In un villaggio del Giappone affamato dal secondo conflitto mondiale, un aereo si schianta al suolo e un soldato americano di colore è fatto prigioniero. Confinato in un sotterraneo, le caviglie legate con la catena di una trappola per cinghiali, l’uomo diventa l’idolo dei bambini, il loro animale domestico, un nuovo compagno di giochi. Quando le leggi della guerra infrangono l’idillio e l’innocenza è spazzata via dalla violenza della morte, il piccolo protagonista – io narrante di questo sapiente racconto – si affida all’emancipazione dell’età adulta.

Con questo racconto del 1958, tra le sue prime prove di scrittura,  Kenzaburō Ōe, premio Nobel per la letteratura, vinse il prestigioso premio Akutagawa. Nel 1961, il grande regista Nagisa Oshima portò il racconto breve su pellicola, girando Shiiku (The Catch), una fedele trasposizione in bianco e nero, intensa e crudele come l’opera originale.

___________

Kenzaburō Ōe, L’animale da allevamento, ed. Il Sole 24 Ore, 2011, 81 pp

Abitavamo una piccola stanza, adibita in passato all’allevamento dei bachi da seta, al primo piano del magazzino della comunità situato nel centro del villaggio. Quando mio padre si stendeva sulle spesse assi del pavimento ormai consumate tra la stuoia e le coperte e io e mio fratello ci coricavamo su un letto costituito da una vecchia porta, quella che una volta era stata la casa dei bachi, ormai troppo piccola per contenerli ma ancora piena di foglie di gelso imputridite sulle nude travi del soffitto e di un odore pungente sulla carta delle pareti, si colmava di umane presenze.
Non avevamo nemmeno un mobile. A dare una certa impronta alla nostra povera dimora erano il fucile da caccia di mio padre – che riluceva opacamente, come se non solo la canna ma anche il calcio di una lucentezza oleosa fossero di un acciaio che paralizzava e respingeva al solo toccarlo -, le pelli di donnola essiccate, appese a mazzi alle nude travi, e vari tipi di trappole. Nostro padre provvedeva al sostentamento di tutti e tre, cacciando lepri e uccelli, cinghiali durante gli inverni nevo​si, e facendo essiccare le pelli di donnola, catturate con le trappole, che poi portava all’ufficio municipale della “città”.
Mentre strofinavamo la canna del fucile con un pan​no intriso d’olio, io e mio fratello osservavamo il cielo scuro
attraverso le fessure della porta di assi, come se da lì potesse filtrare ancora una volta il rombo dell’aero​plano.
Ma era raro che un aereo solcasse il cielo sopra il villaggio. Posato il fucile sulla rastrelliera alla parete, ci stendemmo sul letto l’uno contro l’altro e aspettammo, totalmente in balia del nostro stomaco vuoto, che nostro padre salisse con la pentola di riso e verdure. Io e mio fratello eravamo come piccoli semi ben protetti da uno spesso strato di carne e da una dura epidermide; semi verdi, morbidi e freschi, cui aderiva una tenera membrana che la semplice luce esterna avrebbe potuto sfaldare e distruggere.
Fuori di quella dura epidermide, vicino al mare che dal tetto si vedeva brillare lontano e sottile all’orizzonte, nella città oltre le creste sfalsate dei monti, la guerra solenne e ostinata, come una leggenda che ha sfidato il tempo, vomitava aria stagnante. Ma la guerra per noi non era altro che l’assenza dei giovani dal villaggio e il postino che di tanto in tanto portava la no​tizia di un altro caduto sul campo. La guerra non scalfì la nostra dura epidermide né lo spesso strato di carne. Quell’aereo nemico che aveva poco prima solcato il cielo del villaggio, mai violato fino ad allora, per noi era solo una strana specie di uccello.
Verso l’alba fui svegliato da uno schianto spavento​so e da una violenta scossa. Vidi mio padre seduto sulle coperte,
con gli occhi scintillanti di desiderio e il corpo in tensione, come un animale che di notte si aggira nella foresta pronto a balzare sulla preda. Ma, invece di spiccare il salto, si lasciò cadere sul pavimento e ripiombò immediatamente nel sonno. Aspettai a lungo con le orecchie tese, ma quello schianto non si ripeté.
Respirando quietamente l’aria umida che odorava di muffa e piccoli animali, aspettai con pazienza nella pallida luce
lunare che si insinuava attraverso l’alto lucernario del magazzino. Passò un lungo periodo di tempo, poi mio fratello, che aveva dormi​to con la fronte sudata contro il mio fianco, cominciò a piagnucolare debolmente.
Come me, aveva aspettato che quello schianto si ripetesse e l’attesa gli era insopportabile. Gli posi la mano sul collo delicato e sottile come lo stelo di una pianta, lo scossi leggermente per incoraggiarlo fino a che, cullato dal dolce movimento delle mie braccia, si addormentò.
*** *** ***

