Albert Joseph, detto Libertad, si muove in Francia nel fermento storico che scuote la fine del 1800. Giovane invalido nato a Bordeaux da genitori sconosciuti e cresciuto nell’orfanotrofio cittadino, il futuro pensatore anarchico assiste nella sua crescita alle fasi che vedono il divorzio tra socialisti e anarchici,  alle rivolte del Primo Maggio, all’esplosione dello scandalo Dreyfus e al processo dei Trenta. La scena politica di quegli anni, soprattutto quella dell’opposizione, è un terreno fertile per Libertad che si impone pian piano come un pensatore feroce, di scarsa retorica e grande eloquenza, energico nel bersagliare i suoi avversari attraverso le pagine di Le Libertaire, uno dei giornali anarchici più importanti d’Europa. La collaborazione di Libertad al giornale, per quanto di breve durata, è caratterizzata da continui arresti e condanne a causa dei  pensieri che mette nero su bianco, l’inizio di una battaglia che vede l’individualista anarchico opporsi sempre, anche fisicamente nonostante le menomazioni alle gambe, contro gli agenti. Sempre in prima linea nelle manifestazioni e negli scontri di piazza, rischia più volte di restare ucciso, finché proprio a Parigi, città in cui vive ormai da molti anni, avviene la sua morte violenta per mano della polizia. Saranno molte le voci dell’epoca ad alzarsi per denunciare il fatto. Uscirà nel numero 16 di L’Anarchie, nel 1927, il lamento di Tournebroche per l’amico scomparso:

Povero Libertad, i tuoi “rapporti” con la polizia furono suggellati da percosse e il tuo corpo fu ben vigoroso nell’incassare i colpi … fino a quando, trascinato per i capelli dalla soglia delle Causeries populaires, 22, Chevalier-de-la-Barre, fino a via Ramey, fosti selvaggiamente preso a calci dagli sbirri in uniforme che, sistematicamente, ti saltarono addosso sul petto e sul ventre. Avevano deciso di ucciderti!

L’Anarchie viene fondato a Parigi nel 1905 proprio da Libertad e dalle sorelle Anna e Armandine Mahé, un tentativo di scuotere la coscienza popolare non solo legata ai circoli anarchici ma a tutta la società, analizzata da Libertad attraverso i fatti di cronaca più importanti del suo tempo. Il pubblico a cui Libertad con rabbia e incisività si rivolge, è soprattutto quello di estrazione più bassa, quello più aperto alla violenza delle parole che alla forma estetica del discorso, quello che capisce le furiose intenzioni del giovane pensatore che non risparmia nei suoi appelli, disprezzo e accuse.

Sono i suoi pensieri ovvi e senza tempo che possiamo maneggiare tranquillamente anche e soprattutto oggi, pensieri lanciati in ogni direzione, dall’odio per il governo alle rivolte popolari mancate, dall’astio per le caserme, la polizia e l’esercito al disprezzo per i potenti, gli approfittatori, I Necrofili come li definisce in occasione del terremoto di Messina in un articolo in cui punta il dito urlando contro i potenti che piangono sulle macerie mentre di nascosto si stringono la mano congratulandosi per la ricca eredità che la morte ha donato, a loro, non ai poveri sepolti sotto mura disgregate.
All’interno del panorama anarchico, Libertad è una figura rara che spicca per il suo coraggio, quello di andare verso tutti e soprattutto verso la corruzione interna alla società anarchica, la corruzione del movimento ma anche quella ideologica, un aspetto a cui sentiva di appartenere meno di altri. E’, il suo essere anarchico, riconosciuto come una pura attitudine di spirito, quella di un uomo che si appella a una limpida e lucidissima coscienza di se stesso e del mondo circostante, non quella di un militante pensatore che combatte per un costrutto, in cui sì, crede, ma in cui si è ritrovato.  Difficile d’altra parte, per chi non condivide la morale anarchica, comprendere alcune posizioni di Libertad, quelle più politiche, mentre è certamente interessante scoprire l’abilità dialettica, la lucidità di pensiero e la visione priva di filtri e compromessi di un uomo mai sceso a patti con nessuno, osservazione che anche nel corso della storia si può riferire a pochi individui.

