Johan Kuus è stato, per la sua storia personale, una figura controversa nel mondo della fotografia, soprattutto nel suo Paese natale, il Sud Africa. Figlio di un esule estone che combatté nei Finnish Boy durante la resistenza contro i russi nella Seconda Guerra, nacque da una madre Afrikaner e si approcciò giovanissimo alla fotografia. Durante la rivolta di Soweto nel 1976, testimoniò la violenza degli scontri e ne fu anche protagonista, come rivelò in seguito in varie occasioni. “Ho ucciso degli uomini”, ammetterà. Storie di violenza che si radicano principalmente nella realtà sudafricana divisa dall’apartheid, dove un fotografo bianco al centro di una rivolta di neri, per quanto talentuoso e mosso da illuminate ispirazioni, resta comunque un bianco. Gli scontri del 1976 furono la prima occasione in cui Kuus reagì in maniera violenta a dei ragazzi di colore che lo presero di mira con delle pietre. Fu il primo di tre episodi che segnarono la vita del fotografo, tappe buie nella vita personale di un uomo la cui carriera, parallelamente, cresceva rapida verso prestigiose vette. Ben due volte gli fu insignito il premio più ambito per un fotografo, il World Press Photo Award. Le sue immagini passarono per le copertine dei quotidiani occidentali più importanti, lavorò per la SIPA, una famosissima agenzia indipendente francese. Pubblicò un unico, notevole libro culto di fotografia, basò ogni passo della sua storia di fotografo sull’anarchia, sulla violenza, sul drammatico equilibrio che il Sud Africa viveva ogni giorno. Dei suoi lavori disse che voleva fossero visti come una testimonianza antropologica prima che come il reportage di una guerra civile. Il suo approccio fu sempre distaccato ma in qualche modo sensibile, fu capace di raccontare la rabbia, la frustrazione, l’orgoglio dei bianchi così come il dolore, la sopraffazione, l’isolamento dei neri. Raccontò l’apartheid da entrambi i punti di vista e sue sono le foto che più di ogni altre raccontano una parte di storia umana, politica e sociale estremamente complicata.

 

Alla fine degli anni Ottanta, si trovò invischiato in una discussione sulle sue proprietà terriere con degli uomini che fecero l’atto di minacciarlo in presenza della moglie. La discussione finì male e Kuus ne uccise uno, ferendo gravemente l’altro. Al processo, fu considerato innocente: legittima difesa.
Il Sud Africa produceva a pieno regime effetti collaterali della sua Storia e Kuus li immortalava e li seguiva passo passo, con gli altri membri del Bang Bang Club o, più spesso, da solo. Nell’intimità sviluppava pian piano un carattere difficile, segnato dalle sue esperienze e da tutto ciò che aveva visto. Più l’uomo diventava scontroso e lunatico, più il fotografo si ergeva tra gli altri. Nei primi anni Novanta, fu arrestato dalla polizia durante scontri cittadini con degli Zulu, che Kuus si trovò a fronteggiare da solo. Fu trattenuto e rilasciato, rimandato a casa e lì sarebbe dovuto restare, ma il fotografo era a suo dire troppo irrequieto, mosso da una agitazione emotiva che l’ennesimo scontro aveva solo contribuito ad accentuare. Prese una pistola e tornò nel quartiere dove gli Zulu l’avevano provocato accompagnato da un amico e quel presunto giro in auto per schiarirsi le idee finì, ovviamente, in uno scontro a fuoco.

 

 

Per la Foreign Correspondents Association, la controversia su questi fatti fu troppo: Kuus fu espulso dall’associazione, a niente valsero le sue spiegazioni sul fatto che, in quanto bianco, poteva girare con una pistola per questioni di sicurezza. Nel mondo della fotografia, soprattutto in Sud Africa, Kuus fu amato e odiato, odiato specialmente da alcuni colleghi di pelle nera che non avevano le stesse possibilità del fotografo nonostante un talento non inferiore al suo. Kuus potè esportare le sue immagini grazie agli investimenti fatti dalle grandi agenzie di stampa, ma a molti dei ragazzi che fotografano le stesse cose, questa possibilità fu preclusa. Le storie personali di Kuus poi, contribuirono a creare delle fratture ancora più grandi con questi colleghi. Alla fine della sua carriera, il nome di Kuus in Sud Africa e nel mondo era conosciuto, per un motivo o per l’altro, ma comunque principalmente stimato e rispettato. Il suo punto di vista non mancò mai di essere sincero, nonostante tutto, e fu anche lui in molte interviste di una sincera brutalità sui suoi sentimenti più intimi. A lui, molti degli amici e colleghi più vicini, riconobbero dopo la sua morte avvenuta nel 2015 a soli 62 anni, una grande forza d’animo e una fedeltà a certi principi che lo spinsero, negli ultimi decenni di vita, a vivere nella totale povertà piuttosto che sbarcare il lunario facendo foto ai matrimoni. “Ho un lavoro più importante da fare di quelle sciocchezze” avrebbe detto a un amico che voleva dargli una mano in un momento di estrema crisi finanziaria. Kuus morirà senza casa e senza proprietà fisiche, ma lascerà una eredità ricchissima al pubblico, immagini di momenti e storie per cui spesso ha pagato un prezzo altissimo, immagini di un Sud Africa esplosivo, ribelle, violento, appassionato, diviso.

 

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