Partendo da una mia indagine personale tra conoscenti e amici, la Corea del Nord sembra essere, nell’immaginario collettivo (un po’ facebookiano), un Paese estremamente povero e chiuso, posto da qualche parte nell’Estremo Oriente, guidato da un caro leader bamboccione a cui suo nonno e suo padre hanno lasciato in eredità un “deposito di armi nucleari“, di cui l’entità è sconosciuta ai più ma “sicuramente se le ha in cantiere, le userà quando impazzisce“.
A Kim Jong non si attribuiscono grandi doti se non quella di essere un meme più o meno divertente e di far apparire ultimamente il presidente Trump bamboccione quanto lui. La difficoltà di arrivare alla vera sostanza della questione Nord Corea, dipende da una diffusa ignoranza sulla storia del Paese, sulla sua strategia politica e sul quadro generale offuscato dai media mainstream, che tendono in maniera alternata a fare allarmismo oppure a ridicolizzare lo scambio di minacce tra l’America e la Corea del Nord (a discapito della Corea ovviamente) come se, dopo anni di allusioni e promesse a vuoto, Kim si fosse costruito una reputazione poco invidiabile, quella del cazzaro.
Eppure, agli inizi dell’agosto 2017, una risposta abbastanza dura al bullismo di Kim è stata offerta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha imposto nuove e difficili sanzioni contro il Paese, un tentativo di messa al muro che ha coinvolto anche il miglior amico e cliente fino a quel momento della Corea del Nord, la Cina, che a questo punto cambia ruolo e assume quello inedito del mediatore tra gli Stati Uniti e Pyongyang, appoggiata dalla Russia.
Non che alla Corea del Nord mancassero dei provvedimenti disciplinari, anzi, la sua storia è costellata da richiami regolari sull’indisciplina dimostrata in campo nucleare, con esperimenti e test bellici che tengono sempre sul chi vive gli analisti. Stavolta, il colpo inferto all’esportazione commerciale è abbastanza pesante, si parla di

$1 billion, or about a third of its current total.

Nel comunicato diffuso dal Governo americano, Nikki Haley che è l’ambasciatrice americana rappresentante alle Nazioni Unite e promotrice delle sanzioni, dichiara che:

This resolution is the single largest economic sanctions package ever leveled against the North Korean regime. The price the North Korean leadership will pay for its continued nuclear and missile development will be the loss of one-third of its exports and hard currency.
This is the most stringent set of sanctions on any country in a generation.
These sanctions will cut deep, and in doing so, will give the North Korean leadership a taste of the deprivation they have chosen to inflict on the North Korean people.
Nuclear and ballistic missile development is expensive. The revenues the North Korean government receives are not going towards feeding its people.

Questo proiettile si conficca nella fronte di una Corea del Nord che da qualche anno sta cercando, soprattutto sotto la spinta della Cina, di ridefinire il suo modello economico interno fino ad oggi antiquato e disastroso, basato su una politica socialista che vede l’ideologia al primo posto, in una atmosfera retrò da Unione Sovietica. Se il padre di Kim Jong aveva alla fine dei suoi giorni accettato una apertura verso il mercato, seppur di stampo liberista, il giovane leader ha continuato la tradizione di una dittatura politica ed economica mirata al riconoscimento globale sia della Corea del Nord che della stessa dinastia come potenze di primo livello.
La popolazione nord coreana, in tutto ciò, si barcamena in condizioni di vita davvero temibili: il 25% del PIL viene utilizzato per la difesa e gli armamenti. Le esigenze di base, beni di prima necessità come medicine e cibo, vengono sopperite in maniera insufficiente dagli aiuti esterni mentre gli introiti economici derivati dall’esportazione soprattutto di carbone e tessili verso i grandi vicini (Russia, Cina, India) vengono assorbiti per coprire la mancanza cronica di energia nei grandi centri urbani, nelle miniere e la mancanza di carburanti e componenti, utilità necessarie al mantenimento dell’industria (nazionalizzata) e allo sviluppo del comparto militare.
In realtà il quadro complessivo non è nemmeno così stabile: per quanto l’indottrinamento socialista sia alla base delle visioni grandiose di Kim Jong, la radicalizzazione dell’élite militare è un elemento di grande peso nello sviluppo della nazione. Trattandosi di una nazione militarizzata, con un potere di stampo patrimoniale, ci sono due forze al vertice che sembrano scontrarsi: le gerarchie militari considerano Kim Jong troppo giovane e inesperto per guidare il paese verso una posizione di potere internazionale, e Kim Jong che non si fida dei vertici militari (ogni tanto c’è un repulisti a colpi di pistola) continua a tenere una ferrea disciplina ideologica mirata a unire sempre più dinastia e nazione in un concetto unico. Dopo gli annunci sulla bomba H, sui lanci recentissimi del missile che ha scosso un po’ tutto il mondo, uno solo oggi resta il punto fermo nella questione Nord Coreana, un punto che non va mai dimenticato: la Corea del Nord non è un paese suicida ma, al contrario, tutto ciò che ha fatto fino ad oggi è sempre stato finalizzato alla propria sopravvivenza. La sopravvivenza della Corea del Nord, la sopravvivenza della dinastia Kim.

