Alla corrente del positivismo parteciparono scienziati, storici, letterati, nel quadro della situazione europea caratterizzata dagli sviluppi della società industriale e dalla crescita delle scienze e della tecnica. I filosofi positivisti sono pienamente consapevoli di essere interpreti di questo tempo e tracciano anche il disegno di una società industriale razionale, ossia regolata secondo criteri scientifici.Raggiungere lo stadio positivo significa liberarsi da criteri non scientifici nella considerazione dei fenomeni; significa non ricorrere più a entità immaginarie soprannaturali come nello stadio teologico, o ad astrazioni personificate come nello stadio metafisico. Nello stadio positivo l’intelletto si limita rigorosamente ai fatti e alle loro relazioni: alla causa subentra la legge, alla ricerca del perché la ricerca del come, all’assoluto subentra il relativo.

***

 

Riporto integralmente un raro articolo risalente ai primi anni Novanta, del professor Pierpaolo Leschiutta, uno studioso poco conosciuto al di fuori dell’ambito accademico (antropologia) ma che dovrebbe essere una lettura di base per una classe di professionisti moderni, colpiti nella maggior parte dei casi, dall’ignoranza culturale che concerne la professione. Parlo dei tatuatori e del loro prodotto di artigianato il cui spessore culturale si è sempre più affievolito nel tempo, complice il modello business applicato dalla nostra società ad ogni tipo di arte.
Il professor Leschiutta, soprattutto nella sua carriera di ricercatore e studioso presso l’Università La Sapienza di Roma, ha rispolverato temi di ambito etno/antropologico facendo riscoprire uno dei primi scienziati a compiere uno studio approfondito sui tatuaggi italiani ed europei contestualizzati nel proprio tempo e in un ambito sociale : Cesare Lombroso, classe 1835.
Attraverso lo studio dei linguaggi legati, all’epoca del Lombroso, ad ambienti e comportamenti devianti, Leschiutta che funge da traduttore degli studi del vecchio antropologo,  analizza la percezione e la cultura che permeano sia i tatuaggi che, per esempio, i graffiti carcerari. Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale e sostenitore del positivismo antropologico, è stato un pioniere, seppur con tutti i limiti degli strumenti e delle modalità di studio dell’epoca, dell’indagine del mondo criminale, fatto (secondo la sua famosa teoria psichiatrica/criminologica dell’uomo delinquente) di reietti predisposti al male: attraverso la sua lente passano carcerati, camorristi, prostitute, soldati di ventura, ladri.
Argomenti superflui da conoscere per un tatuatore? No, argomenti che costituiscono parte di un bagaglio culturale della professione che è enorme, variegato nell’impronta lasciata in molti ambiti, da quello criminologico a quello artistico.

L’articolo è stato pubblicato nel 1993 sul numero 27 della rivista specializzata La Ricerca Folklorica e uno degli aspetti più interessanti riguarda le fonti bibliografiche: Leschiutta indica numerose opere e articoli scientifici inerenti al tatuaggio che si collocano tra la fine del 1800 e i primi del 1900, opere dai più dimenticate o sconosciute che espongono indagini intriganti, come i tatuaggi nella Regia Marina Italiana o quelli dei minorenni in carcere.

***

Cesare Lombroso

*

Le pergamene viventi. Interpretazione del tatuaggio nell’antropologia positiva italiana.

1. La curiosità scientifica nei confronti del tatuaggio ha avuto una vita relativamente breve. Al centro degli interessi degli antropologi positivisti italiani per circa trenta anni, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il tatuaggio scompare completamente dal panorama della letteratura scientifica, se si esclude una sua breve apparizione, negli anni ’70-’80, negli studi sulla body art. (1)
Eppure il tatuaggio non era un fenomeno nuovo al tempo dei positivisti né si può ritenere scomparso oggi che, al contrario, sembrerebbe attraversare una nuova fase di espansione. (2)
Indagare sul senso e il significato di questa pratica culturale impone una riflessione sulle interpretazioni che ne diedero gli unici che se ne interessarono in modo approfondito: gli antropologi positivisti della Scuola di Antropologia Criminale Italiana fondata da Cesare Lombroso. Questi studi, pur con i loro numerosi limiti, restano una fonte documentaria imprescindibile per conoscere sia il tatuaggio che un momento importante della nascita degli studi antropologici in Italia.

