1984: Jaron Lanier, ex bambino prodigio, ricercatore, ideatore di videogames e futuro advisor di Second Life, fonda la VPL Research e conia il termine popolare di virtual reality, realtà virtuale. La VPL è la prima firm a distribuire in commercio per l’intrattenimento domestico l’equipaggiamento da realtà virtuale, come i datagloves e gli immersive headsets. Lanier ha fondato la VPL nel suo cottage a Palo Alto, lavorando alacremente non solo per diffondere verbo e accessori per una realtà immersiva ma anche per costruire le basi di un suo sviluppo futuro, come le applicazioni e il linguaggio di programmazione necessario alla loro implementazione. Si tratta di una figura pionieristica non solo nell’ambito della tecnologia hardware e software ma anche, soprattutto oggi, nella filosofia legata al mondo high-tech.
Ex bambino prodigio, artista poliedrico, intellettuale di alto livello e di notevole peso nell’universo IT, Lanier si è trovato nel corso degli anni a difendere o offendere, a seconda delle sue teorie, il mondo in cui è cresciuto e che ha contribuito a plasmare.
Sostenitore del modello Second Life, il mondo virtuale dove ogni individuo che si registra può vivere una vita parallela vera e propria, con tanto di influenza concreta sulla percezione di se stessi nella realtà fisica, Lanier assume da anni posizioni ribelli contro le dannose derive sociali causate dalla mancanza di controllo sulle tecnologie e sulle masse che ne usufruiscono. La sua filosofia, imperfetta e in costante attrito con le tendenze che vogliono il mondo di oggi sempre più inglobato nel virtuale, non solo a livello economico ma anche a livello psicologico, viene riassunta in vari scritti più o meno lunghi, interviste, documentari, comparsate in tv, conferenze in giro per il mondo.

Uno dei sui pensieri più noti e che ha creato più controversia è l’essay pubblicato nella sezione Third Culture di Edge nel 2006 col titolo Digital Maoism: The Hazards of the New Online Collectivism, dove descrive e analizza i limiti e i pericoli della hive mind, la mentalità collettiva digitale e quindi di natura anonima, che affossa il pensiero individuale, relegando l’umana intelligenza e il valore personale a pesi e ruoli secondari a fronte di un pensiero standardizzato e coeso che lascia fuori elementi essenziali come la critica, il giudizio o l’esperienza in prima persona. L’esempio usato da Lanier per descrivere il pericolo della hive mind è quello di Wikipedia:

 

The problem is in the way the Wikipedia has come to be regarded and used; how it’s been elevated to such importance so quickly. And that is part of the larger pattern of the appeal of a new online collectivism that is nothing less than a resurgence of the idea that the collective is all-wise, that it is desirable to have influence concentrated in a bottleneck that can channel the collective with the most verity and force. This is different from representative democracy, or meritocracy. This idea has had dreadful consequences when thrust upon us from the extreme Right or the extreme Left in various historical periods. The fact that it’s now being re-introduced today by prominent technologists and futurists, people who in many cases I know and like, doesn’t make it any less dangerous.

What I’ve seen is a loss of insight and subtlety, a disregard for the nuances of considered opinions, and an increased tendency to enshrine the official or normative beliefs of an organization. Why isn’t everyone screaming about the recent epidemic of inappropriate uses of the collective? It seems to me the reason is that bad old ideas look confusingly fresh when they are packaged as technology.
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There is a pedagogical connection between the culture of Artificial Intelligence and the strange allure of anonymous collectivism online. Google’s vast servers and the Wikipedia are both mentioned frequently as being the startup memory for Artificial Intelligences to come. Larry Page is quoted via a link presented to me by popurls this morning (who knows if it’s accurate) as speculating that an AI might appear within Google within a few years. George Dyson has wondered if such an entity already exists on the Net, perhaps perched within Google. My point here is not to argue about the existence of Metaphysical entities, but just to emphasize how premature and dangerous it is to lower the expectations we hold for individual human intellects.

The beauty of the Internet is that it connects people. The value is in the other people. If we start to believe the Internet itself is an entity that has something to say, we’re devaluing those people and making ourselves into idiots.

