I was a man of war in a time of war.
Klaus Barbie

 

Klaus Barbie è stato una di quelle figure in cui i tratti di molte storie si sono uniti o sovrapposti, in una ragnatela astratta di fatti e connessioni che ancora oggi per alcuni aspetti non è possibile, e forse non lo sarà mai, sbrogliare. Un nome che per gli addetti alla Storia lascia una sensazione di indefinito per via delle tante cose non dette, una sensazione che dura quanto la carriera di Barbie nel mondo: dalla Seconda Guerra Mondiale, che lo vede ufficiale nazista della SIPO-SD (Gestapo e Kripo) per le cui azioni verrà accusato di crimini di guerra, all’immediato dopoguerra e fino agli anni Ottanta, quando la sua vita di privilegiato fuggiasco in incognito in Sud America finisce sotto i riflettori. Dopo oltre trenta anni di fuga caratterizzata da lusso, carriera politica, attivismo negli ambienti dell’estrema destra anche italiana, non c’è più nessuno a proteggere Klaus Barbie alla fine del 1982 in Bolivia, il suo paese di adozione, quando un colpo di stato rovescia la dittatura militare che era stata la sua fortuna personale, riportando al potere un regime democratico che non ha nessuna intenzione di fare da schermo a un personaggio tanto scomodo, passato alla storia come il boia di Lione.

Klaus Barbie in arresto, nascosto sotto una coperta

 

A military plane had brought Mr. Barbie from French Guiana to an air base at Orange, 110 miles south of Lyons. He was then brought by helicopter to the Corbas air base near here and transferred by a police convoy to Montluc Prison. The windows of the car carrying Mr. Barbie were curtained. Tactical police and plainclothesmen lined the road to the prison.

It was to Montluc that Mr. Barbie, as the head of the Gestapo in Lyons from 1942 to 1944, sent thousands of members of the French underground during the German occupation. He is also accused of having participated in the execution or deportation to German death camps of some 11,000 Jews and others.