Lo scrittore nel 1961 con la sua famiglia

Poi, il tramonto impallidì e cominciò a soffiare dalla valle un vento fresco e piacevole sulla pelle bruciata dal sole
della giornata e, dopo che le prime tenebre si con​giunsero con l’ombra delle cose, gli adulti e i cani latranti fecero ritorno al villaggio, sopraffatto dal silenzio e in​vaso da un’incerta speranza. Insieme agli altri bambini, corsi loro incontro e vidi un grosso negro stretto tra gli adulti. La paura mi assalì colpendomi con la forza di un pugno.
Come quando d’inverno tornavano dalla caccia al cinghiale, gli adulti circondavano solennemente la “preda”, le labbra serrate e le spalle quasi pateticamente curve mentre camminavano verso di noi. La “preda”, invece di indossare la divisa di seta marrone bruciato e calzare scarpe di pelle nera da aviatore, portava giacca e calzoni color cachi e ai piedi brutte scarpe pesanti. Il grosso viso scuro e brillante inclinato di lato, lo sguardo rivolto ver​so il cielo al tramonto, camminava trascinando i piedi e zoppicando. A ogni suo movimento risuonava la catena di ferro di una trappola per cinghiali, fissata a entrambe le caviglie. Noi bambini seguimmo in gruppo la proces​sione degli adulti
che circondavano la “preda”, anche noi muti come loro. La processione avanzò lenta fino alla piazza e si fermò
silenziosa davanti alla scuola. Mi feci strada attraverso il gruppo dei bambini, ma il vecchio capo-villaggio ci rimandò indietro gridando. Allora ci ri​tirammo fin sotto l’albero di albicocco all’angolo della piazza e, senza retrocedere ulteriormente, osservammo da lì il consesso degli adulti, attraverso l’oscurità che si faceva sempre più densa.
Nelle cucine delle case che si af​facciavano sulla piazza, le donne, cingendosi il corpo con le braccia sotto il bianco
grembiule, tendevano inquiete l’orecchio alle voci sommesse degli uomini, tornati con una “preda” pericolosa.

*** *** ***
Là, illuminata dai fiochi raggi di una nuda lampadina elettrica, era accovacciata la “preda”. La grossa catena della trappola per cinghiali, che legava a un pilastro le sue nere caviglie, attirò con forza il mio sguardo. Le braccia strette intorno alle ginocchia e il mento appoggiato sulle lunghe gambe, la “preda” alzò verso di me gli occhi arrossati in
uno sguardo avvolgente e appiccicoso. Il sangue di tutto il corpo mi si riversò nelle orecchie e mi imporporai in
viso. Distolsi lo sguardo e lo alzai su mio padre che, con le spalle al muro, puntava il fucile contro il soldato negro.
A un suo cenno col mento, avanzai quasi a occhi chiusi e posai la cesta del cibo davanti al soldato negro. Quando
arretrai, gli organi interni mi si torsero per l’improvvisa paura e dovetti controllare un moto di nausea.  Il soldato
negro fissò la cesta del cibo, mio padre la fissò, io la fissai. Un cane abbaiò in lontananza. Al di là del lucernario la
piazza era buia e silenziosa. All’improvviso la cesta del cibo che si trovava sotto gli occhi del soldato negro cominciò a interessarmi. La guardavo attraverso gli occhi affamati del soldato negro: polpette di riso in quantità, pesce secco arrostito senza grassi, verdure bollite e latte di capra che riempiva una bottiglia sfaccettata dalla grossa imboccatura. Il soldato negro fissò a lungo il cestino, rimanendo nella stessa posizione nella quale si trovava quando ero entrato,
finché io cominciai quasi a sentire i crampi della fame. E pensai che il soldato negro avrebbe disprezzato noi e la
povera cena che gli offrivamo e non avrebbe mai toccato quel cibo. Fui assalito da un senso di vergogna. Se il soldato negro non avesse mostrato nemmeno in seguito l’intenzione di mangiare, il mio senso di vergogna avrebbe contagiato mio padre, una vergogna da adulto avrebbe condotto mio padre alla disperazione e alla collera e il villaggio si sarebbe riempito della violenza degli adulti, pallidi di vergogna.
Che sciagurata idea era stata quella di dare da mangiare al soldato negro!
___________
Annunci