 

 Kim Il Sung (nonno)

Kim Il Sung e Kim Jong Il nel 1992 (nonno e padre)

Kim Jong-un e Kim Jong Il

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Un piccolo riassunto di quella che dovrebbe essere (poiché ad oggi non ci sono certezze a parte quelle ottenute attraverso le dimostrazioni di Pyongyang e i lavori di spionaggio) la potenza effettiva della Corea del Nord in termini di nucleare.
Il missile più temibile che la Corea del Nord possiede è il Hwasong -14, che teoricamente può raggiungere una gittata di 14,500 chilometri, lasciando fuori dal suo range di azione la costa Ovest degli Stati Uniti, l’Antartide, l’Africa Occidentale e l’America Latina.
Questa gittata è calcolata sul risultato del test effettuato con l’ultimo lancio (che ha causato grande allarme in Giappone) e sulla potenza effettiva del Hwasong-12 che è un missile a media gittata. Il Hwasong-14 è il primo missile intercontinentale mai testato dalla Corea del Nord e il primo che è stato sviluppato con la tecnologia locale.
I missili Hwasong non sono missili a testata nucleare, poiché secondo gli analisti, la Corea del Nord non possiede ancora la tecnologia che serve per creare una testata miniaturizzata che sia in grado di essere portata dai suoi ICBM, nonostante comunque la Difesa nord-coreana affermi il contrario nel suo tipico stile propagandistico. Per dirla in maniera spicciola, un bombardamento nucleare come fu Hiroshima è tecnicamente impossibile per la Corea del Nord, mentre è possibile attaccare con i missili le basi americane di Guam, la Corea del Sud o il Giappone, sebbene gli Stati Uniti abbiano schierato nella Corea del Sud un sistema di sei THAAD, ovvero sei batterie di difesa d’area terminale ad alta quota che sono in grado di intercettare e distruggere gli ICBM una volta lanciati.
Le bombe nucleari nei magazzini di Pyongyang parrebbero essere dalle 30 alle 60 unità. Nessuna verifica indipendente ha invece potuto confermare le dichiarazioni fatte dalla Corea del Nord: che possiede una bomba H per esempio, che è in grado di armare gli ICBM con le testate nucleari, che ha raggiunto livelli di produzione di uranio tali da permettere la costruzione di almeno sei bombe nucleari all’anno. Le certezze che si hanno invece sono che la Corea del Nord ha intenzione di cappare e portare oltre la produzione nucleare, che è in continuo contatto con Pakistan e India per uno sviluppo delle tecnologie nonostante i divieti e le sanzioni imposte su questi termini dalla comunità internazionale. Sul resto degli armamenti le notizie sono più precise:

1.19 million service members and another 7.7 million reservists; 3,500 battle tanks, 72 submarines, 302 helicopters, 563 combat aircraft and 21,100 artillery pieces

 

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La teoria più solida per quanto riguarda le manovre del Paese, afferma che alla base delle minacce di un attacco nucleare della Corea del Nord non ci sia solo una manifestazione di potere ma una strategia ben precisa di deterrenza, inteso come:

far recedere dall’azione per paura delle conseguenze. La Deterrenza é uno stato mentale generato dall’esistenza di una credibile minaccia di ritorsioni (dalle conseguenze) inaccettabili.

che avrebbe il duplice scopo di 1) tenere buoni gli Stati Uniti, notoriamente molto cauti in un ambito simile dopo l’esperienza giapponese (fino a Trump), garantendo quindi una sorta di “non violenza” verso la Corea del Nord e perciò una serenità per la dinastia, e lo scopo di 2) avere uno spazio di manovra verso la comunità internazionale che, virtualmente, verrebbe a un compromesso con la Corea sul discorso nucleare.

