importante e inedita nella società dell’epoca, fornendo quasi subito ispirazione ad altre leggendarie personalità del mondo marginale, soprattutto quello urbano, di Russia.
Van’ka Kain era il tipico individuo nato senza nessun privilegio, diritto o futuro, finché davanti agli occhi del popolo,  ergendosi al di sopra della società contemporanea, non si riscatta attraverso le sue attività criminali. Omicidio, furto, estorsione, l’impero di Osipov è un modello di comportamenti deviati che vengono messi in secondo piano dal successo sociale (il potere) ottenuto dal fuorilegge, che a conti fatti però fuorilegge non era: viveva e agiva principalmente alla luce del sole, attraverso privilegi (come la connivenza) ottenuti dalla sua posizione e dalla sua rete di rapporti, violenti o diplomatici a seconda della loro natura. Osipov gestiva e traeva profitto dal suo essere informatore (quindi traditore), legandosi a doppio filo all’autorità, mentre contemporaneamente gestiva una rete di sottoposti ben delineata, uomini e donne di ogni età che pagavano un tributo in denaro, il paya, per entrare in questa rete invisibile; l’accesso a possibilità soprattutto economiche altrimenti precluse, non era gratuito e nemmeno facile. Venivano sottoposti a prove di fedeltà e coraggio, un retaggio che si è consolidato fino all’epoca moderna. Osipov da parte sua, era per gerarchia libero di fare ciò che voleva, senza temere ritorsioni , come quando tradì il suo luogotenente Kamchatka che fu condannato ai lavori forzati. Kamchatka cercò di difendersi testimoniando tutto ciò che sapeva su Kain, salvo poi ritrattare dalla prigione, forse per un senso di fedeltà che non lo avrebbe abbandonato fino alla fine. Ma fu in questo momento che la polizia offrì a Kain la possibilità di restare nel suo mondo criminale con l’imperativo di diventarne un informatore.

 

Mappa dei Gulag

Questa posizione, per quanto pericolosa, garantì a Osipov benefici che sfociavano spesso nell’abuso impunito anche nei confronti dell’autorità. La sua carriera di leader terminò quando si prese una condanna ai lavori forzati a vita nel 1749.  Fu proprio un garante dell’ordine a non sottostare all’ennesimo abuso: il militare Nikolai Budaev portò quasi allo scandalo l’apparato di polizia quando Osipov gli rapì e stuprò la moglie. Il poliziotto si ribellò perché i rapporti con le autorità di Kain e la sua conoscenza del mondo criminale contemporaneo, rischiavano seriamente di farlo restare impunito. Arrestato per contenere lo scandalo, venne imprigionato, spingendosi a ricattare la polizia con presunte informazioni su un grave complotto ai danni dell’Imperatrice. Non venne creduto e le sue invettive contro Caterina di Russia gli costarono moltissimo: era questo un reato considerato più grave dello stupro. Finito nelle mani della polizia politica, venne torturato per giorni finché non confessò tutti i crimini e quindi mandato ai lavori forzati a vita al confino, nel Golfo di Finlandia. Finisce così l’impero di un criminale che, nonostante il tradimento, la violenza e la confessione finale dei suoi crimini, ha lasciato un segno indelebile all’interno di tutta la società russa contemporanea e futura, soprattutto tra gli emarginati. Ha mostrato alla popolazione qualcosa di inedito: il riscatto sociale attraverso la via del crimine è possibile.

Le torture e gli omicidi, le ammissioni finali dei propri crimini, sono poca cosa rispetto alla posizione di potere a un certo punta raggiunta, un apice che ha permesso a Kain di compiere impunito molti danni, spesso addirittura agendo in collaborazione con le autorità. La miticizzazione del criminale a partire dai fasti e dal declino di Kain, soprassedendo a dubbi e quesiti morali, diventa quindi un fenomeno popolare che dopo il 1917 il governo russo ha cercato di sradicare soprattutto attraverso una vera e propria propaganda della punizione. Ovvero, secondo l’autorità centrale, solo attraverso la pena inflitta per i tuoi crimini, che comunque ti porteranno sempre davanti all’autorità, potrai ottenere il riscatto sociale, elevandoti attraverso il lavoro e il contributo alla collettività. Questo è, in definitiva, il senso del gulag.

