Quello che segue è la versione integrale di un dettaglio storico poco conosciuto che si inserisce nella complessa e misteriosa cronologia del brigatismo rosso italiano. L’ho elaborato per Spazio70, un sito di amatori che racconta e descrive in modo limpido e con pochi fronzoli la storia italiana degli anni Settanta: i personaggi storici e quelli meno conosciuti, la politica, la mafia, il terrorismo rosso e nero, la controcultura, la cronaca. Droga, stragi, connessioni, pian piano si cerca di raccontare a chi gli anni Settanta non li ha vissuti (e di raccogliere invece le testimonianze di chi c’era), una storia che è profondamente legata al nostro presente e ci ha reso quello che siamo oggi. L’Italia, come la Francia, ha compiuto un percorso unico e particolare passando attraverso il terrorismo interno, sviluppando una difesa che per molti, ancora oggi, è servita a mettere le basi di una scuola di intelligence e antiterrorismo che ha fortemente aiutato nell’era dello Stato Islamico. Le Brigate Rosse sono un case study nel counter insurgency e nel counter terrorism internazionale perché sono un esempio estremamente illuminante di come si sviluppa un movimento terroristico su base ideologica, diventando un fenomeno capace di modificare la cultura di un intero  Paese. Con l’avvento del marxismo leninismo e il discorso parallelo di un attivismo politico estremo richiesto alle masse, la gioventù italiana degli anni Settanta si radicalizza all’interno di quegli ambienti popolari che più si sentono traditi dalla mancanza delle riforme del Governo: gli operai delle fabbriche e gli studenti delle università vestono il dissenso della lotta di classe che sfocia per le strade e dalle proteste pacifiche si evolve nella guerriglia urbana. Come da manuale, come da istruzioni: dalle lezioni spirituali di Mao Tse Tung al quelle più prosaiche di Carlos Marighella.  Lo Stato diventa una preda e chi vuole colpire duro sono i giovani più idealisti e irrequieti che daranno vita a collettivi e bande organizzate militarmente in grado di colpire chiunque e ovunque.  Citando Carlo Schaerf,

Il 1979 è al tempo stesso uno degli anni più sanguinosi e violenti nella storia del terrorismo italiano, (oltre seicentocinquanta attentati) e l’anno che segna l’inizio del suo declino, che diventerà palese negli anni successivi (poco più di duecento attentati nel l980). Forse la novità più significativa del 1979, anche se sul momento essa passa praticamente inosservata, è la spaccatura che si verifica nell’organizzazione delle Brigate rosse, e retrospettivamente si può dire che essa fu determinata in larga parte dai dissidi interni sulla gestione del sequestro Moro.

Per riassumere, citando un articolo del Journal of Strategic Security del 2010 che tratta della nascita delle Brigate Rosse,

To further complicate matters, the prior de-Stalinization of the Soviet Union had helped ease Cold War tensions between Western influences and European Communists. This phenomenon provided Italian business owners the opportunity to mesh communist business strategies with that of capitalist models. Western business philosophies, however, were seen by some as one of the root causes of increased disparities between trade workers and union leaders as company owners utilized advancing technologies in their factories at the expense of the work force. The rising tensions between factory workers and trade union leaders, mixed with the growing discontent of frustrated and alienated university students, eventually led to the formation of several ultra-left radical groups. One of these groups, the Red Brigade, would leave its mark in history as one of Italy’s most dominant and violent extremist organizations the country had seen since World War II, and would prove as difficult to eventually track down and dismantle