1) In termini più spicci, la Corea del Nord dice: gli Stati Uniti per la loro formazione ideologica e il loro status di super potenza, non possono permettere una guerra nucleare. Io ho un obbiettivo preciso da sempre: l’unificazione della Corea sotto la bandiera dei Kim e del socialismo, cerco di raggiungere questo scopo comprando spazio di manovra. Lo spazio di manovra è dato dalla mia pericolosità, che si consolida man mano che i miei esperimenti e investimenti sulle armi nucleari vanno avanti, nonostante voi cerchiate di mettermi i bastoni tra le ruote con le sanzioni. Più ci sanzionate, più noi ci mostriamo aggressivi e rispondiamo (i test bellici, le notizie trapelate dal dipartimento della Difesa nord coreana, le fake news e la propaganda, l’economia delle armi). Usiamo il nucleare come deterrente alla violenza (la vostra). Siete disposti a fare il primo attacco?
E’ a questa domanda che Trump prima o poi dovrà rispondere. Le amministrazioni che lo hanno preceduto, hanno sempre chinato il capo e accettato che le sanzioni ostacolassero i piani evolutivi dei Kim e si sono affidate allo spionaggio e alle analisi di intelligence che fino a ieri davano per “mediocri” i risultati dei test nucleari e delle armi sperimentali della Nord Corea, così come apparivano mediocri le possibilità della Difesa nord coreana di compiere grandi passi verso il traguardo bellico agognato (missili a testata nucleare in grado di colpire direttamente dalla Corea agli Stati Uniti costieri). La mancanza di materie prime (ingranaggi, pezzi di ricambio, hardware e software, carburante, energia) per l’industria militare avrebbe fatto il resto. Fino a ieri.

2) Non si tratta più di convincere o in qualche modo, smantellare il potere nucleare della Corea del Nord: si tratta di metterci un tetto e di convivere con il potere acquisito. La Corea del Nord è perfettamente consapevole del fatto che dopo questa corsa al nucleare, non si torna indietro. Ne è consapevole anche e soprattutto l’amministrazione USA che, sotto Obama e prima di lui Kennedy e Reagan o Clinton, agiva in maniera cautelativa piuttosto che ammonitrice, cercando di mantenere sempre un equilibrio stabile nelle relazioni anche laterali con la Corea del Nord. Se il fine ultimo di Kim è la sopravvivenza della dinastia/nazione, il percorso verso un potenziamento nucleare potrebbe non avere mai fine. Alla luce di questo, si gioca tutto su un compromesso delle forze in campo, che sembra anche essere ciò che la Corea del Nord vuole. L’alternativa potrebbe essere, per la dinastia Kim, di finire come quella dei Gaddafi. Il culto della personalità del caro leader non implica una destituzione dalla poltrona. Pyongyang mira a diventare una nazione di eccellenza, potente (temibile) al pari dell’America. Potrebbe bastare questo per soddisfare l’esistenza di Kim Jong e le relazioni internazionali (soprattutto orientali) e il mezzo per ottenere questo status è il nucleare.

