Il mio approccio al cinema di Ulrich Seidl è stato con Im Keller (In the Basement), documentario che racconta ciò che fanno gli austriaci nell’intimità del proprio scantinato scantinato.
E’ stato un approccio scettico che si è rivelato un suggerimento molto fortunato. Dopo Im Keller, ho proseguito nel conoscere le opere di questo regista austriaco così controverso, finendo per guardare tutto ciò che c’è di recuperabile.
Di Seidl, ciò che principalmente colpisce è la forte impronta documentaristica che rende unica e riconoscibile ogni sua pellicola. La sua formazione d’altronde è proprio questa, una genesi che risale ai suoi studi giovanili quando si avvicinò alla produzione di un regista francese poco conosciuto ma dalla tragica firma, Jean Eustache. Di tutte le opere di Eustache, sono i documentari quelli che più turbano e si fissano nell’acerbo sviluppo artistico di Seidl.

Jean Eustache

Ciò che il cineasta ama mettere in vista è l’aspetto torbido dell’ordinario, la morbosa ricerca del benessere, il prezzo pagato per ottenerlo. E’ così, particolarmente, nella sua trilogia sul peccato, Paradiese (Paradise: Faith, Love, Hope) dove le tre protagoniste, non per un caso tutte donne, sembrano vivere intensamente inconsapevoli dello strozzinaggio che la vita fa loro (o per conto loro) subire ma decisamente assuefatte alle dinamiche che causano sofferenza e disillusione.
In cerca del primo amore, in Paradise Hope la tredicenne protagonista porterà un uomo di mezza età al limite della perversione più atroce.
In Paradise Love, la madre della tredicenne pagherà con la solitudine la sua ricerca dell’amore con giovani beach boys in Kenya.
In Paradise Faith, la zia della tredicenne frantumerà la propria, morbosa fede in Dio, scontrandosi con la realtà rozzamente terrena delle illusioni e dei sentimenti.
Ogni ricerca messa in luce da Seidl nei suoi film e documentari porta sempre a un finale sospeso, poiché non sembra essere il finale ciò che lui vuole raggiungere; è la messa in atto ad essere strumento e protagonista, perché è nel mentre, nel processo degli eventi, che viene fuori la vera natura dell’uomo. Per chi ha familiarità con le teorie di Hobbes nel Leviatano, nelle indagini umane di Seidl spesso e volentieri ci troviamo davanti a una situazione che riporta all’ homo homini lupus.



In uno dei suoi lavori più vecchi, Animal Love, Seidl ci mostra il rapporto di vari viennesi con i loro animali. Ciò che vuole esplorare, non è la “qualità” del sentimento che nasce tra padrone e cane: è invece il tipo di rapporto che nasce tra uomo e animale nell’intimità di uno spazio chiuso dove solo uno prevarrà sull’altro, a volte in una gerarchia inaspettata. Una sequenza dopo l’altra ci porta a intravedere pian piano delle dinamiche sotterranee che rendono due uomini schiavi delle proprie incapacità, ostaggi di un cane sull’orlo della follia. O una donna delusa e sola che sviluppa una passione al di là del lecito con il suo husky. O una madre mancata e moglie abbandonata che assorbe nel suo bisogno di contatto un inerme cagnolino.
Lo spazio e la sua rappresentazione sono molto importanti per Ulrich Seidl. E’ assai frequente una messa in scena geometrica, uno spazio chiuso fissato da una inquadratura immobile al cui interno si muovono i protagonisti. Abbiamo così un muro che fa da sfondo e al centro un individuo. Tre pareti e al loro interno una figura che agisce o sta ferma, nei lunghi attimi di sospensione che sia nei film che nei documentari scandiscono i passaggi più importanti. Lo scantinato stesso è uno spazio chiuso che offre tesori e miserie umane, altrimenti impossibili da afferrare in uno spazio aperto. Una tana che riporta l’uomo a un atavico senso di sicurezza e protezione dove ogni filtro viene abbandonato.