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Mario Moretti, nome di battaglia Maurizio. Capo delle BR
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Dal 1971 al 1976, l’impresa navale della Nordcantieri sfoggia sul mercato una barca a vela innovativa, stabile, solida, la vetroresina migliore sul mercato, una barca in grado di tenere il mare anche in condizioni difficili. Un piccolo yatch, modello Koala 39, dagli spazi conviviali un po’ sacrificati ma sicuramente discreto anche nel suo appeal: una barca borghese, più di tante altre. Nel porto di Ancona, nell’estate del 1979, Massimo Gidoni, oggi psichiatra ma al tempo brigatista ed esperto velista, adocchia il Papago: si tratta proprio di un Koala 39, da dieci metri, che per le sue doti di solidità e per il basso profilo ottiene immediatamente il via libera per l’acquisto da parte di “Maurizio”, cioè Mario Moretti, il capo delle Br e l’organizzatore del sequestro Moro. Con l’acquisto del Papago prende il via l’operazione Francis, un singolo rifornimento clandestino di armi dal Libano all’Italia considerato ancora oggi il più importante in tempo di pace: l’operazione si inserisce in un panorama socio-politico stratificato, dove ciò che emerge tutt’ora è solo una superficie con molti punti oscuri.
L’Italia, a fine anni Settanta, mantiene accordi segreti con la Libia di Gheddafi e con i palestinesi in Libano mentre le Brigate Rosse realizzano quello che in diverse risoluzioni strategiche viene definito “attacco al cuore dello Stato”: l’uccisione di Aldo Moro, i collegamenti tra la scena terroristica italiana e quella europea (ETA e IRA soprattutto), i legami tra le BR e gli esponenti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina confermano l’Italia come nodo cruciale tra il fronte medio orientale e quello europeo. Proprio in Italia aveva la sua base in esilio il comandante del FPLP, Habbash Saleh, e secondo alcune teorie storiche, sarebbe stato proprio lui a predisporre tutta l’operazione Francis, con l’aiuto dell’OLP. Voci che ancora non trovano un riscontro certo: di sicuro c’è che sulla Papago, i quattro marinai erano tutti brigatisti italiani.
I marinai del Papago sono tutti brigatisti italiani: Massimo Gidoni, capitano e skipper, Mario Moretti, capo delle Br, Riccardo Dura, un fedelissimo che morirà in uno scontro a fuoco con i Carabinieri pochi mesi più tardi, Sandro Galletta, basista veneziano poi pentito e collaboratore, svanito nel nulla ancora oggi, forse latitante.
Si parte da Numana, nell’anconetano; prima destinazione Cipro dove il gruppo, in una località d’appoggio, trova le coordinate per l’incontro con i libanesi. La navigazione verso Cipro procede bene, la fine dell’estate non porta grandi difficoltà alla traversata, c’è solo un incidente di valutazione che porta fuori rotta il Papago proprio quando è in prossimità dell’isola costringendo l’equipaggio a tornare indietro per diverse miglia. Arrivati a Cipro i BR vengono informati che il carico verrà consegnato dai palestinesi tra l’isolotto di Nakheel e quello di Al-Ramkin, un punto nascosto al centro del minuscolo arcipelago nel distretto marittimo di Tripoli. Per tutta la notte il Papago naviga silenziosamente a luci spente coprendo le 100 miglia che lo separano da Al-Ramkin dove giunge all’alba. Qui, rapidamente, degli uomini armati caricano all’inverosimile l’imbarcazione di circa sei quintali tra esplosivi al plastico, innesti, detonatori, armi da fuoco e munizioni.
Nello specifico, secondo la testimonianza diretta di Massimo Gidoni allo scrittore ed esperto di nautica Andrea Cappai (Papago, edizioni Nutrimenti, 160 pp):
70 mitragliatori Sterling, 5 bazooka, 10 missili terra aria, bombe mk2 anticarro e antiuomo, 300 chili di plastico, alcuni fucili Fal, munizioni calibro 9 lungo, 7,62 e 38 special, inneschi e detonatori.
Il dieci metri riprende a fatica il mare, destinazione Venezia, portando adesso oltre ai quintali di armi, anche le ansie dell’equipaggio che deve riattraversare il Mediterraneo, lo Ionio e l’Adriatico sperando di non incappare nella Guardia Costiera e di non andare a fondo per una improvvisa mareggiata. Una tempesta, in verità, la prendono in pieno, ma il Koala 39 rende onore alla sua fama di solida barca e i quattro brigatisti riescono a raggiungere l’Italia.
Discretamente, si infilano in laguna, ormeggiano, scendono e tornano alla base. L’operazione Francis è stata un successo, il carico di armi verrà trasportato altrove e la Papago sarà venduta a tempo di record. Oggi naviga ancora il mare Adriatico, ha cambiato nome e si chiama Felipe.
Massimo Gidoni sarà rinchiuso in carcere per molti anni, dove studierà per diventare psichiatra. Mario Moretti sarà al centro della storia segreta italiana ancora a lungo; oggi vive in regime di semilibertà a Milano dove deve scontare sei ergastoli.Degli altri due, il destino è già noto (più o meno). E il presunto manovratore dell’operazione? Habbash Saleh viene arrestato pochissimo tempo dopo, facendo cadere la struttura clandestina palestinese in Italia. Si dice che il carico di armi della Papago, adesso senza una destinazione precisa, sarà spartito tra le BR, l’ETA e l’IRA. Ma questa è un’altra storia, un altro decennio.
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Il racconto dei quattro brigatisti che da Ancona partirono in barca a vela per Tripoli, impegnati in una operazione di rifornimento clandestino di armi (il carico clandestino di armi più grande mai approdato in Italia dalla fine della guerra) si può leggere in una versione leggermente modificata sulla pagina FB del sito, che è questo.
Il libro citato nel racconto è
Papago, Andrea Cappai, ed. Nutrimenti, 14 euro
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