In ogni gruppo di cento uomini, dieci non dovrebbero neppure essere là. Ottanta sono semplici bersagli. I veri combattenti sono nove, e siamo fortunati ad averli, perché l’esito della battaglia dipende da loro. Ma l’ultimo, ah, l’ultimo è un guerriero, e sarà lui a vincere la battaglia e a riportare indietro tutti gli altri ...
– Eraclito

 

C’è un film, non bellissimo ma sicuramente molto affascinante, che nel 2018 ha fatto riscoprire al mondo ( o almeno ai non tanti che l’hanno visto) le gesta di un ragazzino durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale.
Un film che in un elegante bianco e nero, in una rigorosa cronologia storica, in una costruzione di dialoghi ridotti all’essenzialità del probabile, srotola la storia di questo ragazzo, un diciannovenne non troppo speciale diventato uomo in tempo di guerra, che scopre di avere una attitudine da criminale, debole davanti al fascino del potere. Finendo ghigliottinato a 21 anni dagli inglesi per i suoi crimini di guerra.

 

 

I fatti storici
Si chiamava Willi Herold e non arrivava da nessun posto importante: un ragazzo tedesco della classe proletaria che si arrangiava, fino allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, nel sopravvivere a una adolescenza povera, comune, marginale. Diplomatosi spazzacamino, di poca volontà, Herold viene arruolato nel 1943 come soldato semplice, ma si guadagna una medaglia al valore sul fronte italiano, tra Nettuno, Cassino e Salerno dove i tedeschi sono in pieno combattimento. Nell’aprile del 1945, Herold è stato rispedito in Germania ma la confusione, la frenesia e il panico dell’esercito in ritirata davanti all’avanzare dei russi, causano il suo allontanamento dal plotone. Solo e completamente perso nella campagna rurale tedesca, Willi si imbatte in una vettura militare vuota. Dentro, la divisa completa con tanto di documenti riservati di un ufficiale della Luftwaffe di cui non esista immediatamente a vestire l’identità. Nel giro di pochissimo tempo, gli incontri di Herold con altri soldati dispersi portano alla creazione di un piccolo gruppo di cui è il leader indiscusso. Nel loro girovagare, il gruppo arriva in uno degli Emslandlager, un campo di prigionia facente parte di un gigantesco complesso di detenzione dislocato per tutta la Bassa Sassonia, destinato in gran parte ai soldati tedeschi colpevoli di aver violato le leggi militari, dal furto all’insubordinazione.
Bugiardo, manipolatore, scaltro: Herold dimostra col senno di poi di essere un giovane senza scrupoli o comunque con una capacità di sopravvivenza talmente alta da sconfinare probabilmente in qualche disturbo della personalità. Dice, agli ufficiali in comando al campo, di essere in missione per conto diretto di Adolf Hitler e questa sarà la chiave per farsi aprire numerose porte. In qualità di ufficiale, così privilegiato da avere una missione assegnata personalmente da Hitler, prende quasi immediatamente il comando del campo: lui e i suoi uomini sono responsabili dell’esecuzione diretta di più di 100 prigionieri in otto giorni di permanenza. Il resto degli internati viene salvato da un raid aereo: con il campo ridotto in macerie scappano tutti, compresa quella che è a tutti gli effetti, una gang di criminali. In marcia verso Aurich, si lasciano alle spalle altri sette cadaveri, questa volta civili. Giunti nella cittadina, la polizia locale li arresta: il loro comportamento è sopra le righe, non passa inosservato nel nuovo fragile sistema che si sta creando in Germania tra alleati e autorità locali. In fase di arresto Herold racconta le sue gesta, una confessione che calza perfettamente con l’arroganza dimostrata fino a quel momento.

 

Willi Herold in fase di detenzione

 

Per una disattenzione burocratica però, Herold viene rilasciato ma nel maggio del 1945 cade di nuovo nelle mani delle autorità. Questa volta l’hanno preso gli inglesi e qui finisce la sua strana vita. In un momento in cui la maggior parte dei ragazzi fa un passo verso l’età adulta, Willi Herold lo fa verso la ghigliottina. Gli inglesi lo cercavano come criminale di guerra, avevano tra le mani anche i suoi commilitoni. Li riportano al campo dei loro primi omicidi, vengono obbligati a seppellire i corpi dei commilitoni morti. Subiscono un processo e infine, nel novembre del 1946, vengono condannati a morte tutti e sette, con revisione della pena per sei di loro. Willi Herold è quindi l’unico della banda a subire l’esecuzione.

 

Willi Herold durante il processo con i commilitoni della sua banda

 