Ai tempi della scuola di cinema, il secondo lavoro di Seidl gli costò l’abbandono dall’istituto. La pellicola del 1982, Der Ball (The Prom) era stata realizzata a Horn, suo villaggio natale. Ci sono, ancora un po’ acerbe, tutte le caratteristiche di Seidl nel mettere in luce il segreto sordido dell’ordinario, in questo caso l’attesa e la realizzazione del ballo di fine anno. Un momento che al di fuori della cinepresa, viene vissuto come evento sociale rispettabile e costruttivo, un momento di aggregazione e di lavoro comune che vede muoversi semplici cittadini e personalità locali. Attraverso la lente di Seidl, lo spettatore osserva invece l’assurdità, il ridicolo, le pretese e l’arrivismo messi in atto dai protagonisti. Nessuno degnerà di una critica positiva questo lavoro, che l’autore dovrà arrangiarsi a distribuire per conto proprio dopo il rifiuto della scuola di cinema di pubblicizzarlo, soprattutto dopo che le poche proiezioni mandate a Vienna hanno causato ilarità nel pubblico e le rimostranze dei protagonisti.
La delusione per questo rifiuto, non tanto della sua arte quanto della libertà di condividere un punto di vista al di fuori dell’eticamente corretto o del moralmente accettabile, porta quindi l’autore a lasciare gli studi.
Seidl dimostrerà nel corso della carriera di non temere gli effetti del suo approccio controverso alla società; anzi ne ricerca costantemente i limiti, indagando lì dove da sempre il cinema ha posato uno sguardo fugace e preferibilmente benevolo. Dio, nelle sue indagini, non è più solo Dio, ma la spina nella vita tormentata e sacrificata di un fedele, la fede non è più uno strumento di sostentamento ma un agguato per la mente. L’amore non è un intrecciarsi di anime, ma una compravendita di illusioni e speranze. Il desiderio di essere qualcosa non porta nei suoi protagonisti a una sana ambizione, ma a una malattia dell’ego che distorce tutto. L’estremismo a cui spesso Seidl si lascia andare, ha portato in certi casi a conseguenze estreme, come in Italia dove una associazione religiosa ha deciso di portare in tribunale il regista per la scena di masturbazione con il crocifisso che viene mostrata in Paradise: Faith.


Jesus, Du Weisst (Jesus, You Know) è il lavoro che tra tutti quelli visti, sembra mettere più alla prova lo spettatore, soprattutto nella pazienza. Con la sua solita inquadratura fissa, Seidl si sostituisce al confessore in diverse chiese di Vienna, fungendo da punto di incontro tra il fedele e Dio ma anche permettendo allo spettatore di mettersi, inevitabilmente e a proprio piacere, nei panni di chi è in grado di concedere per mandato divino la grazia o decretare la condanna se non addirittura nei panni di Dio stesso. La sua vena satirica, fortissima e immancabile, sembra concentrarsi qui nelle domande che i fedeli rivolgono alla telecamera/spettatore/Dio. Chi le esaudirà? Dio o lo spettatore? Hanno forse entrambi lo stesso potere?
In Models, lavoro che mi è piaciuto meno di tutti, il regista racconta la storia di tre modelle che, ognuna a modo suo, insegue un traguardo sempre più lontano ed effimero, sempre più alla deriva in una confusione di intenti che non è più ambizione ma solo cieco asservimento al proprio desiderio. La società qui è tutta artefatta, come lo sono i dialoghi tra le ragazze, tra i fotografi, i contorni della storia tra club e sesso occasionale.
Import-Export, per me tra i suoi lavori più ispirati, è l’interessante storia di due persone che non entrano mai in contratto tra loro ma condividono molte cose: la ricerca del benessere e la fuga per trovarlo, il compromesso per ottenerlo, lo squallido e degradante paesaggio in cui diventano protagonisti, un quadro molto crudo e realistico della nostra società. Due immigrati, una ucraina in Austria e un austriaco in Ucraina, che finiscono nello stesso vortice di gelo, disumanità e diffidenza di cui sembra fatto ogni universo raccontato da Seidl. Che ormai, sappiamo bene, si concentra sempre su un unico mondo: quello reale.
Se tra i tanti attori che Seidl sceglie per i suoi film, molti si ritrovano nelle sue pellicole (Maria Hofstätter su tutti), molti sono quelli non professionisti, spesso amici di amici o persone incontrate per caso. E’ questo, soprattutto nei documentari, un elemento che rende così unico il lavoro del regista: in Im Keller, in cui l’unica parte di fiction è quella della signora che culla un bambolotto, tutti gli altri protagonisti sono persone vere che raccontano storie vere, conosciuti per caso o con il passaparola. La conoscenza di queste persone spesso ispira il regista e qualcuna si ritrova ad essere, con la sua storia, un filo conduttore. E’ il caso di Safari, l’ultimo lavoro appena uscito, un documentario sull’amore per i safari, un fenomeno tutto austriaco che coinvolge profondamente persone di diversa classe sociale, sesso ed età, alcuni dei quali ritroviamo dopo la visione di Im Keller o Paradise Faith.

