Questa è la versione più approfondita di un articolo che ho scritto per la nostra pagina Spazio 70. Eventuali imprecisioni sono da attribuirsi solo a me e alle fonti scelte: nel caso qualche lettore abbia dubbi sulle informazioni citate, non esisti a contattarmi.

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Il 9 maggio 1976 a Montejurra, in Spagna, si tiene l’annuale raduno del Partito Carlista, la cui guida, Carlos Hugo de Borbon y Parma, appartiene al ramo dei Borbone escluso dal diritto al trono. Il raduno di Montejurra, che a lungo si è svolto in un clima ostile, appena tollerato solo per la sua natura di raduno religioso ufficiale, nel corso degli anni è diventato un richiamo non solo per l’ala carlista spagnola ma anche per i movimenti contrari al franchismo e sostenitori di una apertura democratica. Quella che dovrebbe essere una manifestazione di protesta pacifica del più antico movimento di natura politica spagnolo, nonché la prima occasione di riunione dopo la morte del capo di stato Francisco Franco, si trasforma in un eclatante fatto di sangue a cui assiste anche l’italiano Stefano Delle Chiaie insieme a un altro nutrito contingente di italiani.
Stefano Delle Chiaie e Augusto Cauchi, al centro. All’estrema destra della foto si intravede “l’uomo con l’impermeabile” che sta per estrarre la pistola.
Delle Chiaie viene immortalato insieme ad Augusto Cauchi (nome legato alle indagini sulla strage dell’Italicus e a Licio Gelli, tra i fondatori del gruppo Ordine Nero, accusato degli attentati a Lecco, Bologna ed alla Casa del Popolo di Moiano) tra la folla che si avvia verso il monastero di Iratxe, luogo simbolo per l’identità e la storia carlista, dove nel 1835 i fedelissimi dell’aspirante re combatterono contro le truppe governative. I simpatizzanti dell’erede al trono, discendente di un ramo della famiglia Borbone escluso dalla linea di successione, hanno dovuto affrontare molte vicissitudini nel corso della loro formazione, non ultima l’antipatia della dittatura alle loro aspirazioni socialiste, una antipatia che per anni si è risolta in alti e bassi nel rapporto tra il governo di Franco (che durante la guerra del 36-39 ha allontanato Javier, padre di Don Carlos e Sixto dalla Spagna), e l’élite carlista. Stefano Delle Chiaie e Augusto Cauchi partecipano al raduno tra le fila dei carlisti seguaci del fratello minore di Don Carlos, Sixto Enrique, anch’esso figura di spicco del movimento ma di ideologia politica opposta, una ideologia che auspica un carlismo tradizionale e conservatore, più vicino alla natura «fascista»  del vecchio governo franchista e alle personalità attualmente in carica: siamo nella fase del «Governo di Transizione», la morte di Franco ha posto al potere numerosi dei suoi uomini più vicini, che si muovono ora cautamente nello scenario attuale.

[…] en un momento grave para España y para el mundo, puedo ofrecer una doctrina y una organización ajenas a cualquier materialismo, sea marxista o capitalista, basada, sobre todo, en su raíz histórica.

In un momento delicato per la Spagna e per il mondo intero, posso offrire una dottrina e una organizzazione aliene a qualsiasi materialismo, sia esso marxista o capitalista, basate soprattutto sulle proprie radici storiche.
– dichiarazione di Sixto Enrique sui manifesti diffusi a Pamplona in occasione del raduno.