The name of Van’ka Kain has become a by-word of iniquity in Russian.
N. D. Usakov’s dictionary gives the following definition: “great criminal, murderer, moral monster.” Frequently, the people who use this name as an insult do not know that Van’ka Kain really existed; they imagine him to be a character of fiction, a legendary burglar who for a long time escaped punishment, fooled the police, and accompanied his daring exploits with witty sarcasm and crude jokes

The Story of Van’ka Kain, Elisabeth Stenbock-Fermor, in The Journal of American Folklore, Vol. 69, No. 273, Slavic Folklore: A Symposium (Jul. – Sep., 1956)

 

Il 1917 è una data che in Russia simboleggia un rovesciamento totale dello status quo, un passaggio dal vecchio al nuovo mondo, con un bagaglio di concezioni e abitudini sociali e culturali che ci si è trovati via via a perpetuare o a sradicare in genere con la violenza. Nel nuovo mondo successivo al 1917, l’Impero zarista è caduto e si è dato il via a una riforma che porta all’alba dell’Unione Sovietica. Nuovi concetti prendono vita, soprattutto teorie politiche ed economiche. Di vecchio, dopo il 1917, resta tra le altre cose la figura del criminale, che sopravvive alla rivoluzione e che continuerà ad essere tema ricorrente nel folklore popolare e nella cultura dei bassifondi e del ceto medio. La reputazione che il criminale si porta dietro nei racconti orali, nei passaparola, nelle canzoni, nelle poesie, nella quotidianità, nutre tutto l’apparato invisibile che si sta consolidando e che in epoca contemporanea viene riconosciuto come mafia russa. Parallelamente alla società criminale che nasceva nei regimi punitivi, principalmente i gulag e le prigioni comuni, in cui si fondevano concetti come sopravvivenza, rivalsa, ribellione, l’Unione Sovietica portava avanti con energia la teoria della pererovka, una teoria di rieducazione plasmata dai bolscevichi e portata avanti nell’era della post rivoluzione. Secondo la pererovka, il gulag e il sistema detentivo in generale servivano per educare (nell’ottica di una prevenzione che portava ad arresti assolutamente ingiustificati) e rieducare (nell’ottica dell’arresto di criminali o nemici del potere centrale) il detenuto attraverso un percorso di competizioni e di durissimo lavoro. Un percorso che avrebbe aiutato l’uomo a riscoprire i valori e il sacrificio, la meritocrazia verso la costruzione di un nuovo e migliore io. In realtà il sistema penale era la fucina gigantesca di criminali di ogni genere e così sarebbe stato per molto tempo, così è ancora oggi in molti paesi del mondo.

 

Prigionieri del Gulag

 

L’evoluzione della figura di Van’ka Kain nell’immaginario collettivo e nella società, e quella di altri criminali che poco dopo di lui diventarono eroi popolari, si traccia  facilmente attraverso l’utilizzo (sempre più comune man mano che il Governo diventa violento), della sua figura o di figure a lui ispirate. Ciò avviene nella letteratura, ma anche e soprattutto attraverso la preservazione e trasmissione orale di discorsi e dettami fatti da Kain, di utilizzo molto diffuso nelle prigioni come scrive Sergei Maksimov nel suo studio Sibir i Katorga del 1861. (Molti di questi “dettami del criminale” di Kain, quasi un testamento ideologico, sono raccolti in pubblicazioni popolari composte in versi).

Пей воду как гусь, ешь хлеб как свинья, а работай чёрт, да не я
Drink water like a goose, eat bread for a swine, let the devil work for you, but not I
Van’ka Kain

Pian piano comunque ci si allontana dalla realtà storica, prendendo sempre più licenze poetiche che contribuiscono a consolidare il fascino del criminale e che in un futuro molto prossimo, quello di Lenin e Stalin, aiuteranno la comunità di fuorilegge, come già detto, a sopravvivere all’interno del gulag, subendo una nuova evoluzione a dispetto del sistema che li vuole eliminare. La Russia combatte una feroce repressione contro i criminali di ogni risma e soprattutto contro i criminali più scaltri, sul modello di Van’ka Kain. Da ogni dove, comunità rurali o città, i pervertiti, ladri, assassini, borseggiatori, stupratori, estorsori vengono buttati tutti insieme a persone assolutamente normali e innocenti nei treni destinati alle colonie penali e ai gulag, dove ci si augura la loro morte o la loro rieducazione. Sarà nei gulag, attraverso le storie del folklore e le consuetudini tramandate dai delinquenti di strada e dai galeotti veterani, che il nuovo sottobosco criminale resterà coeso superando gli anni bui dell’era Stalin, in nome di una sopravvivenza che va oltre quella individuale. Il mondo criminale si compatta per rispondere allo sprezzo violento e armato del Governo, che attraverso il concetto dell’annullamento personale, punta a ottenere un insieme collettivo facilmente gestibile. Né l’uomo e nemmeno il criminale hanno intenzione di essere annientati.
Per quanto il potere centrale post Rivoluzione d’Ottobre abbia tentato di ripulire la società dai criminali, non fu ovviamente in grado di farlo. La sopravvivenza portava a unioni naturali e in questi gruppi si continuava a tramandare storie e leggende dei criminali di ieri e oggi, quelli che in una parabola ante litteram, avrebbero scelto la strada più impervia (precisamente quella contro le autorità, non quella del peccato) per aiutarsi e aiutare “gli svantaggiati”, attraverso una rete di “solidarietà” gestita da un leader. Un modello che riconosciamo facilmente come struttura mafiosa, dove il capo, con l’aiuto di luogotenenti, gestisce un numero di subordinati che regolano traffici più o meni estesi e che finiscono per costituire una rete sociale parallela infiltrandosi nel tessuto comunitario.