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Odio i rassegnati!
Odio i rassegnati, come odio i sudici, come odio i fannulloni.
Odio la rassegnazione! Odio il sudiciume, odio l’inazione.
Compiango il malato curvato da qualche febbre maligna; odio il malato immaginario che un po’ di buona volontà rimetterebbe in piedi.
Compiango l’uomo incatenato, circondato da guardiani, schiacciato dal peso del ferro e del numero.
Odio il soldato curvato dal peso di un gallone o di tre stellette; i lavoratori curvati dal peso del capitale.
Amo l’uomo che esprime il suo pensiero nel posto in cui si trova; odio il votato alla perpetua conquista di una maggioranza.
Amo il sapiente schiacciato sotto il peso delle ricerche scientifiche; odio l’individuo che china il suo corpo sotto il peso di una potenza sconosciuta, di un X qualsiasi, di un Dio.
Odio tutti coloro che cedendo ad altri per paura, per rassegnazione, una parte della loro potenza di uomini non solamente si schiacciano, ma schiacciano anche me, quelli che io amo, col peso del loro spaventoso concorso o con la loro inerzia idiota.
Li odio, sì, io li odio, perchè lo sento, io non mi curvo sotto il gallone dell’ufficiale, sotto la fascia del sindaco, sotto l’oro del capitale, sotto le morali e le religioni; da molto tempo so che tutto questo non è che indecisione che si sbriciola come vetro… Io mi curvo sotto il peso della rassegnazione altrui. Odio la rassegnazione!
Amo la Vita.
Voglio vivere, non meschinamente come coloro che soddisfano solo una parte dei loro muscoli, dei loro nervi, ma largamente soddisfacendo sia i muscoli facciali che quelli dei polpacci, la massa dei miei reni come quella del mio cervello.
Non voglio barattare una parte dell’oggi con una parte fittizia del domani, non voglio cedere niente del presente per il vento dell’avvenire.
Non voglio curvare niente di me sotto le prole Patria — Dio – Onore. Conosco troppo bene il vuoto di queste parole: spettri religiosi e laici.
Mi burlo delle pensioni, dei paradisi, sotto la cui speranza religioni e capitale tengono nella rassegnazione.
Rido di tutti coloro che accumulano per la vecchiaia e si privano nella gioventù; di coloro che, per mangiare a sessanta, digiunano a vent’anni.
Io voglio mangiare quando ho i denti forti per strappare e triturare grossi pezzi di carne e frutti succulenti, quando i succhi del mio stomaco digeriscono senza alcun problema; voglio soddisfare la mia sete con liquidi rinfrescanti o tonici.
Voglio amare le donne, o la donna secondo come converrà ai nostri comuni interessi, e non voglio rassegnarmi alla famiglia, alla legge, al Codice, nessuno ha diritti sul nostro corpo. Tu vuoi, io voglio. Burliamoci della famiglia, della legge, antica forma della rassegnazione.
Ma non è tutto: io voglio, poiché ho gli occhi e le orecchie, oltre che mangiare, bere e fare l’amore, godere sotto altre forme. Voglio vedere le belle sculture, le belle pitture, ammirare Rodin o Manet. Voglio ascoltare le migliori opere di Beethoven o di Wagner. Voglio conoscere i classici della Commedia, conoscere il bagaglio letterario e artistico che è servito per unire gli uomini passati ai presenti o meglio conoscere l’opera sempre in evolu zione dell’umanità.
Voglio gioia per me, per la compagna scelta, per i bambini, per gli amici. Voglio una casa dove poter riposare gradevolmente i miei occhi alla fine del lavoro.
Poiché io voglio anche la gioia del lavoro, questa gioia sana, questa gioia forte. Voglio che le mie braccia adoperino la pialla, il martello, la vanga o la falce.
Voglio essere utile, voglio che noi tutti siamo utili. Voglio essere utile al mio vicino e voglio che il mio vicino mi sia utile. Desidero che noi operiamo molto perchè la mia necessità di godere è insaziabile. Ed è perchè io voglio godere che non sono rassegnato.
Si, sì, io voglio produrre, ma voglio godere; voglio impastare la farina, ma mangiare il miglior pane; fare la vendemmia, ma bere il miglior vino; costruire la casa, ma abitare nei migliori appartamenti; fare i mobili, ma possedere l’utile, vedere il bello; voglio fare dei teatri, tanto vasti, per condurvi i miei e me stesso.
Voglio prendere parte alla produzione, ma voglio prendere parte al consumo.
Che gli uni sognino di produrre per altri a cui lasceranno, oh ironia, la parte migliore dei loro sforzi; per me, io voglio, unito liberamente con altri, produrre ma consumare.
Guardate rassegnati, io sputo sui vostri idoli; sputo su Dio, sputo sulla Patria, sputo sul Cristo, sputo sulle Bandiere, sputo sul Capitale e sul Vello d’oro, sputo sulle Leggi e sui Codici, sui Simboli e le Religioni: tutte fesserie, io me ne burlo, me ne rido…
Essi non sono niente né per me né per voi, abbandonateli e si ridurranno in briciole.
Voi siete dunque una forza, o rassegnati, di quelle forze che si ignorano ma che sono delle forze ed io non posso sputare su voi, posso solo odiarvi… o amarvi.
Il più grande dei miei desideri è quello di vedervi scuotere dalla vostra rassegnazione, in un terribile risveglio di Vita.
Non esiste paradiso futuro, non esiste avvenire, non vi è che il presente.
Viviamo!
Viviamo! La Rassegnazione è la morte.
La rivolta è la Vita.

13 aprile 1905