Bisogna qui fare una precisazione storica sulla posizione del Partito Carlista, soprattutto dagli anni Trenta in poi. Rappresentò per molti oppositori al franchismo ma di stampo monarchico, una alternativa al re Juan Carlos,considerato il futuro erede di Franco, così come per molti altri rappresentò l’unico fronte (il cui nucleo si solidificò nelle aree forales come Navarra, Catalunya ed Euskal Herria dove il franchismo non riuscì a combattere il fuoco indipendentista) contro il Regime. Il richiamo dell’opposizione al regime mosse numerosi movimenti eterogenei a sostenere la causa carlista, movimenti non importanti dal punto di vista sociale ne’ politico ma decisivi per un altro modello di azione.
Grazie alle sue simpatie e contatti nelle destre in Europa e Sud America, Sixto è sospettato di essere una delle menti dietro quello che sta per accadere a Montejurra, un atto di violenza che si incasella in una operazione segreta poi riconosciuta ufficialmente dai servizi segreti spagnoli, ben più ampia e complessa, chiamata «Operazione Reconquista». L’ «Operazione Reconquista» è un progetto che, come si scoprirà negli anni seguenti attraverso indagini e testimonianze di prima mano, è mirato a combattere dietro le quinte l’avanzata della influente frangia socialista del movimento carlista attraverso meccanismi ben consolidati come l’accerchiamento politico dell’ala sinistra e la destabilizzazione interna al partito. E’ proprio tra le fila di quei piccoli e secondari movimenti associati al seguito del carlismo che si nascondo le opportunità di mettere in atto l’Operazione, grazie all’infiltrazione di agenti che lavorano in sostegno di un proseguimento delle politiche di regime. In occasione del raduno di Montejurra, avrebbe dovuto compiersi un atto di destabilizzazione ad opera degli agenti vicini a Sixto, con il fine di mettere in cattiva luce la corrente liberal-socialista guidata da Don Carlos e iniziata da suo padre, Don Javier, eroe della Resistenza in Francia e poi prigioniero a Dachau. La destabilizzazione mira a indebolire la guida di Carlos per favorire in seguito la salita al potere, eventualmente, del fratello minore Sixto: un colpo di stato interno.
Sixto Enrique, al centro con impermeabile, basco e cravattino nero

 