2. Gli anni che segnano la fine del XIX secolo, vedono ormai completamente delineato l’itinerario scientifico e culturale di Cesare Lombroso. Attraverso la sua opera una nuova disciplina, l’ Antropologia Criminale, si è inserita nel sapere scientifico dell’800 indirizzando, con la sua interpretazione naturalistica del delitto e della criminalità, vasti settori sia medico-psichiatrici che della nascente criminologia.
Con la quinta stesura de L’Uomo Delinquente, pubblicata nel 1896, l’autore ha completato l’individuazione di quell’insieme di elementi che, a suo avviso, definiscono le caratteristiche fisiche, psichiche e comportamentali del “delinquente-nato“. (3)
Il quadro nosografico dei comportamenti devianti e la loro conseguente patologizzazione appare completato. Per Lombroso è possibile dedurre la “natura” del criminale e la sua pericolosità sociale attraverso l’individuazione e la misurazione di segni presenti sul corpo, e compito dell’antropologia criminale è fornire il codice che ne permetta l’interpretazione dando loro un senso. (4)
Come una malattia organica traspare e si esprime attraverso propri segni – i sintomi – così la criminalità si lascia riconoscere attraverso un insieme di segni, sia fisici che psichici, individuabili e misurabili. Segni presenti non solo nella anatomia, ma rintracciabili nella biologia, nella fisiologia e nella psicologia del “delinquente-nato“. Ecco quindi l’antropologo analizzare la temperatura, il polso, il respiro, il peso, l’orina, i mestrui, il numero dei parti: l’anormalità del delinquente deve svelarsi in tutta la sua fisiologia, ogni elemento fisico e biologico del delinquente ne è pervaso, deve solo essere individuata la soglia che separa la normalità dallo stato patologico. La sensibilità al dolore nel criminale appare dilatata o ottusa, i suoi sensi sono ipersviluppati o offuscati, lo stesso campo visivo appare distorto rispetto a quello dell’individuo normale. Il delinquente è, per Lombroso, delinquente in ogni sua cellula, ma soprattutto in ogni suo comportamento. La sensibilità affettiva è atrofica come quella morale, affetti e passioni sono spesso volubili quanto tenacemente radicate. Il delinquente non cessa di essere tale in ogni momento della sua esistenza: quando parla usa il gergo dei delinquenti, delinquenti sono i suoi gesti, la sua scrittura, i suoi canti e i suoi prodotti artistici, i suoi giochi e le sue associazioni.
Lombroso vuole elevare le caratteristiche fisiche e “morali” dei vari delinquenti ad elementi probatori di un processo segnico attraverso cui la natura si esprimerebbe e, sulla base di questi, scrivere una “storia naturale del delitto“. Una storia che non si basi sulla semplice rilevazione “istintiva” ed esperienziale di alcuni tratti somatici e psico-fisici che appaiono ricorrere in individui percepiti come pericolosi, ma uno studio “scientifico” dell’Uomo Delinquente.
In questo quadro un posto via via di maggior rilievo viene dato al tatuaggio: “Nell’uomo delinquente, che si espone a continue lotte coll’intera società, le ferite, e più ancora il tatuaggio, possono considerarsi dunque come uno di quelli che diconsi, in linguaggio medico-legale, caratteri professionali“. (5)
Il tatuaggio diviene emblematico delle tare atavistiche del criminale il quale, volontariamente, aggiunge alle anomalie fisiche congenite di cui è portatore, anomalie provocate.
Lombroso aveva iniziato ad interessarsi del tatuaggio non ancora trentenne, pubblicando nel 1864 un primo articolo sulla “Gazzetta medica Italiana, Lombardia” (6). Da allora la raccolta di immagini e di descrizioni di tatuaggi continuò incessantemente ad arricchirsi, sia per merito di Lombroso stesso, che di un nutrito gruppo di medici e antropologi che andavano raccogliendosi attorno alla rivista “Archivio di Psichiatria“. Questa rivista, da lui fondata nel 1880, pubblicherà un consistente numero di saggi, articoli, note e recensioni su tecniche, forme, localizzazione dei tatuaggi (7). I dati rilevati da queste pubblicazioni forniranno a Lombroso il corpo quantitativo del capitolo – via via crescente – che, nelle varie edizioni dell’Uomo delinquente, dedicherà al tatuaggio.

Immagine a corredo dell’articolo originale del professor Leschiutta.

 

3. Tuttora la massa documentaria raccolta dagli antropologi positivisti rimane la fonte più ricca che si possieda di immagini di tatuaggi. Tatuaggi raccolti in ogni parte d’Italia e d’Europa, disegnati e fotografati, di uomini e di donne, raccolti su vivi e  su morti, in ospedali e nelle carceri, di soldati, di prostitute e di camorristi. Raccolti spesso senza alcun metodo, in modo approssimativo, privi, il più delle volte, di ogni indicazione che possa permettere di risalire alla storia individuale del tatuato e del contesto in cui il tatuaggio è stato eseguito. Tatuaggi accompagnati, al più, dalla sola indicazione del reato per cui il tatuato era stato condannato.
Scarse le interpretazioni, sia delle motivazioni che portano a tatuarsi, che dell’ambiente sociale da cui provengono gli individui tatuati. Essere tatuati è già in sé, per gli antropologi positivisti, emblematico di una predisposizione alla delinquenza o alla follia.

4. Il tatuaggio, nel senso attuale del termine (una colorazione artificiale della pigmentazione sotto la pelle, indelebile, effettuata attraverso l’introduzione di sostanze coloranti), si diffonde in occidente insieme all’introduzione del termine che lo indica: tattow, parola polinesiana introdotta in Europa dal capitano Cook di ritorno nel 1769 dal suo secondo viaggio nelle isole del sud del Pacifico. Da quel viaggio, insieme alle descrizioni di un favoloso arcipelago, “paragonabile in tutto al paradiso terrestre“, fu portato in Inghilterra – prova vivente del loro modo di acconciarsi- un principe tahitiano dal corpo splendidamente tatuato. Il principe sarà esibito in molte corti d’Europa, ottenendo un successo talmente immediato e prorompente da decretare la nascita di un “nuovo esotismo“: il tatuaggio.
Fenomeno moderno e nuovo esotismo, non della pratica del tatuarsi, antichissima e mai completamente caduta in disuso anche in occidente (8), non dell’iconografia dei segni tatuati, che recupera i motivi figurativi e ornamentali della tradizione popolare, ma modernità dell’uso del corpo. Il “segno” non viene più imposto da altri per marcarne la proprietà (schiavi), ricordarne le colpe di un passato criminale, o fatto imprimere deliberatamente sul proprio corpo per affermare l’appartenenza ad un credo religioso (primi cristiani e pellegrini in Terrasanta), ma richiesto e voluto come forma di abbellimento, di valorizzazione del corpo, “corredo per la propria identità” (9). L’esotismo è nel tatuarsi, non nel cosa o nel come tatuarsi.
Nella seconda metà dell’800 individui tatuati si mostrano nelle fiere e nei circhi, i cataloghi dei tatuatori si fanno sempre più vasti e ricchi, ma nel contempo la moda del tatuarsi sembra coinvolgere sempre meno le classi alte della società. A tatuarsi sono in prevalenza gli individui con un trascorso carcerario, anche se una frangia di “persone normali”, che gli antropologi positivisti non esisteranno a definire “deboli psichicamente“, “nevrotici“, “eccentrici” e “bislacchi”, continuano a perpetrare questa pratica.
I “normali“, secondo Lombroso, disegnano sul proprio corpo il ricordo di una “passione“, incidono simboli che ricordino un amore, una guerra, un mestiere o una fede religiosa. Nomi e iniziali della donna amata, la data del primo amore, cuori trafitti da frecce, distici d’amore. Frequenti elementi che ricordino le guerre, come le date delle battaglie memorabili cui si è partecipato, il nome dell’arma o del reggimento d’appartenenza, cannoni e bandiere, fucili e baionette incrociate. Alcuni artigiani si tatuano l’attrezzo del loro mestiere, quasi il simbolo della corporazione d’appartenenza: tenaglie per il maniscalco, il martello per il fabbro, le forbici il sarto, il rasoio il barbiere e così via. Frequenti, anche tra i non criminali, il sacramento con o senza raggi, disegni raffiguranti Madonne e Santi.
Fede religiosa, devozione alla Madonna miracolosa e scambio simbolico con la divinità portano tanti individui che per altro conducono una vita normale, a farsi incidere sul corpo o la data del pellegrinaggio, o l’immagine della Madonna o altri segni che evidenzino il consacrarsi ad essa. Riproposizione, secondo l’interpretazione lombrosiana, di una usanza ben precedente la cristianità – se, come racconta Erodoto, anche Paride, in fuga dalla Grecia con la rapita Elena, si fece tatuare nel tempio di Ercole il segno della consacrazione al dio per riceverne protezione dalle ire di Menelao – e mai caduta completamente in disuso nella devozione popolare. (10)
Eppure la pratica aveva un certo seguito anche tra individui di classe elevata. “Cervelli balzani si trovano in tutte le classi sociali, e così, alcuni di questi, per far piacere alla propria dama, per bizzarria o per capriccio si tatuano“. (11)
Ma un elemento differenzia il tatuato delinquente dal tatuato normale: la localizzazione del tatuaggio sul corpo. In nessun individuo classificato tra i “normali” nelle ricerche degli antropologi positivisti, appare alcun segno, disegno e scritta sulle parti “pudende” del corpo o sulla schiena. Gli individui tatuati privi di un trascorso criminale si tatuano esclusivamente sulla regione palmare dell’avambraccio, a volte la spalla o il petto, alcuni minatori si fanno disegnare sulle dita delle mani anelli, ma mai sul pene, le natiche o la schiena. Anche il numero dei tatuaggi è solitamente limitato ad uno o al massimo due disegni o scritte, mentre tra i criminali l’intero corpo è usato come una lavagna dove scrivere la propria storia, passata e, a volte, futura.