The New York Times, 1983

Nel 1973 la Francia chiede alla Bolivia l’estradizione del cittadino Klaus Altmann, avendo scoperto grazie alle indagini dell’avvocato e “cacciatore di nazisti” Serge Klarsfeld, che sotto questa identità si nasconde in realtà Klaus Barbie, ex comandante della Gestapo a Lione durante il regime di Vichy, fuggito in Sud America grazie a una rete di amicizie e di possibilità che in parte deve al suo operato con i servizi di intelligence statunitensi. Un uomo dai molti volti, con una forte attitudine alla sopravvivenza: lo dimostra in Germania dopo la guerra, dove torna per trovare impiego nell’intelligence militare (CIC) americana e subito dopo in Bolivia, dove nascondendosi in piena luce sotto una dittatura militare, offre i suoi servizi come agente segreto e istruttore per le milizie di Garcia Meza Tejada. La Francia comunque dovrà aspettare il 1983 per riaverlo in patria, dopo due condanne a morte in contumacia del Tribunale Militare di Lione, espresse nel 1952 e nel 1954.
Oltre alle condanne militari, Barbie è stato in grado di evitare anche due condanne diverse per crimini contro l’umanità, nonostante una caccia serrata da parte dell’avvocato Klarsfeld e di sua moglie. Quando nel 1971 le autorità tedesche chiudono, trai tanti casi di guerra, quello contro Klaus Barbie, è Klarsfeld a prenderlo in mano, trovando pochi mesi dopo, a dicembre, una traccia dell’ex nazista in Perù. Ci vive sotto il nome di Klaus Altmann, cittadino boliviano dal 1950, residente temporaneamente a La Paz. Klarsfeld inoltra richiesta di estradizione al Perù ma Barbie è già tornato in Bolivia, avvisato in tempo dalla sua rete di contatti europea che qualcosa si muove contro di lui. L’ambasciatore francese a La Paz comunque, invia una lettera al presidente boliviano che include anche una raccomandazione del primo ministro Georges Pompidou: chiedono l’estradizione del cittadino Altmann/Barbie in Francia. Nel 1974 arriva la risposta decisa dalla Corte Suprema della Bolivia, che nega l’estradizione in quanto non esistono accordi con la nazione europea in questo senso. Per tutto il periodo di libertà, fino al 1983, un mandato di cattura internazionale pende su Barbie, cosa che non gli avrebbe impedito di viaggiare perfino nel nostro paese per questioni legate alla politica dell’estrema destra armata. Il nuovo governo democratico della Bolivia però, subito dopo il suo consolidamento, permette l’arresto di Barbie grazie ad un cavillo legale: la sua cittadinanza è stata data sulla base di una falsa identità, un illecito che gli costa l’espulsione dal Paese. Non più protetto da una cittadinanza che ne blocca l’estradizione, Barbie viene arrestato e caricato su un aereo diretto alla colonia penale della Cayenna, nel dipartimento francese della Guyana. Da qui viene trasferito a Lione, nella prigione di Montluc, dove insieme al suo avvocato Vergès mette in piedi la sua strategia difensiva: rallentare e ostacolare il più possibile il processo sulla base di trucchi e cavilli che Vergès, noto avvocato specializzato in processi politici, conosce bene, ma soprattutto, usare contro se stesso il garantista sistema penale francese, con un occhio di riguardo alle crepe morali e penali dei crimini contro l’umanità, soprattutto quelli del colonialismo francese, trattati dalla Francia in modo non equo.  Al terzo appello nel 1987, la Corte Suprema francese condanna infine Barbie all’ergastolo per crimini contro l’umanità, dopo una lunga serie di nomi, fatti e circostanze testimoniati in faccia a faccia che non hanno scosso neanche per un attimo il coriaceo e gelido ufficiale del Reich, di cui si racconterà la totale assenza di rimorso per le azioni in guerra e l’arroganza con cui fu capace di affrontare ogni singolo confronto durante il suo processo.

 

 

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La copertura offerta a Barbie dagli americani dopo la guerra e per ben 33 anni non è una diceria ma oggetto di indagini militari e di rapporti ufficiali, soprattutto del Dipartimento di Giustizia americano.  Il 2 agosto 1983 il procuratore generale degli Stati Uniti William French Smith riceve un rapporto dal procuratore Allan Ryan Jr. , all’epoca direttore dell’Office of Special Investigations (OSI) che si occupava delle indagini e dei procedimenti contro i criminali nazisti di guerra. Il rapporto, poi diventato famoso nella storiografia dedicata ai servizi segreti americani, si chiama Klaus Barbie and the United States Government: A Report to the Attorney General e viene commissionato a Ryan poco prima del termine della sua carriera nell’OSI per indagare i rapporti tra l’ex nazista e i servizi di intelligence americani e valutare quanto e come la copertura dell’America sia stata influente nella fuga dalla giustizia francese, come sia stato possibile avere sul libro paga un agente criminale di guerra e quanto gli USA abbiano contribuito alla sua nuova vita in Bolivia. Nello specifico:

To draw intelligent and informed judgments on the history of Barbie’s use by American authorities, one must have answers to two lines of questions. First, who was Klaus Barbie, and what did he do during the war? Second, what did the Americans who recruited and used Barbie after the war know about him and his record? What could they have known from the resources that were available to them? The answers to these questions are mportant because the controversy that has developed over public allegations of U.S. involvement with Barbie has been based on the assumption that Barbie was “the butcher of Lyon,” a man responsible for crimesagainst humanity: the deaths and deportations of hundreds, perhaps thousands, of Jews and other innocent victims of Nazi persecution. This controversy has also assumed that those who dealt with Barbie after the war must have known that he was a butcher.

La lettera di Ryan in apertura del documento è esemplificativa dei risultati e del sentimento che poi circonderà il rapporto a livello internazionale.