 

Pausa dal lavoro in un Gulag

 

Nel 1923 viene istituito il Moskovskii kabinet po izucheniiu lichnosti prestupnikai prestupnosti, l’Ufficio di Mosca per lo studio delle personalità criminali e del crimine, che raccoglie al suo interno una schiera di accademici, tra cui criminologi, antropologi, psichiatri. Si tratta del primo esempio europeo di istituzione interna all’autorità devota esclusivamente a un approccio accademico al crimine, poiché fino a quel momento lo studio scientifico del criminale era stato una prerogativa di pochissimi studiosi isolati. Il direttore di questa istituzione era l’avvocato e criminologo  Mikhail Gernet che immediatamente manda i colleghi studiosi a raccogliere materiale nelle prigioni, nei gulag e tra gli ex galeotti, dando vita a una corposa testimonianza di piccole biografie criminali. Oltre a registrare le storie individuali di ladri, assassine, contrabbandieri, deviati sessuali, Gernet usa un approccio in contraddizione con la teoria lombrosiana dell’uomo criminale, secondo cui sono determinati tratti atavici che contribuiscono a formare la personalità del delinquente. Per il russo si tratta invece di fattori contemporanei e culturali, quindi anche una questione di classe: la criminalità come effetto collaterale della struttura sociale.
Nella pubblicazione interna al Dipartimento, vengono affrontati i temi in maniera più specifica: storie collettive e di personalità criminali importanti, fenomeni delineati come l’estremismo violento, i crimini sessuali, l’omicidio. Si pubblicano testi manoscritti di detenuti e si raccolgono identificazioni sui tatuaggi che sono diventati parte integrante e fondamentale del mondo criminale sia tra le donne che tra gli uomini.

Il mondo a cavallo del 1917 è pieno di ferite e chi ne soffre di più sono i bambini rimasti orfani o abbandonati. Mai come in questo momento il modello delle gang criminali viene replicato dai gruppi di ragazzini che, proiettati all’improvviso nella realtà del gulag, hanno necessità di creare una struttura definita per sopravvivere. Esistono diverse realtà di detenzione per i giovani presi dalla strada o che si sono macchiati di crimini che il codice penale definisce gravissimi. Per esempio fino al 1948, rubare una mela all’interno del kolkoz prevedeva una pena carceraria. Rubare, soprattutto risorse primarie, al Governo, poteva costare sei anni di gulag. E si parla di giovanissimi colti a sottrarre un pugno di riso dalle fattorie collettive dove le risorse lasciate ai contadini non bastavano per sopravvivere. Ne descrive bene Aleksandr Solzhenitsyn nella seconda parte del suo Arcipelago Gulag. (Mi scuso per la qualità delle foto, prima o poi, molto poi, prenderò un cellulare degno di essere definito tale)

 