Immagine a corredo dell’articolo originale del professor Leschiutta.

 

5. L’iconografia di tatuaggi che Lombroso ottiene dallo studio di individui carcerati è molto più vasta di quella rilevata su individui “normali“: la sua raccolta, iniziata nel 1864, con il passare degli anni si è molto arricchita, grazie sia a ricerche condotte personalmente presso carceri che al contributo di numerosi altri ricercatori. A momento della pubblicazione della V edizione (1896) dell’Uomo delinquente Lombroso ha dati e informazioni su 10.234 individui tatuati, 6.348 classificati come criminali, prostitute e soldati delinquenti e 3.886 come “soldati onesti“.
Praticamente sommerso da questa enorme mole di dati, Lombroso appare incerto sul modo di utilizzarli. Il suo interesse per il tatuaggio era inizialmente indirizzato alla sola ricerca delle prove del perdurare, tra i criminali, di elementi caratteristici di popolazione “selvagge” coeve e di alcune usanze barbare ormai superate nell’Occidente civile. Trovarne una diffusione tanto ampia, e non solo tra i criminali, lo spinge a tentare una classificazione dei segni in base al loro significato e di costruire una tipologia delle cause che spingono a tatuarsi.
Queste sono: a) di natura e provenienza religiosa; b) l’imitazione; c) lo spirito di vendetta; d) l’ozio e l’inattività; e) la vanità; f) lo spirito di corpo; g) la funzione mnemonica; h) le passioni erotiche. (12)

a) Tatuaggio religioso.
Anche i criminali, prima o durante il periodo trascorso in carcere si tatuano immagini religiose, ma quando l’immagine della Madonna di Loreto o la data del pellegrinaggio al santuario è impressa sul corpo di un carcerato, questo è, secondo Lombroso, non atto di devozione e di fede, ma forma di scongiuro superstizioso, retaggio di pratiche apotropaiche, riproposizione di comportamenti tipici delle popolazioni “selvagge“. L’essere carcerato rende criminali, agli occhi di Lombroso, anche gli atti del passato, ogni momento della storia individuale del detenuto, anche di molto precedente la condanna, diviene indicatrice di una criminalità  già esistente ma non ancora espressa.

b) Tatuaggio per imitazione.
Una seconda causa che induce a tatuarsi è, per Lombroso, l’imitazione. Il soggetto “imita” i membri del gruppo al quale appartiene, ne subisce il contagio, è quindi ricorrente trovare segni simili e disegni identici riprodotti su reclusi nella stessa prigione o in soldati dello stesso reggimento. Un carcerato, nel rispondere alla provocazione di Lombroso che lo beffeggiava per aver speso una somma considerevole per farsi tatuare una sirena sul petto, reagisce con una frase che appare all’autore ben sintetizzare la sua idea dei caratteri e dei comportamenti degli individui di classe bassa, e pertanto la riporta integralmente nel suo L’uomo delinquente: “Veda lei, noi siamo come le pecore, non possiamo vedere fare una cosa ad uno, che non la imitiamo subito anche noi, anche a rischio di farci del male“. (13)
In questo Lombroso non appare essere originale. Gabriel Tarde in quegli stessi anni (14) aveva pubblicato un saggio in cui indicava l’imitazione come principio esplicativo fondamentale dei fatti sociali e Sighele, collaboratore assiduo dell’Archivio di psichiatria, aveva pubblicato nella stessa rivista la sua Folla delinquente, che a tale saggio si richiama esplicitamente. (15)
Deve essere ricordato che Tarde applicò questo concetto nella spiegazione delle “epidemie criminali” e che solo successivamente lo generalizzò ad ogni altro comportamento.

c) Tatuaggio per spirito di vendetta.
Nei delinquenti-nati, secondo Lombroso, l’impulso a vendicarsi di chi ha tradito, delle spie, delle guardie, è talmente forte da superare quella barriera di accortezze che normalmente cela le intenzioni criminali. Il tatuaggio espone chi lo porta, ne facilita il riconoscimento, ma il desiderio di vendetta è in questi delinquenti più forte di ogni calcolo di convenienza. Ci si tatua il nome della persona su cui ci si vuole vendicare per non perdere la memoria dell’atto che si dovrà compiere, ci si tatua il coltello o la pistola per indicare lo strumento della vendetta, ci si tatua una bara con il nome della persona odiata per descrivere anticipatamente l’atto conclusivo della storia. Se a tradire è stata la donna, una volta amata, le immagini tatuate descriveranno quelle particolari forme di vendetta che utilizzano strumenti esclusivamente maschili.
In alcuni casi la volontà di vendicarsi di un tradimento non appare al tatuato sufficientemente espressa attraverso pochi simboli. Un ladro, feritore, di 28 anni, benché privo di istruzione, usa il suo corpo come un grafomane la carta:

«Il n. 22 porta sul braccio un tatuaggio col quale giura vendetta alla propria moglie, che si è data in braccia altrui, con la seguente terribile iscrizione:
Non mi dimenticherò/ giammai dell’assassinio/ fattomi in questo lurido / carcere, ti subbito di me / – ti dimenticasti e le tue / promesse furono invano. / Ma ti giuro che se re / capiti sotto le mie / mano ti farò fare la / puttana.
Inoltre porta tatuata una cella con il n. 6 con grata a larga rete dalla quale vedesi un galeotto vestito da ergastolano con la barba e i capelli completamente rasi, il berretto con numero e la catena di dicotto maglie che dalla cintura va al collo del piede sinistro. Esso si morde per rabbia l’indice destro appoggiandosi alla finestra. Sul braccio destro porta la seguente apostrofe contro le donne e specie contro la propria:
“Donne / dannatevi disse / Date Olichieri. / Questa è la vera / poesia, addio / ci rivedremo / fra breve a / libertà e giuro / a Dio, che / ne farò la più / aspra vendetta / di vero cuore e da / uomo come sono. Amanta mia / cara di una volta / Or che per te le galere / o provato tu a me non / più ai pensato, tu per nome / di Giulietta e io mi / chiamo Bartolezzi / Giovanni che fra / le fosse galere / e tombe io non / temo di tutto il / mondo»  (6)

 

La ricchezza dei segni, il loro significato nella storia individuale di chi si tatua, la costruzione di una grammatica simbolica individuale che si esprime attraverso il tatuaggio, il rapporto con il corpo e la sua utilizzazione  come mezzo espressivo, non interessano Lombroso. L’antropologo segue nella sua opera di catalogazione senza approfondire il significato sia individuale che culturale e sociale che i tatuaggi esprimono.

 

Immagine tratta dal libro di Cesare Lombroso, L’Uomo delinquente

 

d) Tatuaggio per ozio e inattività.
Altro fattore individuato da Lombroso come concausa del tatuarsi è l’ozio e l’inattività. Ci si tatua a bordo delle navi nelle lunghe giornate di bonaccia, si tatuano i pastori, ma soprattutto si tatuano i disertori e i carcerati. E’ un modo per passare il tempo, per distrarsi, in quanto, come afferma Lombroso, “l’inazione è più dolorosa dello stesso dolore” (17) o come un carcerato ebbe a dire a Lacassagne: “Io amo disegnare, e non avendo carta, adopero la pelle dei miei compagni“. (18)

e) Tatuaggio per vanità.
Ci si tatua per vanità, la stessa vanità che spinge, secondo Lombroso, i selvaggi a ricoprire di disegni vaste porzioni del loro corpo, normalmente privo di vestiti, e gli occidentali a tatuarsi di preferenza le parti non coperte da abiti. A volte la vanità è tale che il soggetto si compiace talmente tanto di sé fino ad autodecorarsi, tatuandosi sul petto medaglie e onorificenze. La vanità richiede uno spettatore, un pubblico da cui farsi ammirare, una visibilità del segno di cui si è fieri. Quindi, per gli occidentali, tatuaggi su mani, braccia, petto, per i selvaggi, abitualmente nudi, su quasi tutto il corpo. Il tatuarsi è anche prova del coraggio di chi si è sottoposto scientemente ad un dolore fisico e si aspetta, nel mostrarlo, un implicito riconoscimento della sua forza e del suo coraggio: “Chi tene core se fa pure da isse ‘e signe” dichiara un camorrista a De Blasio, mostrando con orgoglio i tatuaggi che si era da solo disegnato sulla parte sinistra del corpo. (19)

f) Tatuaggio per spirito di corpo.
La volontà di riconoscersi come appartenenti ad un gruppo porta a tatuarsi un segno comune. Lo stemma o il nome del reggimento tra i soldati, il nome della nave o l’intero profilo di questa tra i marinai, il nome del convitto tra gli studenti, i motti rivoluzionari tra i partecipanti alla rivoluzione francese, ma anche i segni di appartenenza alla camorra tra i delinquenti napoletani. Il tatuaggio che, secondo Lombroso, li esclude dall’insieme della popolazione “normale“, li consacra come appartenenti ad un sottogruppo ella società, sia questo di “onesti cittadini“, come chi si tatua il segno del proprio mestiere, che di criminali come per i camorristi napoletani.

g) Tatuaggio in funzione mnemotecnica.
La storia individuale riemerge nei tatuaggi non solo attraverso le date di battaglie e il segno di appartenenza ad un qualche gruppo, o ancora attraverso l’indicazione del torto subito e della vendetta che ci si ripropone per il futuro. A volte i tatuati amano iscrivere sul proprio corpo, secondo gli antropologi positivisti, elementi il cui ricordo è dolce e piacevole. Il volto della donna amato, il nome della mamma, la data di un evento piacevole. Il guardare questi segni riporta il pensiero a momenti piacevoli, la loro funzione è di stimolare la fantasia a tornare a rivivere quegli attimi e riportare alla memoria cose che altrimenti potrebbero correre il rischio di essere dimenticate, sommerse dalle quotidianità.

h) Tatuaggio in funzione erotica.
Per gli antropologi positivisti non è l’insieme del corpo, esibito in una condizione insolita, coperto con segni e decorazioni, che, stimolando la fantasia, si presenta come erotico, non è il gioco dello svelarsi e del nascondersi sotto un tatuaggio che si presta ad una funzione eroticamente stimolante. Per questi autori la passione erotica è facilitata in questi individui semplicemente dall’osservazione del proprio tatuaggio. Pornografia rozza e rudimentale di chi non può, da incolto spesso analfabeta, godere della lettura di uno dei tanti libri di letteratura erotica in circolazione in quel periodo. Questi individui, nella visione degli antropologi positivisti, sono talmente semplici, anche nelle loro perversioni, che per indurli al ricordo di antiche passioni erotiche, il più delle volte è sufficiente anche la sola lettura delle iniziali del nome dell’antica compagna di piacere.