As the investigation of Klaus Barbie has shown, officers of the United States government were directly responsible for protecting a person wanted by the government of France on criminal charges and in arranging his escape from the law. As a direct result of that action, Klaus Barbie did not stand trial in France in 1950; he spent 33 years as a free man and a fugitive from justice, and the fact that he is awaiting trial today in France is due entirely to the persistence of the government of France and the cooperation of the present government of Bolivia.
It is true that the obstruction of efforts to apprehend and extradite Barbie were not condoned in any official sense by the United States government. But neither can this episode be considered as merely the unfortunate action of renegade officers. They were acting within the scope of their official duties. Their actions were taken not for personal gain, or to shield them personally from liability or discipline, but to protect what they believed to be the interests of the United States Army and the United States government. Under these circumstances, whatever may be their personal culpability, the United States government cannot disclaim responsibility for their actions.
[…]
I therefore believe it appropriate, and I so recommend, that the United States government express to the government of France its regret for its responsibility in delaying the due process of law in the case of Klaus Barbie. We should also pledge to cooperate in any appropriate manner in the further investigation of the crimes for which Barbie will be tried in France.
Con questo rapporto, presentato poi ufficialmente al governo francese e diventato di pubblico dominio grazie all’eco sulla stampa, gli Stati Uniti fanno un mea culpa sulle loro azioni relative alla protezione di Klaus Barbie e sull’ingerenza avuta nel percorso legale di una nazione straniera, che per questioni di interesse ha visto scavalcato il proprio diritto di giustizia. Klaus Barbie è quindi artefice anche di un inedito spirito critico del governo della prima potenza mondiale che con vergogna e pubbliche scuse,  ammette l’utilità avuta dall’ex nazista nella costruzione di una rete anticomunista per cui gli USA fecero all’epoca azioni ritenute ben più controverse.

 

 

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Hotel Terminus
Klaus Barbie non è semplicemente un ex nazista e nemmeno un fuggitivo protetto dai servizi militari americani. E’ un artefice di fatti ed eventi che i tribunali di due nazioni (Francia e Germania) hanno voluto perseguire, inseguendo una giustizia richiesta a gran voce da numerosi superstiti francesi tra le fila degli ebrei e dei partigiani della Resistenza scampati alle prigioni della Gestapo a Lione e ai famosi interrogatori di Barbie, caratterizzati da torture, violenze e abusi sessuali. Le accuse contro Barbie in tempo di guerra sono racchiuse tutte in quel “crimini contro l’umanità” per cui infine viene condannato all’ergastolo in Francia, mentre le accuse per la fase boliviana della sua vita, sono secondarie e di riflesso alla narcodittatura dei suoi protettori principali, Hugo Banzer prima e Luis Garcia Meza Tejada dopo. In ogni caso sembra che l’esperienza maturata nei ranghi della Gestapo abbia reso Barbie/Altmann molto intrigante agli occhi degli americani prima e dei boliviani dopo, interessati soprattutto alle famose tecniche di interrogatorio e agli addestramenti operati nelle SS. Oltre che per gli addetti ai lavori, Klaus Barbie è stato anche il soggetto protagonista di un lavoro di paziente e devota ricerca storica operato dal regista Marcel Ophuls che si imbarca in un progetto ambizioso e complesso. Nel suo Hotel Terminus: The Life and Times of Klaus Barbie del 1988, distribuito in pochissime sale in Europa e negli Stati Uniti ma vincitore del Premio Oscar nel 1989 come Miglior Documentario (e l’anno precedente premiato a Cannes), il regista vuole raccontare con minuzia e punti di vista inediti la vita del famoso boia, l’uomo che uccise brutalmente l’icona della Resistenza francese Jean Moulin, l’affascinante agente segreto del CIC che combattè il comunismo, il marziale uomo da prima linea noto per difendere pubblicamente la memoria di Hitler, ridere dell’Olocausto e vantarsi delle sue amicizie tra i potenti della dittatura e delle destre estreme in tutto il mondo.  La voce narrante del documentario, in originale quella di Jeanne Moreau, introduce senza guidare lo spettatore a quattro ore e mezza circa di filmati, fotografie, interviste e ricordi di persone che sono state vicine, nel bene e nel male, come amici o come vittime, a Klaus Barbie, cercando di costruire una biografia postuma il più completa possibile non solo di Barbie ma anche delle situazioni e delle convergenze di eventi che hanno reso possibile una vita simile.