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Chi arriva quindi nel gulag da minorenne, arriva a dodici anni, anche se esistono casi di bambini ben più giovani mandati al gulag nei primissimi tempi dell’istituzione del regime, come scrivo qui sui fatti dell’isola di Nazino. I ragazzini arrivati nel gulag al loro arrivo condividono una sorte tremenda, ma non tutti sono stati dei ladruncoli abbandonati per strada. Vi sono anche i figli dei dissidenti, figli di genitori che allo smistamento vengono mandati in altri campi, diventando spesso orfani mentre scontano la loro pena o nei casi più fortunati, tornando a riunirsi con le famiglie molti anni dopo, se tutti sono sopravvissuti alla prigionia. Un fenomeno citato da Solzhenitsyn è quello della coesione dei ragazzini che tra loro non si fanno la guerra ma si uniscono non appena diventa chiara la loro posizione all’interno del gulag. Il fatto che all’interno del gruppo di ragazzini, i ladruncoli di strada siano più scaltri e quindi più portati a sopravvivere, porta immediatamente gli “innocenti” a emularne i comportamenti, a loro volta plasmati e incoraggiati dai ladri adulti, figure leggendarie nei gulag, quelli che certamente hanno la vita migliore all’interno delle baracche. Si istituiscono delle regole di comportamento a imitazione della criminalità organizzata di questi adulti: la saggezza di strada viene tramandata oralmente e si mette in chiaro che le regole, il codice, contribuiscono alla gerarchia e alla disciplina. Nel capitolo XVII, sempre in Arcipelago Gulag, intitolato in originale maloletki, cioè i marmocchi, come avrete letto dalle immagini che ho postato, l’autore spiega come l’assunzione del codice, la formazione di una struttura identica a quella della criminalità organizzata del gulag, l’imitazione dei comportamenti deviati (i marmocchi maschi violentavano allo stesso modo degli adulti, ma lo facevano in branco. Le stesse bambine, tra i marmocchi, capivano presto che i privilegi potevano essere ottenuti mettendosi in vendita), significano la transizione completa nella sfera criminale. Sono, tra le baracche, insieme ai ladri e ai loro leader, inseriti nella classe sociale più alta del gulag e i “neutrali”, tutti i prigionieri che non delinquono e scontano la pena in maniera retta, giovani, vecchi, uomini, donne, sono vittime. Da un altro capitolo sull’arrivo nel gulag:

Secondo la classica sistemazione i ladri occupano i pancacci superiori, quelli più anziani alle finestre, i più giovani un poco più lontano. In basso è la grigia massa neutrale.
Nessuno ci assale. Senza guardarci intorno, senza calcolare, noi, inesperti, strisciamo sul pavimento di asfalto sotto i pancacci.
Là ci sentiremo addirittura più a nostro agio. I pancacci sono bassi, un uomo grosso deve strisciarvi, come un esploratore in guerra, stretto a terra. Vi siamo. Vi rimarremo quatti quatti, converseremo sottovoce.
Ma no, nella bassa penombra, in silenzio, carponi, come tanti grossi ratti si avvicinano da ogni lato i “marmocchi”, sono ragazzini, c’è chi ha solo dodici anni, ma il codice accetta anche questi, sono già “passati” al processo per furto e adesso continuano il tirocinio con ladri. Sono stati aizzati contro di noi.
Ci strisciano incontro da ogni lato, una dozzina di mani tira e strappa da noi, da sotto a noi, tutti i nostri averi. Il tutto in perfetto silenzio, non si ode che uno sbuffare rabbioso.
Siamo in trappola: non possiamo alzarci né muoverci.
Non passa un minuto che ci hanno strappato il sacchetto col lardo, il pane e lo zucchero; non vi sono più, noi rimaniamo assurdamente sdraiati.

 

Nel gulag si consolida l’utilizzo dei klichki, i nomi speciali che saranno poi riconosciuti anche fuori, nei gruppi dell’underground criminale, e che già intorno agli anni Cinquanta sono parte di un vero e proprio rito battesimale, come scrive Federico Varese nel suo libro The Russian Mafia:

Criminal names were often formulised through elaborate initiation rituals and best understood as second names similar to a number of religious ceremonies. However, one feature of klichkiis that one individual may have several different nicknames […] in initiation rituals recorded from 1950s onwards, multiple klitchki could cause confusion during ‘crowning’ceremonies, which were instrumental and marked entry into the brotherhood.

 

Prendere un klichki equivale in ogni caso a portarselo a vita e nei casi più “fortunati”, farvi crescere intorno un sottobosco di leggende, aneddoti, storie e poesie che esaltano il personaggio. Il klichki fa parte di una struttura che comprende un sistema comunicativo complesso e in costante evoluzione: lo slang utilizzato dai gruppi criminali si basa sia sul linguaggio orale, con terminologie in codice e specifiche soprattutto per zona geografica, sia sul linguaggio figurativo attraverso i tatuaggi, anch’essi codici complessi che parlano senza voce, soggetti a regole la cui infrazione può costare cara. Esce dal gulag un vocabolario tutto nuovo, gran parte ancora usato oggi sebbene, in qualche maniera, più evoluto. C’è per esempio il glaza vykolu, un termine con un unico contesto e significato, che indica un gesto preciso molto in voga tra i maloletki e i ladri adulti: le corna, fatte con il pollice e il mignolo sollevati, sono un minaccia concreta di cavare gli occhi.