6. Un insieme di spiegazioni, queste precedentemente riportate, che si fondano sul messaggio esplicito del tatuaggio e cosciente del tatuato. Ma un altro fattore, secondo gli antropologi positivisti, esercita una azione determinante, seppure inconscia, sui delinquenti-nati. E’ l’atavismo, espressione di una inferiorità generale e di una mostruosità fisico-psichica, che spinge i criminali ad imprimere indelebilmente sul proprio corpo segni, disegni, simboli e scritte.

«Ma la prima, principalissima causa della diffusione di questo uso fra noi, io credo sia l’atavismo; o quell’altra specie di atavismo storico, che è la tradizione, comeché il tatuaggio sia uno dei caratteri speciali dell’uomo primitivo, e di quello in stato di selvatichezzà […] Nulla è più naturale che un’usanza tanto diffusa tra i selvaggi e fra i popoli preistorici, torni a ripullulare in mezzo a quelle classi umane che, come i bassi fondi marini, mantengono la stessa temperatura, ripetono le usanze, le superstizioni, perfino le canzoni dei popoli primitivi, e che hanno comune con questi la stessa violenza delle passioni, la stessa torpida sensibilità, la stessa puerile vanità, il lungo ozio, e, nelle meretrici, la nudità, che sono nei selvaggi i precipui incentivi a quella strana costumanza». (20)

Usanze, superstizioni, canzoni, elementi di una “cultura” dei delinquenti-nati che richiamano i costumi dei popoli selvaggi; la violenza delle passioni, la vanità e la mancanza di sensibilità rimandano alla psicologia dei primitivi e, per alcuni elementi, a quella ugualmente priva di morale dei bambini.
Lombroso ripropone continuamente gli elementi caratterizzanti il proprio quadro teorico, ma anche il suo stereotipo, sia del criminale che del selvaggio. La lettura evoluzionista appare rigida e assiomatica, il progredire della società è visto da Lombroso come un processo di abbandono progressivo degli usi e delle pratiche che, in quanto diverse da quelle maggioritarie nella società in cui egli vive, vengono svilite, rifiutate, relegate al ruolo di “sopravvivenze” del passato. Pratiche che rimandano ad un periodo in cui il comportamento dell’uomo poco si differenziava da quello degli animali che o hanno preceduto nell’evoluzione della specie. (21)
Individuate le ragioni che spingono i delinquenti-nati a tatuarsi in numero proporzionalmente più alto rispetto agli individui “normali” e le peculiarità dei loro tatuaggi (numero, le zone del corpo coinvolte, i tatuaggi di vendetta, quelli osceni), la ricerca di Lombroso non si avventura nelle analisi dei possibili significati culturali della pratica. Per Lombroso il tatuaggio è principalmente segno di atavismo, e dove compaiono caratteri atavici c’è un mancato sviluppo psichico. La crescita psichica del delinquente si è arrestata in una fase dello sviluppo, in uno degli stadi che l’uomo attraversa nel percorso individuale dalla nascita alla maturità, processo di crescita che ripercorre, secondo la legge di ricapitolazione di Haeckel, tutti gli stadi che hanno preceduto nella specie umana la fase della civiltà, dall’animale al barbaro, al selvaggio. Così il delinquente, il cui sviluppo psichico si è arrestato allo stadio dell’uomo selvaggio, ripete gesti e compie atti che sono “normali” tra i selvaggi, anzi encomiabili.

Tatuaggio di soldato francese in L’Uomo Delinquente di Cesare Lombroso

Il discorso di Lombroso diviene in questo modo circolare e tautologico, autoesplicativo, ed appare non consentire una lettura dei fatti alternativa, se non a rischio di porre sotto accusa tutta l’intelaiatura teorica che e è alla base. Lo sforzo degli antropologi positivisti diviene allora tutto interno al discorso, la verifica diviene un aumento spropositato del materiale raccolto, attraverso la quantità dei dati raccolti, alla sostanziale debolezza teorica dell’analisi. L’unico approfondimento è nella classificazione del materiale raccolto. Si cercano e si trovano categorie in cui porre segni ritenuti omogenei, così come avviene nelle analisi dei gerghi, dei palinsesti, dei prodotti artistici. Ma l’elemento unificante, la sintesi, l’omogeneità del significato, nella variabilità dei significanti, non inducono gli autori alla ricerca delle ragioni storiche e culturali che possono averli generati. L’unificazione e la sintesi è nell’atavismo, le differenze e le similitudini sono al più frutto del diverso momento in cui lo sviluppo psichico individuale si è interrotto, e quindi interno alle varie modalità con cui può esprimersi la debolezza psichica del delinquente-nato.

7. Una delle tesi sviluppate da M. Douglas nei I simboli naturali è che “quanto maggior valore si attribuisce al controllo sociale, tanto maggiore è l’importanza dei simboli del controllo del corpo” (22). E’ il coronamento di un percorso di attenzione sul corpo che culminerà, secondo Foucault, con la

«scoperta del corpo come oggetto e bersaglio del potere. Si troverebbero facilmente i segni della grande attenzione dedicata al corpo – al corpo che si manipola, si allena, che obbedisce, che risponde, che diviene abile o le cui forze si moltiplicano. Il grande libro dell’Uomo-macchina venne scritto simultaneamente su due registri: quello anatomo-metafisico, di cui Descartes aveva scritto le prime pagine e che medici e filosofi continuarono; quello tecnico politico, costituito da tutto un insieme di regolamenti militari, scolastici, ospedalieri e da processi empirici e ponderati per controllare o correggere le operazioni del corpo» (23).