Don Carlos di Borbone e la moglie Donna Irene a Montejurra
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Gli agenti stranieri identificati sul posto, che avrebbero aiutato a creare confusione e destabilizzazione, in cui si fa riferimento in «Informe Montejurra 76-96», una raccolta di documenti ufficiali, verbali, fotografie, testimonianze e inchieste consultabile integralmente in spagnolo a questo link, sono principalmente italiani, argentini e francesi, tutti legati ad ambienti di estrema destra:
«Eduardo Rodolfo Almiron Sena detto El Pibe, Pietro Benvenuto, Emilio Berra detto El Chacal, Giuseppe Calzona alias Mario Leti, Augusto Cauchi, Jean Pierre Cherid, Stefano Delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli, Henri Courau, Salvatore Francia, Loris Gatelli, José Vicente Labia, Adolfo Lauro, Elio Massagrande, Alberto Molinas, Juan Ramon Morales, Mario Pellegrini, Marco Pozzan, Mauro Tedeschi, Francesco Zaffoni.»
Tutti questi sarebbero stati pagati in due tranches, ricevendo il 2 maggio 50.000 pesetas e altre 150.000 al termine del raduno di Montejurra. I versamenti, come testimonia uno dei protagonisti pentiti, il generale José Antonio Sáenz de Santamaría in una intervista al giornalista Santiago Belloch (fratello dell’ex Ministro della Giustizia Juan Belloch), vengono fatti da José Luis Oriol y Urquijo, una personalità di grande peso in Spagna, ex ministro franchista e all’epoca Presidente del Consiglio di Stato nel Governo di Transizione, membro di rilievo della Unión Nacional Española (UNE), implicata ufficialmente a vario livello nelle trame della «Operacion Reconquista». Il generale Sáenz de Santamaría non risparmia le confidenze nell’intervista pubblicata poi nel volume «Interior», indicando come effettiva la complicità nell’«Operazione Reconquista» non solo di figure di spicco del governo ma anche della Guardia Civil. Anche l’allora segretario generale del Partito Carlista, José Ángel Pérez Nievas, accusa formalmente il governo di aver architettato e mosso i fili del tentato golpe. Per quanto riguarda la presenza degli italiani, nel suo libro «Internazionale Nera» l’autore Andrea Sceresini cita Montejurra, raccontando che Sixto avrebbe addirittura nominato Delle Chiaie generale sul campo, con tanto di cerimonia del bastone. Nel 1998, nell’ambito delle inchieste del giudice Salvini sullo stragismo e sugli Anni di Piombo, il Tribunale di Milano accusa Delle Chiaie per la sua partecipazione sul campo:
«[…] ed organizzando inoltre la presenza con armi di numerosi italiani (fra cui Cauchi, Calzona, Ricci, Carmassi, Cicuttini ed altri), inquadrati militarmente, alla manifestazione di Montejurra (Navarra) del 9.5.1976 e la partecipazione degli stessi alla sparatoria conclusasi con l’omicidio di due militanti carlisti seguaci del Principe Carlos Hugo».
Lo stesso Delle Chiaie ricorda Montejurra nella sua autobiografia, «L’Aquila e il Condor», ammettendo i suoi legami personali con Sixto e il coinvolgimento negli eventi, a riprova quindi, nel caso ci fosse bisogno, del profondo legame ideologico e di “manovalanza” che legava gli ambienti dell’ultradestra da una parte all’altra del globo.
José Luis Marín García-Verde, l’uomo con l’impermeabile, ripreso nell’atto di sparare
Aniano Jimenez, ancora vivo, trasportato dai suoi compagni
Il capannello degli agenti sixtini accerchiato dai carloshughisti armati di bastone nel piazzale del monastero: di lì a poco verranno estratte le mitragliette
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Durante i disordini causati volontariamente dagli stranieri infiltrati, vengono uccisi due militanti carlisti della frangia «carloshughista»: uno degli assassini, l’ufficiale dell’esercito in congedo José Luis Marín García-Verde, viene immortalato mentre estrae una pistola dal suo impermeabile e spara al giovane Ricardo García Pellejero, (alcuni giornali dell’epoca e anche contemporanei citano invece Jiménez come la prima vittima) mentre poco dopo, nella spianata davanti al monastero, una sventagliata di mitra sparata da simpatizzanti sixtini che formano un capannello intorno al loro leader, ferisce gravemente Aniano Jiménez che morirà tre giorni dopo. Un altro militante «carloshughista», Ferran Lucas, viene fotografato mentre con il capo coperto di sangue, è trascinato via da due compagni. Accuserà la Guardia Civil non solo del suo pestaggio, ma anche di non aver fatto niente nonostante le denunce ripetute dei presenti. Alla manifestazione infatti, sono presenti diverse camionette della Guardia Civil e dell’esercito spagnolo, che sembra non abbiano agito durante i disordini. In seguito la connivenza della Guardia Civil e dell’esercito nelle persone di alti funzionari sarà ampiamente indagata, come si legge anche nei documenti riportati in «Informe». Di tutti i presenti identificati come sixtini e mercenari stranieri, solo tre vengono arrestati e messi in prigione, liberati dopo alcuni mesi dall’Amnistia del 1977: Martín García Verde, Arturo Márquez de Prado e Francisco Carreras. Per le autorità spagnole della «transizione», quello che è successo non è altro che uno scontro interno al partito e alla famiglia dei Borbone y Parma. Solo nel 2003, dopo 27 anni di battaglia legale, le due vittime della manifestazione sono state riconosciute ufficialmente dalla Audiencia Nacional come vittime di terrorismo, permettendo alle famiglie di ottenere un risarcimento di circa 138 mila euro. I fatti di Montejurra scoperchiarono un tale livello di commistione tra servizi segreti europei, governo, forze eversive, esercito, che la stampa spagnola nelle settimane seguenti userà spesso in prima pagina la formula «strategia della tensione» domandandosi se non ne sia vittima anche la Spagna.
Il dispiegamento della Guardia Civil a Montejurra
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Fonti e risorse
  • Informe Montejurra 76-96, AA.VV
  • Interior, Santiago Belloch
  • Sentenza N.9/92A R.G.P.M. – Tribunale e Penale Civile di Milano, Procedimento penale nei confronti di ROGNONI Giancarlo ed altri (scarica pdf integrale,  188 pagine)
  • Partido Carlista, archivio storico e sezione dell’Esukal Herria
  • Per i rapporti tra Licio Gelli e Augusto Cauchi si veda Italicus: 1974, l’anno delle quattro stragi, a cura di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova o l’archivio di Repubblica, 02/04/1987 e 16/12/1987
  • Per un approfondimento sul carlismo e sul periodo franchista si veda il saggio Carlismo y contrarrevolución en la España contemporánea, uscito su Ayer n. 38, anno 2000, pubblicato dalla Asociación de Historia Contemporanea e Marcial Pons Ediciones de Historia (scarica qui il pdf integrale in spagnolo)

 

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