 

 

A ciò che Van’ka Kain rappresenta, si unisce la necessità di essere come lui, nata dagli errori di un sistema sociale e politico che causa fratture gigantesche all’interno della società. Il potere e l’uomo sovietico, sono agli antipodi: si può misurare la loro lontananza leggendo le testimonianze dei marmocchi diventati grandi, degli innocenti entrati nel gulag per una poesia dall’aria polemica e usciti ladri, assassini, truffatori. Si cementa nel tempo delle purghe, del gulag, del terrore, la convinzione che il vero rivoluzionario, l’unica figura in grado di sfuggire e rispondere al sistema, sia il ladro.

Dopo la diffusione del mito di Van’ka Kain, in epoca moderna si diffonde una nuova leggendaria figura, un caso più unico che raro nella storia della cultura criminale, poiché le canzoni, le cosiddette blatnie pesni (le canzoni della malavita) trattano di una donna. Ma non di una donna qualsiasi, bensì di una leader, l’equivalente femminile di un vozhak, il leader del gruppo. Il vozhak guadagna questo titolo scalando la gerarchia in vari modi, ma sono tutti modi per la loro natura prettamente maschili, così come è prettamente maschile il mondo dei Ladri, i delinquenti, anche se le donne possono raggiungere posizioni di potere.
In genere il vozhak è il membro più anziano, anche se in casi di gruppi più grandi e problematici può trattarsi dell’uomo che emerge sottomettendo per scontro fisico gli antagonisti. La sottomissione avviene sotto forma di imposizione di pagamento, un tributo che consolida il rispetto, ma non è raro sottomettere attraverso lo stupro degli altri memebri, atto usato anche come strumento punitivo oltre che dimostrativo. In questo quadro, le regole di convivenza sono ben definite tra due paletti: la lealtà viene premiata, il tradimento punito con la morte. Barare a carte, non pagare i debiti, mettere in difficoltà un membro del gruppo sono atteggiamenti che vengono puniti dalle leggi che decretano il codice di comportamento. Si capisce quindi quanto sia difficile e inusuale per una donna scegliere di scalare la gerarchia criminale.

La protagonista di queste storie si chiama Murka ed è una donna coraggiosa, violenta, la leader di un gruppo di ladri che non teme niente e nessuno, ma a un certo punto, in una delle versioni più popolari delle ballate a lei dedicate, Murka tradisce il Codice e viene così uccisa dai suoi stessi compagni. Murka non è una figura recente, è un personaggio conosciuto in altre varianti, principalmente un donna coraggiosa che affronta l’adulterio del marito o le difficoltà della società. Verso gli anni Trenta però si diffonde sempre più la versione di Murka ladra, uccisa per tradimento. E’ questo un esempio dell’indottrinamento del Codice all’interno della prigione, dove via via si evolvono le “parabole criminali” che insegnano e mettono in guardia sul comportamento da tenere. Perché proprio un donna, però, diventa all’improvviso così popolare nella cultura della prigione? Perché, come spiega Sharon Kowalsky, accademica specializzata negli studi di genere, le donne stanno ottenendo sempre più spazio all’interno della gerarchia criminale. Non solo, le donne hanno un tasso di recidiva che sfora del doppio quello dei condannati uomini, probabilmente a causa di due fattori: la necessità di cambiare radicalmente approccio alla vita una volta entrati nel gulag (ancora, Solzhenitsyn parla in maniera diffusa di come le donne nel meccanismo del lavoro forzato si trasformassero in maniera incredibile) e l’incapacità di sostenere una vita normale una volta fuori dal gulag.

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Nella seconda parte di questo articolo approfondirò la questione del linguaggio, sia verbale che visivo ed entrerò nel merito del Codice. Segnalerò anche alcuni film da vedere sul gulag e sulla figura del leader. Alcune risorse usate fino ad ora:

The Story of Van’ka Kain, Elisabeth Stenbock-Fermor (pdf integrale)
I racconti di Kolyma, Varlam Tichonovič Šalamov (epub integrale)
Who’s Responsible for Female Crime? Gender, Deviance, and the Development of Soviet Social Norms in Revolutionary Russia, Sharon Kowalsky (pdf integrale)
Siberia and the Gulag System, George Kennan
Arcipelago Gulag, Aleksandr Solzhenitsyn