Nella seconda metà dell’800, lo sviluppo capitalistico richiede che il corpo, “il primo e più naturale strumento dell’uomo” (24), sia controllato, si uniformi alle esigenze della produzione, divenga apparato duttile e malleabile alle esigenze dell’impresa.
Il corpo tatuato sfugge a questo controllo, autonomamente sceglie una sua moralità, afferma una sua storia, la sua individualità. Il tatuaggio genera un disordine nel corpo che la natura vuole ordinato, così come il crimine un disordine nel corpo sociale. Attraverso il tatuaggio il proletario, anonimo e senza voce, dichiara la sua individualità, il suo essere nel mondo e afferma l’unicità della sua persona, si fa soggetto distinto, unico, irripetibile. Lo afferma riprendendo possesso di quel corpo che gli è già stato espropriato per farne forza-lavoro, merce al pari di altre nella divisione del lavoro.
Sono gli stessi elementi dell’alienazione che divengono emblematici nella ricerca dell’individualità: il corpo che è stato carne da cannone nelle battaglie si riscatta esponendo come trofeo indelebile il nome del reggimento e la data della battaglia; il carcerato, che ha vissuto la forma più estrema di estraneazione dal proprio corpo, si tatua le date e il nome delle prigioni in cui ha soggiornato.
L’ancient mariner afferma il suo diritto a narrare la “ballata” o l’odio di Achab o la sua personale avventura in luoghi lontani attraverso la raffigurazione tatuata del profilo della nave su cui ha viaggiato.
Ricordo di una identità smarrita all’interno dell’istituzione totale o affermazione di una identità che, nella condizione reale d’esistenza, non gli è mai appartenuta?
E’ possibile che i due elementi convivano e che, in alcuni casi, si sommino. I carcerati, da cui traggono la maggior parte delle loro informazioni gli antropologi positivisti, hanno una grande omogeneità di provenienza: sono le frange più misere ed emarginate della società in  cui vivono. Il più delle volte sono stati ripetutamente ospiti di carceri diverse, hanno sperimentato istituzioni in cui sono stati privati del ““, dalla casa di correzione all’esercito, alla vita sulle navi. (25)
In queste situazioni, atto estremo e impotente di ribellione, scrivono sul proprio corpo gli elementi rilevanti della loro storia personale. Una storia singolare e irripetibile, una diversità che li rende “persona“. Ecco allora i tatuaggi diventare elementi di una storia di vita, biografie scritte sulla pelle per date, simboli, ed elementi caratterizzanti. Come i cavalieri descritti da Calvino ne Il Castello dei destini incrociati (26) ricostruivano la loro storia attraverso la scelta tra i tarocchi disposti su un tavolo, così i carcerati, attraverso i tatuaggi, narrano la loro storia, la loro vita, le loro passioni.

«M. Emilio, di 27 anni, condannato almeno 50 volte per rivolte, percosse e ferite, […] <ha sul corpo i seguenti tatuaggi>: Un’ancora ricorda la nave Speranza, che naufragò sulle coste d’Irlanda, ed a bordo della quale serviva in qualità di mozzo. Una testa di cavallo ricorda il cavallo che uccise, a 12 anni, per capriccio, con un coltello. Un elmo ricora gli agenti di polizia che vorrebbe uccidere. Il ritratto del bandito Mottino. Un liuto, ricordo di un amico, abilissimo chitarrista, col quale percorse buona parte dell’Europa. La stella, sotto l’influenza della quale dice di essere nato. Una corona reale, ricordo politico, come egli asserisce, ma forse, pensiamo, ricordo delle due nuove occupazioni di mercante. A bordo voleva perpetuare la memoria della sua amica tatuandone  sul proprio braccio il corpo nudo, ma il capitano vi si era opposto.Per cui, non potendo compiere tutto il disegno, mise un cuore, emblema dell’amore, invece della testa» (27).

«Un corpo senza tatuaggio è insignificante, così come un tatuaggio senza corpo» (28).
Il tatuaggio in sé, impresso indelebilmente, nobilita tutto l’apparato corporale, non solo la parte investita dal segno. E’ tutto il corpo che, attraverso una decorazione, diventa portatore di significato, esce dall’anonimato, segnala la sua presenza e la sua individualità. La segnala verso l’esterno con i tatuaggi sulle parti esposte, a se stesso nelle parti nascoste. Il tatuaggio restituisce al portatore il senso dell’essere nel mondo, di essere portatore di una storia singolare e irripetibile, esprime la volontà di uscire dall’anonimato.

