Uscito nel 1883, questo breve racconto umoristico di Anton Pavlovič Čechov voleva essere una sferzata al sistema gerarchico russo e agli individui che lo subivano, incastrati al suo interno, soprattutto quelli schiacciati dall’aura autoritaria dei poteri superiori. È anche una messa in scena di tutto ciò che un uomo mal sopporta di vedere: attraverso una narrazione limitata in terza persona assistiamo al flusso di coscienza di Ivàn Dmitri Lervjakòv, impiegato reo di uno starnuto, in un crescendo di paranoia e psicosi ossessiva che porta all’amaro finale. È Lervjakòv ben lontano dal provocare nel lettore una empatia o un rammarico finale: con sollievo anche noi ci liberiamo di questo individuo che inceppa le dinamiche comuni, che asfissia con le sue scuse balbettanti, che infastidisce con la sua debolezza di carattere, la temibile mancanza di una misura, la pericolosa tendenza ad attribuire significati a gesti e subirli come tali, l’assenza di una coscienza di sé. Eppure un pregio lo si trova in questo impiegato che non lascia traccia: la perseveranza.

***

Una bella sera, il non meno bello usciere giudiziario Ivàn Dmitri Lervjakòv se ne stava seduto in una poltrona di seconda fila e guardava col binocolo le «Campane di Corneville». Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma all’improvviso… Nei racconti si trova spesso questo «all’improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate. Ma all’improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò… allontanò il binocolo dagli occhi e… apscì!!! Starnutì, come vedete. A nessuno e in nessun luogo è proibito di
starnutire. Starnutiscono i contadini, gli agenti di polizia e alle volte persino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Lervjakòv non si confuse per nulla, si asciugò la bocca e il naso col fazzoletto e, da uomo educato qual era, si guardò attorno per assicurarsi di non aver dato noia a nessuno. Ma allora sì che gli toccò di confondersi. Si accorse che un vecchietto seduto davanti a lui nella prima fila delle poltrone si asciugava accuratamente col guanto la calvizie e il collo, borbottando qualcosa. Lervjakòv lo riconobbe: era Sua Eccellenza il generale Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero delle comunicazioni.
«L’ho annaffiato,» pensò Lervjakòv. «Non è un mio superiore immediato, ma non di meno è sconveniente. Bisognerà scusarsi.» Lervjakòv tossì, protese il corpo in avanti e sussurrò all’orecchio di Sua Eccellenza:
«Eccellenza, scusate tanto; vi ho spruzzato.. non l’ho fatto apposta…»
«Niente, niente…»
«Per amor di Dio, scusate. Vi assicuro… che non avevo l’intenzione…»
«Ma lasciate stare, per carità! Lasciatemi ascoltare!»
Confuso Lervjakòv sorrise stupidamente e si mise a guardare il palcoscenico. Guardava, ma non si sentiva più beato. L’angoscia cominciò a tormentarlo. Nella pausa si avvicinò a Bricàlov, lo segui per qualche tempo e finalmente, vincendo la timidezza, mormorò:
«Eccellenza… vi ho spruzzato in testa… Perdonatemi… Io… io non pensavo che…»
«Ma basta! Io me ne son già dimenticato e voi, dàgli, sempre la stessa storia!» rispose il generale torcendo il labbro inferiore impaziente.
«Se n’è dimenticato e intanto il suo occhio è pieno di malizia,» pensò Lervjakòv guardando sospettosamente il generale. «Non vuole neppure parlare. Bisogna spiegargli che proprio non volevo… che lo starnuto è una legge di natura; altrimenti penserà che volevo sputargli sulla nuca. E se non lo pensa ora, lo penserà dopo!…»
Tornato a casa Lervjakòv raccontò alla moglie il suo atto d’inciviltà. Gli sembrò che la moglie non desse peso sufficiente all’accaduto: si spaventò, sì, un poco, ma si ricompose subito appena seppe che Bricàlov non era superiore diretto di suo marito.
«Ma forse é meglio andarsi a scusare lo stesso;» disse «potrà pensare che non sai comportarti in pubblico.»
«È proprio così! Mi sono scusato, ma lui è stato così strano… Non mi ha detto neppure una parola di positivo. Vero è che non c’era tempo di discorrere.»
Il giorno dopo Lervjakòv si vestì colla sua miglior divisa, si fece ben pettinare e andò da Bricàlov per spiegargli… Entrando nella sala delle udienze del generale egli vide molti sollecitatori, e in mezzo ad essi il generale in persona che aveva già cominciato ad ascoltarli. Dopo aver udito alcuni sollecitatori, il generale alzò gli occhi anche su Lervjakòv.
«Ieri all’‹Arcadia›… forse vi ricordate, Eccellenza…» cominciò la sua esposizione l’usciere giudiziario «io ho starnutito e…senza volerlo ho spruzzata la vostra testa… Mi vorrete scusare…»
«Ma che, ma che! Sciocchezze! Che cosa desiderate?» continuò il generale rivolgendosi a chi toccava.
«Non vuol parlare!» pensò Lervjakòv, impallidendo. «Vuol dire che é arrabbiato… La cosa non si può lasciar cadere… Gli spiegherò… »
Quando il generale ebbe finita l’udienza e si diresse verso i suoi appartamenti privati, Lervjakòv lo seguì mormorando:
«Eccellenza! se mi permetto di disturbarvi è per un sentimento sentimento, per così dire, di rimorso… Non l’ho fatto apposta… dovete capire!»
Il volto del generale si contrasse in un’espressione di sdegno, fece un gesto di diniego con la mano.
«Ma voi semplicemente scherzate, signore!» disse e scomparve dietro l’uscio.
«Ma che scherzi e non scherzi,» pensò Lervjakòv, «non c’é nessuno scherzo qui. È generale e non arriva a capire. Quand’é così non voglio più chiedere scusa a cotesto fanfarone! Il diavolo se lo porti. Gli scriverò una lettera, ma non tornerò più.» Così pensava Lervjakòv avviandosi verso casa. Ma la lettera non riuscì a metterla insieme. Pensò, ripensò e non venne a capo di nulla. Il giorno dopo decise di tornare dal generale per spiegarsi a voce.
«Sono stato qui ieri a disturbarvi,» balbettò egli quando il generale alzò su di lui lo sguardo interrogativo, «non per scherzare come avete detto voi. Per scusarmi sono venuto, perché con uno starnuto ho spruzzato… non pensavo affatto a scherzare. Come oserei scherzare? Se uno si permettesse di scherzare, dove sarebbe il rispetto dovuto alle
persone di…?»
«Fuori di qui!» urlò ad un tratto il generale facendosi paonazzo in viso e tremando tutto.
«Come dite?» chiese Lervjakòv con voce tremante dal terrore.
«Fuori di qui!» ripeté il generale, pestando i piedi.
Lervjakòv sentì rompersi qualcosa nelle viscere. Non vedendo più nulla, non sentendo più nulla, indietreggiò fino alla porta, si trovò in istrada e trascinando i piedi s’incamminò. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa, si sdraiò sul sofà e morì.

 

 

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