Verrebbe da dirsi che rispolverare dagli archivi della storia le brutalità di un uomo, metterle nero su bianco in pellicola, a volte non è necessario. Nel caso di Willi Herold però, la differenza con personaggi simili, soldati di basso livello poi diventati criminali di guerra (come ad esempio Oscar Dirlewanger), è che Herold commise i suoi crimini a spese di commilitoni, a spese del suo stesso esercito e della cittadinanza tedesca. Si rivoltò quindi contro quello che nell’immaginario storico viene definito un esercito compatto e disciplinato; non solo. Fu in grado, oggettivamente inesperto, giovane e arrogante, di inserirsi e sfruttare un determinato meccanismo per farsi seguire da soldati e uomini più vecchi di lui e in posizioni gerarchiche più alte. Questo meccanismo, che poi diventerà oggetto di studi, accuse e difese dal processo di Norimberga in poi, si serviva di disciplina, ordini e rigide strutture gerarchiche: si pensi ai concetti di Befehl ist Befehl e Kadavergehorsam messi sul tavolo più volte nel gioco dello scarico di responsabilità.
L’autorità di Willi Herold fu quindi la sua arma migliore e questa autorità fu possibile crearla dal niente.
Nel suo lavoro What is Authority?  (pdf completo) Hannah Arendt ribadisce che il concetto di autorità è difficile da definire in maniera universale negli studi empirici, poiché riguarda sia un contesto psicologico che un contesto sociologico. Il termine stesso è di origine incerta e al suo “più o meno” significato sono applicabili molteplici sfaccettature che ne cambiano il midollo: valore, reputazione, ruolo nel sociale e molto altro.

Authority, resting on a foundation in the past as its unshaken cornerstone, gave the world the permanence and durability which human beings need precisely because they are mortals–the most unstable and futile beings we know of. Its loss is tantamount to the loss of the groundwork of the world, which indeed since then has begun to shift, to change and transform itself with ever-increasing rapidity from one shape into another, as though we were living and struggling with a Protean universe where every-thing at any moment can become almost anything else. But the loss of worldly permanence and reliability–which politically is identical with the loss of authority–does not entail, at least not necessarily, the loss of the human capacity for building, preserving, and caring for a world that can survive us and remain a place fit to live in for those who come after us.

Hanna Arendt, What is Authority?

Nonostante il suo successo nell’interpretare una autorità, sfruttando per questo a suo vantaggio un contesto storico ma anche un modello abbastanza comune (cioè quello inquadrato di un esercito), Willi Herold non è mai stato il guerriero citato da Eraclito nel 500 a.C. Veste invece i panni più consoni di un villain cinematografico e nella pellicola Der Hauptmann è decisamente un villain che causa nello spettatore come minimo un certo fascino.

 

 

Il film
Opera scritta e diretta da Robert Schwentke, la qualità più grande del film è quella di offrire il punto di vista di Herold senza deviare in pregiudizi né giudizi di sorta, una neutralità che offre allo spettatore la possibilità di farsi domande sull’etica di Herold osservando il contesto storico.
Possiamo quindi seguirne le vicende apprendendo parecchio, grazie ai personaggi secondari e agli scenari, sulla sua moralità. Abbiamo davanti la palese giovinezza e la giustificabile scaltrezza di un soldato che scappa da un commando tedesco, in un periodo in cui nell’esercito, la diserzione era il più alto tradimento pagato con l’esecuzione sommaria: farsi trovare soli senza commilitoni in una zona dove non ci sono altri soldati, significa certamente la morte.
Senza nessun preavviso, soprattutto per chi non conosce la direzione che la storia prenderà, assistiamo all’evoluzione di Herold nella sua recita di capitano investito di una missione speciale; la bugiaè dapprima una questione di sopravvivenza, poi una questione di piacere e ce ne rendiamo conto man mano che lo stesso Herold dimostra sempre più fede in questa missione inesistente ma che gli offre vantaggi e privilegi.

 

Il bianco e nero è a parer mio molto adatto per questo film, gli regala una gelida raffinatezza in netto contrasto con il tema di degrado umano che racconta, ma anche in linea con il retrogusto di narcisismo che accompagna il protagonista. Aiuta anche a tenere le distanze sia nei momenti più bassi che in quelli più alti, sia nella concitazione che nello sviluppo in toto. Per quanto riguarda l’attore protagonista, Max Hubacher, ho considerato degno di nota il modo in cui ha personalmente dato vita al volto di Herold, con una rigidità scalfita da sorrisi, smorfie o sguardi via via arroganti, maliziosi, cattivi o, sul finale, spaventati. Del vero Willi Herold, ho riportato sopra le poche immagini che sono arrivate fino a noi e quello che abbiamo davanti è davvero il viso angelico di un giovanissimo cittadino tedesco, in certi scatti totalmente perduto. Hubacher fa vivere con la sua interpretazione la versione criminale di guerra che non ci è data conoscere, quella probabilmente più attinente alla realtà per come, attraverso la storia e gli eventi la conosciamo.
Per quanto riguarda le esperienze sul campo durante le riprese dell’attore protagonista e del cast, lo stesso regista ha raccontato:

Every one of the actors fell apart at some point – mostly while we were shooting in the camp. Max Hubacher, who plays Willi Herold, went into shock when we shot his visit to the dentention barracks, with all the prisoners present. Bernd Hölscher, who plays Schütte, started to cry after his character shoots the prisoners in the pit. We never showed them, but there were always people in the pit and I had instructed them to beg for their lives – some did it so successfully that after I said “Cut”, Bernd Hölscher just started to weep. It was very hard for him to continue shooting that night. I went into shock a when Milan Peschel’s character walked across the (invisible) dead bodies in the pit. It got us all at a certain point.

La parte che ho preferito, comunque è sicuramente quella dei titoli di coda, se vi capita di vedere il film … guardateli.

Questo fermo immagine l’ho voluto vedere come un omaggio a un altro film, un film che parla di un soldato molto diverso, orribilmente torturato da una guerra: anche lui un ragazzino senza più innocenza ma in modo diverso da Herold. Aleksei Kravchenko è Florya nel film di Elem Klimov, Idi i Smotri (Va e Vedi).

 

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