Note

1) Cfr. in proposito L’asino e la zebra. Origini e tendenze del tatuaggio contemporaneo, Catalogo della mostra tenutasi a Roma, Roma, De Luca, 1985. In particolare il saggio di . Bonito Oliva, Il corpo glorioso, pp. 58-71.
Sul versante delle analisi antropologiche del tatuaggio contemporaneo in occidente cfr G. De Vicentiis, Il tatuaggio ed altri profili antropologici, Roma, Bulzoni, 1970
2) Soprattutto negli Stati Uniti, dalla seconda guerra mondiale in poi, il numero dei maschi tatuati è progressivamente aumentato, fino a raggiungere un numero che gli artisti che fanno tatuaggi calcolano essere intorno al 10% della popolazione adulta maschile. (Cfr. C. F. Sanders, Tatuaggio e devianza, in L’asino e la zebra, op. cit., pp. 32 – 35). Oggi, in Italia, personaggi celebri sono tatuati: Giovanni Agnelli (un drago sul braccio sinistro); Carlo Ripa di Meana (un’aquila sul braccio); Amedeo D’Aosta (dieci disegni in tutto il corpo); Fulcio Patesi (il nome della moglie); Serena Grandi (una farfalla sulla coscia destra) (Cfr. M. Carovani, L’avvocato ce l’ha qui, la contessa invece “là”, “King” 29, luglio 1990). Non meno consistente era il fenomeno ai tempi in cui lo rilevavano gli antropologi positivisti se A. De Blasio, ne Il tatuaggio, Napoli, 1905, è in grado di affermare: “Il tatuaggio religioso l’ho, fra i contadini del Lazio, riscontrato nella proporzione del 35%, poiché è da sapersi che simile gente, ogni anno, si suole recare al santuario di Loreto, per impetrare grazia alla mamma di Cristo e ne porta per ricordo l’effige sulla propria persona” (p. 153). Ulteriore conferma viene da De ALberti, settore capo dell’ospedale di Pammatone (Genova) che, nel biennio 1888-90, trovò tra i defunti dell’ospedale una percentuale di tatuati al 7% (De Albertis, Biennio statistico dei tatuati defunti nell’Ospedale di Pammatone, “Archivio di psichiatria”, XIII, p. 575).
3) C. Lombroso, L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza e alle discipline carcerarie, Milano, Hoepli, 1876, (V ed. Torino, Bocca, 1896).
4) Sulla metodologia della ricerca di Lombroso e della scuola italiana di Antropologia Criminale cfr. R. Villa, Il deviante e i suoi segni, Milano, Angeli, 1985; P.P. Leschiutta, Tracce, sintomi e segni, “La critica sociologica“, 96, 1991; U. Levra (a cura di), La scienza e la colpa, Milano, Electa, 1985; Babini, Cotti, Minuz, Tagliavini, Tra sapere e potere, Bologna, Mulino, 1982; Bulferetti, Cesare Lombroso, Torino, UTET, 1975.
5) C. Lombroso, L’uomo delinquente, op. cit., V ed., p. 390.
6) C. Lombroso, Sul tatuaggio degli italiani, “Gazzetta Medica Italiana, Lombardia“, 1864. Prima di Lombroso, sul tatuaggio in Europa, avevano scritto: Hutin, Recherches sur le tatouage, Paris, 1855; A. Tardieu, Etude medico-legale sur le tatouage consideré come signe d’identité, Paris, 1855.
7) Cfr. in appendice la bibliografia degli articoli pubblicati nell’ “Archivio di Psichiatria“.
8) Prove tangibili della pratica del tatuaggio e della sua vasta diffusione sono arrivate a noi attraverso il ritrovamento di corpi mummificati, intenzionalmente o accidentalmente, in Egitto, in Perù, in alcune zone artiche e dell’Asia centrale. Punti e linee sono tatuate sulla pelle di una sacerdotessa di Hator dell’XI dinastia dell’antico Egitto, databile intorno al 2200 a. C.; un corpo sepolto (un capo scita?) a Pazyryk nell’Asia Centrale, circa 2500 anni fa, era diffusamente tatuato con immagini di creature fantastiche. Per le fonti letterarie sulla pratica del tatuarsi nell’antichità cfr. De Biasio, op. cit.; L. Cerchiari, Chiromanzia e tatuaggio, Napoli, 1903; L’asino e la zebra, op. cit. .
9) E. Goffman, Asylums, Anchor Books, New York, 1961, Milano, trad. it. Einaudi, 1972, p. 49.
10) «E’ soprattutto il santuario di Loreto a perpetuare in Italia una tradizione che fu dei primi cristiani, si mantenne durante le crociate, quando per indicare la volontà di una sepoltura cristiana in caso di morte in Terrasanta, i soldati si facevano tatuare l’emblema cristiano. Nei pressi del santuario infatti, si è installato un “divoto mercimonio, come tanti altri, <che> anche questo uso conserva e proroga, perché nelle sue vicinanze trovasi appositi “marcatori”, che ricevono per ogni tatuato, da 60 a 80 centesimi» (C. Lombroso, L’uomo delinquente, op. cit., p. 337).
11) E. Mirabella, Il tatuaggio dei domiciliati coatti in Favignana, Roma, 1903, p. 9.
12) C. Lombroso, L’uomo delinquente, op. cit., V ed., in particolare pag. 336-379 del vol. I; tavv. LXIV-LXIX del vol. II: Atlante, Torino, Bocca, 1897.
13) C. Lombroso, L’uomo delinquente, op. cit., pp. 467-468.
14) G. Tarde, Le lois de l’imitation, Paris, Alcan, 1890, trad. it. Le leggi dell’imitazione, in F. Ferrarotti (a cura di), Scritti sociologici di Gabriel Tarde, Torino, UTET, 1976.
15) S. Sighele, La folla delinquente, “Archivio di psichiatria“, XII, 1891, pp. 10 e sgg., 222 e sgg. Per il rapporto tra Sighele e Tarde cfr. C. Gallini, Introduzione a S. Sighele, La folla delinquente, Venezia, Marsilio, 1985.
16) E. Mirabella, op. cit., pp. 17-18.
17) C. Lombroso, L’uomo delinquente, op. cit., p. 368.
18) Ibid.
19) De Blasio, op. cit., p. 140.
20) C. Lombroso, L’uomo delinquente, op. cit., pp. 373-375.
21) Cfr. P.P. Leschiutta, Criminalità negli animali. La metafora animale negli studi degli antropologi positivisti italiani, “La critica sociologica”, 93, 1990.
22) M. Douglas, Natural symbols, Harmondsworth, Penguin Books, 1970, trad. it. I simboli naturali, Torino, Einaudi, 1979, pp. 8-9.
23) M. Foucault, Survellier et punir, Paris, Gallimard, 1975, trad. it. Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi, 1976, p. 148.
24) M. Mauss, Sociologie et anthropologie, Paris, P. U. F. , 1950, trad. it. Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, Einaudi, 1965, p. 392. Il saggio da cui è tratta la citazione è del 1936.
25) Cfr. E. Goffman, Asylums, op. cit.
26) I. Calvino, Il castello dei destini incrociati, Torino, Einaudi, 1973.
27) C. Lombroso, L’uomo delinquente, vol. II, Atlante, V ed., Torino, Bocca, 1897, p. XVI.
28) L’asino e la zebra, op. cit., p. 97.

Bibliografia da:
Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale per servire allo studio dell’uomo alienato e delinquente“, anni 1880 – 1918.
B = Bibliografie N; = Notizie e Varie; O = Parte Originale; P =  Comunicazioni Preventive; R = Riassunto di Giornali scientifici.
S.A. = senza indicazione dell’autore.

anno 1, 1880.
Lacassagne, Ricerche su 1333 tatuaggi di delinquenti, O, pp. 438-443.

anno 2, 1881.
Lombroso, Un ladro tatuato, N, p. 405.
Lacassagne, Les tatouages. Etudes antropologiques et medico-legales, Paris, 1881, B, pp. 494-496, (di Lombroso).

anno 3, 1882.
Rocchiardi, Tatuaggio per spirito di vendetta, P, p. 156.

anno 4, 1883
Marro, Distribuzione del tatuaggio secondo il reato e secondo la recidiva, P, p. 383.

anno 5, 1884.
Ferri, Il sentimento religioso negli omicidi, O, pp. 276-282.
Kocher, De la criminalité chez les Arabes au point de vue de la pratique medico-judiciaire en Algerie. Paris, 1884, B, pp. 353-358, (di Bertolini e Lombroso).

anno 6, 1885.
Severi, Il tatuaggio nei pazzi, O, pp. 43-62.
S. A. , Tatuaggio in Genova, N, p. 204.