 

Famosissimo nel periodo immediatamente successivo alla sua uscita, il film vietato ai minori di 12 anni, diventa pian piano un titolo relegato nell’oblio della distribuzione, come la maggior parte dei lavori di Ophuls nonostante i prestigiosi riconoscimenti che gli vengono attribuiti. Mai doppiato in italiano, distribuzione assente, ha resistito nelle edizioni tedesche, inglesi e americane, ma resta ancora oggi un documentario mancante sul mercato italiano nonostante l’importanza dell’argomento trattato, al di là della vita di Klaus Barbie. La Storia, quella con la S maiuscola, che si incastra a vari livelli di trasparenza e che Ophuls districa in maniera quasi perfetta, dai primi anni dell’infanzia gioiosa di Barbie a quel volo che lo riporta in Francia, a Lione, dove appena arrivato durante la Seconda Guerra Mondiale, prese possesso del lussuosissimo Hotel Terminus, diventandone il padrone incontrastato in una determinazione del ruolo che sarebbe andato ben oltre i giorni di Vichy.
Cliccando qui sotto è disponibile su Mega il documentario integrale Hotel Terminus di Ophuls, in lingua francese/inglese con hardsub inglesi.
Conoscere questa parte del passato significa acquisire strumenti in grado di chiarire meglio anche delle situazioni interne al nostro paese, soprattutto legate all’eversione di destra, uno scenario che ha visto in attività in Sud America, soprattutto in Bolivia, alcune figure di spicco del terrorismo nero italiano.

 


Hotel Terminus: the life and times of Klaus Barbie

DOWNLOAD

 

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RISORSE

Per approfondire sul rapporto di Allan Ryan, Klaus Barbie and the United States Government: A report to the Attorney General of the United States (1983) si può leggere il testo integrale di 241 pagine disponibile sul sito del Dipartimento di Giustizia (in inglese).

Per approfondire sulla figura di Klaus Barbie, soprattutto in merito alla sua vita in Bolivia e alle ricerche effettuate su di lui da ex vittime, cacciatori di nazisti e giornalisti, si può leggere il libro The Devil’s Agent: The Life, Times, and Crimes of Nazi Klaus Barbie di Peter McFarren e Fadrique Iglesias (2013) in download dalla mia libreria (in inglese).
Per approfondire l’aspetto del processo e la questione internazionale rappresentata dall’estradizione di Barbie e dalle accuse mosse, si può leggere l’articolo (in inglese) del professor David Ruzie, The Klaus Barbie case: war crimes versus crimes against humanity (2010) in pdf dalla mia libreria.
Per approfondire i legami tra la Bolivia, la destra italiana e Klaus Barbie, si può partire da questo articolo (la fonte è di parte ma indica date ed eventi precisi utili a chi vuole partire con una ricerca più accurata) di Paul Sharkey, Stefano Delle Chiaie in Bolivia, articolo (in inglese) che vorrebbe chiarire dei punti (secondo l’autore) volutamente trascurati della biografia di Delle Chiaie.
Per approfondire il documentario di Marcel Ophuls si può leggere l’analisi di Susan Rubin Suleiman pubblicata sul Critical Inquiry del 2002, History, Memory, and Moral Judgment in Documentary Film: On Marcel Ophuls’s “Hotel Terminus: The Life and Times of Klaus Barbie, pdf integrale dalla mia libreria.