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Una guerra strategica vera e propria quindi, che vede contrapporsi due punti di vista diversi su un argomento che, fin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, è stato al centro della vita politica e militare delle grandi potenze.
Le prime armi nucleari sappiamo tutti che compaiono alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando gli americani sganciano la prima bomba atomica su due città giapponesi. Gli Stati Uniti, secondo molti storici, non avevano alcuna necessità di sganciare l’atomica su un Giappone esausto e allo stremo, ma avevano la necessità di lanciare un messaggio globale sulla propria potenza e superiorità bellica. Per diverso tempo gli USA sono stati gli unici a detenere il potere del nucleare e fin da subito, la loro posizione si è attestata su una politica di supremazia, con esperimenti sempre più impressionanti. La tesi storica sul rilascio dell’atomica come manifestazione di superiorità e quindi primo atto concreto di dissuasione, è avvalorata dal fatto che la Commissione consultiva scientifica, di cui facevano parte Fermi, Lawrence e Compton, presieduti da Oppenheimer, non sapeva niente dei tentativi del governo giapponese di firmare un trattato di pace, poiché il governo degli Stati Uniti non li mise al corrente. Furono interpellati sullo sganciamento e su quale eventualità potesse risultare più efficace al fine bellico: sganciare l’atomica su un’isola deserta o su un’area popolata? Il Metallurgical Laboratory di Arthur Compton stese una relazione, il controverso Franck Report (trascrizione integrale sul web) che, basandosi molto sull’esperienza del fisico nella Prima Guerra Mondiale dove lavorò allo sviluppo di armi chimiche, auspicava un lancio in un’isola deserta. Eticamente, sarebbe stato molto meglio per tutti mentre sul piano bellico, sarebbe stata una soluzione a basso rischio. Come potrebbe fidarsi il mondo, di una nazione che all’improvviso utilizza una tecnologia di una potenza inaudita in un teatro di guerra?
Oppenheimer è dell’avviso contrario: l’utilizzo dell’atomica segnerà un paletto enorme nel prossimo futuro, non solo in campo bellico. La sola consapevolezza che esiste la tecnologia nucleare sarà un deterrente per eventuali future guerre mondiali.
Si profila la prima strategia definita quindi, quella della dissuasione per manifesta superiorità tecnologica.
Durante gli anni Cinquanta la Guerra Fredda contro l’URSS viene combattuta principalmente sulle equivalenze nucleari, con i russi che cercano di superare gli americani. Nasce una dottrina politica del contenimento, che usa lo strumento del controllo agli armamenti come strategia. Ci si attesta sull’idea che se due potenze hanno un pari arsenale nucleare o una tecnologia equivalente (reattori),  il pericolo di attacco si annullerà a vicenda.

Albert Wohlstetter, eminenza grigia del nucleare in America, una figura che ha nell’ombra un potere incredibile sulle amministrazioni americane fino agli Novanta, pubblica nel 1959 una analisi che scuote questa relativa tranquillità.

 

Nel suo The Delicate Balance of Terror (pdf integrale) afferma infatti che non si può accettare una strategia di deterrenza basata sul mostrare la propria forza ma si deve valutare la capacità tecnica e strategica di ogni singola potenza, agendo in modo da mettere in conto un eventuale attacco a sorpresa. Nasce la teoria del primo attacco: due potenze si equivalgono sul nucleare, quale delle due in caso di primo attacco ha possibilità di distruggere l’altra senza dare l’occasione di una risposta, eventualmente più devastante?
Si deve attuare una strategia basata sulla prevenzione? Il mondo è scosso da questa possibilità e si tenta di mettere dei paletti a quella che oggi è una forza in uso a numerose nazioni.  Viene sviluppata la teoria del MAD, ovvero Mutual Assured Destruction: in caso di attacco nucleare tra due potenze equivalenti, ci si distruggerebbe a vicenda, quindi lo stallo finale della distruzione totale reciproca, sarebbe un ulteriore motivo di dissuasione. La Francia sviluppa una propria dottrina politica in tema nucleare, chiamata force de frappe, su cui baserà moltissimo lo sviluppo della difesa e della politica estera: l’utilizzo dell’atomica non deve mai avvenire ma si deve perseguire una potenza tecnologica tale che la dissuasione sia la base della difesa. Su questo, consiglio vivamente di leggere André Beaufre, il teorico e primo stratega francese insieme a Gallois a delineare la teoria della forza di dissuasione nucleare. Beaufre fu una figura estremamente importante per la Francia e per la strategia occidentale: fu in Nord Africa con le forze di Vichy, operò con il generale Giraud nell’operazione Torch, seguì poi il generale de Lattre in Indochina. Tornato in Francia operò sul campo nella crisi di Suez e al termine della sua carriera fu rappresentante delle forze francesi nella NATO a Washington. Giusto per sottolineare che non stiamo parlando di un militare qualsiasi ma di un uomo che è cresciuto di pari passo con il nucleare.
In Oriente, soprattutto, si delinea il No First Use (NFU), una dichiarazione ufficiale ideata e per prima ufficializzata dalla Cina, che viene fatta dalle potenze nucleari che si impegnano a non usare il proprio armamento in nessun caso, a meno che non sia in risposta a un attacco equivalente (nucleare). La Corea del Nord aderisce al NFU con una dichiarazione ufficiale solo nel 2016, ma gli Stati Uniti non l’hanno mai fatto. Virtualmente quindi, gli USA non attaccherebbero mai per primi, legati anche dalla responsabilità del nuclear umbrella ancora vigente, che si estende sui Paesi vicini della Corea del Nord, cioè Giappone e Corea del Sud. La responsabilità che grava sugli USA lega loro le mani: se Pyongyang d’altra parte decidesse di attaccare il Giappone o Guam, come minaccia da diverso tempo, inevitabilmente si muoverebbero gli Stati Uniti ma la Cina, la Russia, l’India, cioè le potenze nucleari superiori, forse resterebbero ferme anche in virtù dei trattati economici che blindano enormi fette del mercato, sviluppati appositamente senza barriere diplomatiche di sorta.
Chi avrebbe interesse ad affossare un mercato così florido e strategico come quello orientale? Non di certo i suoi attori principali che al momento sono la Corea del Sud, la Cina, il Giappone e la Russia. Non di certo la Corea del Nord, che è al momento una identità completamente assorbita da altre priorità come ho scritto all’inizio del post. Non di certo gli Stati Uniti, che non possono permettersi un passo simile nonostante la posizione di super potenza. C’è da dire però, che qualcuno potrebbe dare il via a tutto e in questo caso, l’assunto verrebbe rovesciato rispetto a quanto esposto fino ad ora.
Non più: può Kim attaccare l’America? Quanto: può Trump attaccare la Corea del Nord?
Alla fine degli anni Novanta, Robert McNamara, ex segretario della Difesa americano sotto Kennedy e padre della revisione politica sul nucleare secondo la teoria della deterrenza, rivelò in una intervista (ai tempi sull’equilibrio nucleare tra Russia e Usa), che le sue paure più grandi erano due: che la guerra nucleare partisse da un errore umano, cioè un test andato male o un missile partito per sbaglio e che il sistema decisionale americano, nel caso di guerra nucleare, restasse pienamente nelle mani del presidente.