Conoscendo perfettamente il mondo da cui proviene e che fa capo alla rivoluzione digitale di questi decenni, ovvero la Silicon Valley, Lanier analizza e critica fortemente non solo la tendenza ad essere assorbiti e contribuire alla hive mind stile Wikipedia, ma anche qualsiasi attività che riduca la creatività umana, una colpa che agli inizi dell’era di Internet e quando la realtà virtuale era ancora un sogno da strutturare, si pensava di eludere grazie all’infinito potenziale dello strumento digitale.
Eppure, secondo Lanier, la canonizzazione di comportamenti e meccanismi sociali ha quasi annientato il livello creativo dell’individuo che approccia il mondo digitale, un pensiero che vede d’accordo pensatori molto diversi tra loro: Andrew Keen, nel suo saggio del 2007 The Cult of the Amateur, critica la perdita di professionalità e dello standard qualitativo del giornalismo nell’era di Internet. Nel 2010 Nicholas Carr autore di The Shallows, pubblica un articolo in cui si parla del pericolo legato alla perdita di concentrazione progressiva e alla memoria debole, effetto delle dinamiche e dei modelli di cultura e relazione sociale online. Matthew Hindman invece analizza i pericoli della democrazia digitale e l’effetto che la sua idealizzazione opera sugli utenti. La lista è lunga: pensatori di ogni campo si sono posti in posizione di critica per cercare di recuperare spazio utile alla non conformazione di un modello che replica, qualunque sia l’approccio dell’utente, una serie di dati e disposizioni culturali tese a creare una omogeneità sociale da cui risulta sempre più difficile allontanarsi. Complice anche una tecnologia sempre più mirata al raccoglimento di dati, miliardi di dati personali che sono alla base della costruzione della hive mind e della società digitale omologata, la cui apparente vivacità è paragonata da Lanier nel suo libro You are not a Gadget come una riproduzione casuale MIDI, dove la casualità della trasmissione dei file nasconde un programma lineare e ragionato per offrire a chi ne fa uso l’illusione di una non scelta. Non solo: come avviene in una ormai legittimata abitudine, l’apparenza che si basa su una selezione di storie personali può essere remixata o alterata a seconda dell’esigenza, esigenza che nasce dalla risposta al tipo di approccio che viene cercato soprattutto nei social media e nelle community digitali. A un livello sempre più alto, applicando questa dinamica non più solo alle storie personali ma anche alle storie collettive, si riscrive una memoria storica e sociale che perde il valore più grande, l’affermazione di ciò che è in favore di una modifica per come si vorrebbe. Un pericolo che sfocia nel revisionismo.
Sotto tutto questo, nelle profondità dei big data online, dei flussi giganteschi ed estranianti di numeri e sistemi di codifica degli stessi, ci sono le mega corporazioni che si nutrono dei nostri passi per cristallizzarci in un universo digitale ideale dove non è più l’umanità il carattere distintivo e trainante ma una necessità soddisfatta dalla tecnologia. Ogni desiderio avverato ad un prezzo tutto sommato accettabile: totalitarismo digitale e Singolarità artificiale.
Il pensiero filosofico di Jaron Lanier si basa su discorsi molto più tecnici e approfonditi che fanno riferimento al mondo del digitale e alla comunità di analisti, tecnici e sviluppatori, primo pubblico a cui si rivolge utilizzando quindi un linguaggio che per alcuni potrebbe essere difficile capire. Eppure basta avere una minima esperienza di etica digitale per riuscire a seguire i pensieri di Lanier e l’appello che costantemente rivolge agli addetti al settore, affinché venga sviluppata e si prediliga l’utilizzo di una tecnologia software e hardware che possa esaltare il singolo individuo e la sua creatività, la sua umanità e il suo intelletto, senza penalizzarne l’unicità di pensiero, come oggi invece avviene.

TESTI

Virtually There (articolo)
You are not a gadget: a manifesto (libro completo in inglese)
La dignità ai tempi di internet (libro completo in italiano)
Who owns the future (libro completo in inglese)

Fonti e risorse

Serial Conversations: An Interview with Jaron Lanier
Collectivism vs. Individualism in a Wiki World: Librarians Respond to Jaron Lanier’s Essay Digital Maoism: The Hazards of the New Online Collectivism
Andrew Keen – The Cult of the Amateur
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