Hundstage (Dog Days) è il successo che ha lanciato Seidl al di fuori dei confini nazionali, sbattendo in faccia agli austriaci l’enorme talento di questo regista che fino al festival di Venezia, con il suo premio inaspettato ma ben meritato, era stato snobbato e certamente sottovalutato. C’è qui, nella messa in scena di corpi bisognosi del sole e di mostrarsi, drogati di abbronzatura, nello spazio condominiale, dei giardini, di un terrazzo, di un tetto, tutta l’espressione del ridicolo, del disgustoso, del vuoto che Seidl osserva e silenziosamente denuncia.
La sua filmografia è già davvero corposa, ma non tutto, soprattutto dei suoi lavori più vecchi, è recuperabile. Il tempo speso per cercare una sua pellicola è comunque un investimento che io ormai consiglio con entusiasmo.

Filmografia (Wikipedia)

  • 1980 Einsvierzig, Regia/Sceneggiatura
  • 1982 Der Ball, Regia/Sceneggiatura
  • 1990 Good News, Regia/Sceneggiatura
  • 1992 Mit Verlust ist zu rechnen, Regia/Sceneggiatura
  • 1994 Die letzten Männer, Film TV, Regia/Sceneggiatura
  • 1995 Tierische Liebe, Regia/Sceneggiatura
  • 1996 Bilder einer Ausstellung, Film TV, Regia/Sceneggiatura
  • 1997 Der Busenfreund, Film TV, Regia/Sceneggiatura
  • 1998 Spaß ohne Grenzen, Film TV, Regia/Sceneggiatura
  • 1998 Models, Regia/Sceneggiatura
  • 2001 Canicola, 140 min., Regia/Sceneggiatura
  • 2001 Zur Lage (Situation Report), 105 min., Regia/Sceneggiatura
  • 2003 Jesus, Du weißt (Jesus, tu sai), 87 min.
  • 2007 Import/Export, 135 min., Regia/Sceneggiatura/Produzione
  • 2012 Paradise: Love, 120 min., Regia/Sceneggiatura/Produzione
  • 2012 Paradise: Faith, 113 min., Regia/Sceneggiatura/Produzione
  • 2013 Paradise: Hope, 100 min., Regia/Sceneggiatura/Produzione
  • 2014 Im Keller (In the Basement), 82 min., Regia/Sceneggiatura/Produzione
  • 2014 Ich seh, Ich seh, 100 min., Produzione
  • 2016 Safari, 90 min., Regia/Sceneggiatura/Produzione
  • 2017 Wicked Games, in produzione da ottobre

 

 

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