Come viene spiegato in questo articolo della CNN,

The president has supreme authority to decide whether to use America’s nuclear weapons.

e si veda per un quadro più specifico della struttura gerarchica militare e delle responsabilità, questo documento del Dipartimento della Difesa che spiega le funzioni del National Command Authority, ovvero l’ultimo grado, il più alto e indiscusso livello di ordine militare in caso di disastro o emergenza nucleare.
Sembra anche possibile però che in caso di “ammutinamento” del ristrettissimo staff decisionale del NCA, il Presidente possa venire ostacolato nella sua decisione di attacco.

E’ molto illuminante comunque rivedere la storia politica e nucleare degli Stati Uniti ai tempi della Guerra Fredda, trattandosi del primissimo campo di gioco in termini di strategia nucleare. La funzione della mutua deterrenza, la fase pre-Wohlstetter, permise a Stati Uniti e Russia di confrontarsi con un gioco di sguardi (oggi con la Corea del Nord è un gioco di parole) tenendosi sempre ben lontani non solo da un eventuale sfoggio concreto di forza nucleare ma anche da qualsiasi altro atto o provocazione vagamente bellico, per il timore basico che qualsiasi dispetto di poco conto potesse far degenerare la situazione fino a un punto di non ritorno.

E’ difficile credere che da Pyongyang possa partire un attacco finalizzato a una guerra globale nucleare, nonostante oggi esistano nuovi tipi di guerra, si veda la guerra ibrida o la guerra rivoluzionaria. E’ difficile credere che il passato non abbia niente da insegnare e che le teorie sulla dissuasione e sulla deterrenza si siano indebolite a tal punto da risultare oggi obsolete. E’ difficile, senza nessuna prova al riguardo che non sia una pura propaganda, credere che la Corea del Nord abbia sviluppato la bomba H e sia disposta ad usarla, annientandosi. E’ più facile, confortevole, razionale (e sulla razionalità umana si basa, a ragione fino ad oggi, parte della teoria della deterrenza) credere che sarà il caro, vecchio Sūnzǐ, o se preferite Sun Tzu,  a guidare le menti dei cari leader:

L’arte della guerra consiste nello sconfiggere il nemico senza doverlo affrontare

 

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Letture utili:

Dalla Guerra Fredda ai giorni nostri. Deterrenza e proliferazione: l’intreccio perverso (web)
Andre Beaufre, The dimensions of strategy (pdf)
Hwasong-14 ICBM: A Technical Evaluation (web)
Hwasong-14 (KN-20) (web)

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