Am I in the wrong place here, or in the wrong life?
– Werner Herzog

Neprijatelj è sul podio dei miei film preferiti in assoluto, insieme a Dead Snow e L’Apollonide. Chi l’ha visto e non è andato a fondo nella pellicola, lo definisce un film di guerra senza azione. C’è molto, molto di più, è un piccolo gioiello che racconta il Male, o forse il Bene, che parla di un demone o forse di un angelo o forse semplicemente delle scelte degli uomini. Ci puoi riflettere a lungo e cambiare idea molte volte. Ambientato in Bosnia a pochissimo tempo dalla fine della guerra, un piccolo gruppo di soldati si ritrova bloccato in una zona rurale, circondati da mine, con un prigioniero spaventoso. Più spaventoso della guerra a cui sono appena sopravvissuti. E’ uno dei film che ha fatto risorgere il cinema serbo insieme a Varvari, pellicola dedicata alla gioventù nazionalista e disperata della nuova Belgrado.

Neprijatelj (The Enemy), Dejan Zečević, 2011

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Vorrei invitare Fruit Chan a bere qualcosa e davanti a un gelido bicchiere di vino bianco, vorrei recitargli l’allegra poesia di Lorenzo il Magnifico. Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia … Le sue guanciotte tremolanti avrebbero uno spasmo di ilarità, subito bloccato dalla sua attitudine orientale alla discrezione espressiva. Dumplings è di certo la risposta moderna e maligna alla goliardica Canzone di Bacco. La protagonista, bravissima e notevolmente rozza, asettica e affascinante, offre alle sue clienti la risposta al decadimento fisico: ovviamente, la giovinezza. Il prezzo da pagare per restare belle, toniche e giovani è qualcosa che va affrontato con calma e sangue freddo. D’altra parte si parla di un certo tipo di cannibalismo; la distanza tra la repulsione e l’accettazione è inversamente proporzionale alla grandezza della vanità. Un film disturbante, non solo per ciò che mette in scena ma soprattutto per quello che insinua.

Jiao Zi (Dumplings), Fruit Chan, 2004

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Bello da morire, questo film di Audiard è una tra le vette più alte dei prison e gangster movie, due generi che adoro e che ho sempre trovato molto generosi. Chi non ha visto Un Prophète ha perso fino ad ora una storia epica di criminalità, violenza, droga e onore, pilastri nella vita di Malik, un giovane franco-algerino che in carcere finisce sotto la protezione della mafia corsa e inizia un percorso di crescita interiore che va di pari passo con la crescita nella criminalità organizzata dentro e fuori il carcere. Chi ama questo genere di storie non può ignorare quanta potenzialità ci sia in questo film. La mafia corsa, che a un certo punto fu nei suoi traffici fino all’Indochina più potente e temibile della mafia siciliana, offre uno spunto gigantesco per questa storia che affronta anche un tema oggi particolare e delicato, quello dell’identità di un franco-algerino, un senza patria diviso tra la lealtà alle proprie radici islamiche e quella dovuta al clan francese.

Un Prophète (A Prophet), Jacques Audiard, 2009

 

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Abel Ferrara ama Napoli, l’ha detto e dimostrato più volte, collaborando anche ai progetti di Di Vaio, un ex-galeotto che in carcere a Napoli ha studiato e si è appassionato al cinema. Il punto di vista di Ferrara è sempre un tragico ma raffinato sottolineare il dramma e quale città meglio di Napoli offre allo spettatore una realtà fatta di drammi veri? Povertà, omertà, violenza, degrado, morte, droga, c’è tutto il sottobosco dei Quartieri in questa pellicola che alterna la fiction alla realtà, raccontando due mondi paralleli che a Napoli è possibile confondere. Non c’è più distinzione tra finzione e realtà, ci sono solo le strade e le palazzine che vivono appoggiandosi le une alle altre, creando tane e corridoi che ti hanno mangiato già dalla nascita e dove perfino gli stranieri si trovano invischiati senza apparenti possibilità di fuga.

Napoli, Napoli, Napoli, Abel Ferrara, 2009

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Ci sono film che a volte si presentano improbabili, ma è il nostro abitudinario asservimento a certi canoni a farci tradurre improbabile con brutto. Land Mine Goes Click ne è un esempio: la maggior parte delle volte che consiglio questo film più o meno la risposta è: “Cosa? Un film su un redneck georgiano depravato che stupra una turista americana mentre il suo amico è bloccato con un piede su una mina a due passi da lei? Ma che cazzata vuoi farmi guardare?“. E invece chi non lo guarda perde un filmetto sconosciuto ma ben confezionato, che si regge su pochissimi attori e su un paio di ambientazioni, che racconta una storia di rape and revenge dal punto di vista di chi ha subito lo stupro soltanto guardandolo. E la vendetta, sarà dolce, amara, pulita o sanguinolenta? Alla fine del film l’improbabile non è poi così improbabile: la Georgia soffre ancora gli effetti della guerra del 2008, tra cui una presenza di mine nascoste e mai disinnescate che affliggono circa 2.7km2 di zone soprattutto rurali. Il redneck depravato è poi una figura pittoresca dei film horror che ha ovviamente i suoi richiami nella realtà. A me ha fatto tornare in mente la storia di Guido Zingerle, l’ex legionario e soldato della Wehrmacht che stuprava le donne tra i sentieri del Tirolo.

Land Mine Goes Click, Levan Bakhia, 2015

 


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