Anno 7, 1886.
Alongi, Sul tatuaggio e sui geroglifici dei criminali, P, p. 503.
Lacassagne e Magitot, Du tatouage, B, pp. 316-317, (di Lombroso).

anno 8, 1887.
Boselli e Lombroso, Nuovi studi sul tatuaggio nei criminali, O, pp. 1-11.
Salsotto, Il tatuaggio nelle donne criminali o prostitute, O, pp. 102-103.
Lombroso, Polemica con Lucchini sul tatuaggio in: nota 1, pp. 154-155.

anno 9, 1888.
Salillas, Tatuaggi di criminali spagnuoli, B, p. 632, (di Lombroso).
Variot, I tatuaggi europei, B, pp. 555-556, (di Ottolenghi).
De Albertis, Il tatuaggio in 300 prostitute liguri, O, pp. 185-186.

anno 10, 1889.
Segré, Il tatuaggio nelle prostitute, B, p. 116, (di Lombroso).
Riva, Il tatuaggio nel manicomio d’Ancona, B, p. 79.

anno 12, 1891.
Bergh, Le tatouage chez les prostituees danoises, P, pp. 361-362.
Guerrieri e Miraglia, Note sul tatuaggio osceno nei delinquenti, O, pp. 145-151.
Ardù, Alcune anomalie nelle prostitute, P, pp. 569-570.
De Albertis, Biennio statistico di tatuati defunti nell’Ospedale di Pammatone, P, p. 575.

anno 14, 1893.
Pontecorvo, Il tatuaggio e la sua importanza antropologica e medico-legale, N, p. 180.
Santangelo, Tatuaggio e pazzia morale, P, pp. 115-123.
Lombroso, Tatuaggio in India, N, p. 603.
Lombroso, I tatuaggi nei criminali e nei pazzi secondo nuovissimi studi, B, pp. 578-581.
Batut, Du tatouage exotique et du tatouage en Europe, B, p. 497, (di Ottolenghi).
Bertè, Il tatuaggio in Sicilia, N, p. 180.

anno 15, 1894.
Codeluppi, Tatuaggi nel Manicomio giudiziario dell’Ambrogiana, N, pp. 181-182.
S.A., Tatuaggi nel 1789, N, p. 181.
De Blasio, Il tatuaggio dei camorristi e delle prostitute di Napoli, O, pp. 185 – 204.
Gouzer, Tatouers et tatoues maritimes, N, p. 494, (di Roncoroni).
De Blasio, Ulteriori ricerche intorno al tatuaggio dei camorristi napoletani, O, pp. 510-529.
Boselli, Il tatuaggio nelle indagini giudiziarie, N, pp. 601-602.

anno 16, 1895.
Rossi, Il nuovo tatuaggio etnico, O, pp. 1-14.

anno 17, 1896.
S. A., Tatuaggio “calembourg” sulla propria madre, N, p. 198.
S. A., Tatuaggio di prostitute e di pederasti, N, p. 42.

anno 18, 1897.
Tosi, Singolari tatuaggi in un omicida pederasta, O, pp. 436-437.
Boselli, Tatuaggio in un criminale, N, p. 438.
Lombroso, Tatuaggio in un sifilitico criminaloide, N, p. 467.
Madia, Del tatuaggio nella R. marina Italiana, O, pp. 613 – 616.

anno 20, 1899.
Ottolenghi, Il tatuaggio nei minorenni corrigendi, O, pp. 157-163.
Schmidt, Paranoico tatuato, P, pp. 167-169.
Maschka, Sul tatuaggio criminale in Olmutz, (di Lombroso), B, pp. 430-431.

anno 21, 1900.
Franci, Tatuaggio politico in un delinquente d’occasione, P, pp. 81-83.
Di Mattei, Su di un tatuaggio artistico, P, pp. 470-475.
Baca, Les tatouages, Messico, 1899, (di Artom), B, pp. 513-515.

anno 23, 1902.
Neri, Tatuaggio osceno in fratelli criminali, O, pp. 252-253.
Berger, Tatuaggio nei delinquenti, (di Modica), B. pp. 285-286.
Mariani, Autotatuaggio, P, pp. 580-585.
Geille di Copenaghen, Identification par le tatouage, (di Lombroso), B, p. 609.

anno 25, 1904.
Cerchiari, Chiromanzia e tatuaggio, Milano 1903, B, pp. 159-160.

anno 26, 1905.
Lener, Il tatuaggio nei criminali, negli anarchici e nei pazzi, Racconigi, 1904, (di Mariani), B, p. 184.
Bastos, A tatuagen nos criminosos, Portos, 1903, (di Lombroso), B, pp. 675-676.

anno 27, 1906.
Mariani, Tatuaggio militare, P, p. 279.
De Blasio, Il tatuaggio, Napoli, 1905, (di Mariani), B, p. 694.
De Blasio, Sul tatuaggio di prostitute e di pederasti, P, pp. 42-45.

anno 28, 1907.
Vervaeck, Le tatouage en Belgique, Bruxelles, 1906, (di Tovo), B, p. 218.

anno 29, 1908.
De Crecchio, Studio sopra alcuni tatuaggi, O, pp. 374-380.

anno 31, 1910.
Giani, Sopra un tatuaggio, O, pp. 54-66.

anno 32, 1911.
S. A., I tatuaggi di un disertore francese, N, p. 168.
De Blasio, Tatuaggi artistici in disertori francesi, O, pp. 510-515.

anno 33, 1912.
Guerrieri, Il tatuaggio nella antropologia e nella medicina legale, Bologna, 1912, (di Carrara), B, p. 333.

anno 34, 1913.
Hanschild, Ein fall von tatowierung des interkopfes, (di Carrara), B, p. 237.
Gotthold, Vergleichende untersuchungen uber die tatowierung bei normalen, geistekranken und kriminellen, (di Carrara), B, pp. 582-583.

anno 37, 1918.
Fontes, Sobre a tatuagem facial am idolos prehistoricos, (di Mariani), B, pp. 281-282.